Quindicesima Fine

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Quella notte di Settembre faceva più caldo del solito, l'aria era umida nonostante il buio. La luna non era che un misero filo di luce nel cielo, che sovrastava una strada abbandonata alla fatiscenza e al degrado; un solo grande palazzo si ergeva sul panorama, adornato da un giardino incolto e due sequoie morenti e spoglie. Il silenzio era opprimente per Blue, che non riusciva a trovare la forza di uscire dall'abitacolo dell'auto; si accese una seconda sigaretta usando il mozzicone di quella appena finita. La donna grattava l'occhio destro sotto la benda, e guardava stancamente il volante, fissandone un punto a caso in modo assente, come a voler usare gli occhi per guardarsi dentro e oscurare ciò che c'era intorno a lei, ma non ci riusciva, non c'era modo di lasciarsi alle spalle un fardello come quello che era costretta a portare: lo stress non le dava la forza necessaria per distrarsi. Conosceva troppo bene quella sensazione, l'aveva vissuta troppe volte e nonostante ciò non riuscì a farne l'abitudine. Era troppo per lei non potersi mai lasciare alle spalle il passato per quanto ci provasse.

Ebbe il coraggio di aprire lo sportello solo diversi minuti dopo, arricciando le labbra carnose in una smorfia di disgusto nel vedere la pila di mozziconi che aveva accumulato a terra, all'altezza del finestrino. Non importava quante volte provasse e in quanti Tentativi, nel Finale Blue era sempre stata una fumatrice incallita, perché in fin dei conti quello non era mai stato un vizio mortale per lei. Quel giono era vestita con abiti eleganti maschili, l'unico accessorio che portava era una sciarpa cremisi che spiccava sulla camicia bianca e il gilet scuro. I capelli chiarissimi e corti sussultavano, scossi dalla brezza bollente.

Blue si fece forza, aveva poco tempo, si allontanò dall'auto a malincuore. I suoi passi scricchiolarono rumorosamente sul viale invaso d'erba e foglie secche, il passo era svelto e deciso. Una volta arrivata al portone sentiva già il cuore in gola, era tanto nervosa da avere l'affanno. Le luci dell'edificio erano tutte spente, fatta eccezione per una singola stanza illuminata al terzo piano. Blue socchiuse l'unico occhio che le permetteva di vedere e contò il numero di finestre partendo dal lato destro del piano, fino a quella incriminata; si lasciò scappare un sibilo nel sorridere. Ebbe a malapena il tempo di bussare, quando qualcuno le aprì il portone.

"L'Uomo oltre la Bestia", pronunciò una figura nascosta nel buio, oltre la porta. "Gli Iracondi proteggeranno la Stirpe", fu la replica di Blue. A quel punto, l'uomo aprì la porta del tutto, lasciandola entrare, dopodiché con un breve gesto, lei gli toccò una spalla: "So che è dura anche per voi, vi chiedo solo pochi minuti", la sua voce era profonda e calda, si scioglieva nell'aria come un flebile respiro. Nel lasciarlo andare, l'uomo ringraziò e si arrese al suolo, poi prese a tossire fino alle convulsioni; come lui molti altri nell'ampio atrio del palazzo giacevano sul pavimento: tanti erano già morti, altri continuavano ostinatamente ad aggrapparsi alla vita, cercando di restare vicini, bisbigliando nomi di compagni affezionati.

Blue non aveva tempo per loro, e si incamminò verso l'ascensore alla fine del corridoio ignorando qualunque tipo di saluto, richiesta d'aiuto, o rantolo. Quest'ultimo la condusse diversi piani al di sotto dell'atrio, aprendosi su una scena non molto diversa da quella all'entrata. Il corridoio era lunghissimo, e si estendeva al punto che il fondo sembrava impossibile da scorgere; la carta da parati si arricciava lentamente su sé stessa, rifiutandosi di restare attaccata ai muri, scurendosi come se bruciasse senza fiamme. Lei era diretta lì dove neppure la luce sembrava riuscire a sopravvivere. Man mano che si avvicinava alla fine del lungo cammino, i morti aumentavano. A cinquanta metri dall'ultima porta, nessuno degli uomini riusciva più a respirare, l'ossigeno per loro era diventato come alieno ed annaspavano, morendo affogati. A venti metri dalla fine del corridoio neppure le candele o gli accendini riuscivano a produrre una fiamma. Blue non sembrava ad essere toccata da nessuna di queste maledizioni.

Una volta di fronte all'ultima porta, la donna si accorse che ai suoi lati erano state impilate diverse gabbie contenenti animali di media taglia d'ogni genere, dai cani agli scimpanzé. Ovviamente, anch'essi tutti morti, con gli occhi ancora sbarrati e iniettati di sangue per il dolore; la maggior parte dei cani erano spirati mordendo le sbarre della gabbia fino a spaccarsi i denti. Blue sospirò, pensando a che inutile spreco fosse quello.

Prese tra le mani il pomello e iniziò a girarlo, prima di entrare si fermò, chiudendo gli occhi e aggrottando la fronte: non poteva tradirsi proprio in quel momento. Quando entrò, scoprì con sua grande sorpresa che quello nato come un grande studio, era stato completamente spogliato di qualunque mobile o arredamento, persino il grande lampadario in cristallo che sovrastava ogni cosa era scomparso, quel che restava era uno stendardo strappato a malapena sorretto da un chiodo storto; su una sedia a rotelle al centro della stanza, un esile anziano respirava a fatica, smunto da chissà quale malattia: l'unica cosa che sembrava tenerlo in vita, erano i tubi collegati a quasi tutti gli orifizi del suo corpo. Una coperta color pastello copriva parzialmente un marchingegno collegato alla carrozzella.

Blue richiuse la porta alle sue spalle lentamente, cercando di fare meno rumore possibile. "So che non puoi parlare, ma sai che posso ascoltarti", gli disse voltandosi. "Mi chiedo se questo tempo che stai cercando di comprare fosse davvero per me". Il vecchio la fissò per qualche secondo, i suoi occhi erano ingialliti ed opachi, lei rise amaramente: "Non avresti dovuto, anche se lo apprezzo. E' dura anche per me, come ogni volta del resto. Finora ho sempre cercato di farci restare uniti, ma il Finale... è sempre tremendo, in quei casi. I migliori che io abbia mai scritto sono sempre quelli in cui muori purtroppo, anche se non sono mai riuscita a far quadrare le cose fino in fondo. Soprattutto, non sono mai riuscita a renderti mio nemico", Blue fece oscillare le braccia in rassegnazione, "Sono stanca, maledettamente stanca. Di tutte le mie storie, questa non vuole proprio finire. Siamo arrivati addirittura a scatenare delle maledizioni degne di un romanzuccio da quattro soldi ". Blue si sedette in terra, di fronte al compagno: "Spero di non doverti rivedere mai più, amico mio. Ti auguro una Fine che sia tale. Vuoi che lo faccia adesso?". Seguì una breve pausa. "Capisco, è comunque da molto tempo che non ci parliamo."

I due restarono a fissarsi per molto tempo senza dir nulla, la donna era talmente presa da non avere neppure voglia di fumare, la concentrazione era tale che non riuscivano a far caso neppure alla coltre di urla che improvvisamente aveva circondato il palazzo, ma che man mano andava affievolendosi sempre di più. Circa un'ora dopo, lei si rialzò e si sgranchì le gambe. "Non abbiamo più tempo, temo". Così detto, baciò sulla fronte il malato mentre spegneva la macchina collegata a quest'ultimo. Si sedette nuovamente accanto a lui, pochi secondi dopo il battito dell'uomo cessò. Lei si lasciò sfuggire un sospiro carico di rammarico, e prese a fissare la porta di fronte a sé. Qualcuno finalmente la aprì, con affanno, reggendosi allo stipite con la spalla; prontamente l'intruso puntò una pistola verso Blue. Quest'ultima si rialzò e sorrise: "Fallo", disse con tranquillità. Il nuovo arrivato le fece mille domande, Blue non rispose. Si limitò ad estrarre un'arma a sua volta, puntandola al suo aggressore. "14 Settembre 1993, quindicesimo Tentativo", queste furono le sue ultime parole prima di far fuoco, mancando di proposito e lasciandosi colpire. Ancora una volta un polmone perforato, pensò. Lasciò quel mondo senza fare storie, seppur delusa.

Mocking RaptorWhere stories live. Discover now