LA FUNAMBOLA
<<We breathe in the air of
his small town
On our own couldn't pass for the thrill of it
Getting drunk on the bus we were living in>>
Paris, The Chainsmokers
Parte prima
Capitolo 1
È assurdo come l'alba ci colga alla sprovvista tutti assonnati, con le occhiaie e, nelle mattine speciali come questa lo è per me, ci afferri per lo stomaco e ci faccia cadere dal letto, striscianti. D'altra parte sembra che il tempo scorra molto più lentamente del solito, sembra di viaggiare in un universo che ha un rapporto spazio-temporale simile a una gelatina, per cui sembra di muoversi ancora intrappolati nel tepore caldo delle lenzuola. Ci trasciniamo per tutte le stanze che emanano un odore fresco che contamina la colazione calda che sappiamo benissimo che non mangeremo mai.
Il cielo dalla finestra è sempre colorato da un bianco marmoreo pieno di crepe violacee e i rami rinsecchiti di questi alberi messi a nudo davanti questo freddo imponente che brucia e disinfetta le loro cicatrici ansiane.
Mentre ci sono alcuni che hanno messo la sveglia alle sei per fare le foto all'alba e altri si trascinano ancora fuori dal loro giaciglio io ho programmato "one" degli U2 (che da sempre è la mia sveglia prediletta intrisa di sonno e spettatrice delle mie orrende occhiaie) perché io oggi scappo. Mi metto su un pullman e vado via. Da cosa? Ah non chiedetemelo: non lo so neanche io. Il fatto è che mi sento come una funambola sospesa ad un altezza improponibile che passa il suo tempo a camminare avanti e indietro, cercando di assumere un aspetto sempre perfetto, perché altrimenti il pubblico s'annoia. Ho passato gli ultimi diciott'anni a cercare di accontentare gli altri e mettere tutti sempre e costantemente prima di me, anche se a volte pesava, anche se a volte mi preoccupavo per ogni essere vivente che mi circondava. Basta. Saremo io, il mio zaino pieno di cartine geografiche e puntine e i prossimi giorni della mia vita per ritrovare me stessa e avverare i miei sogni su cui ho fantasticato per anni trai i banchi di scuola. Spegnevo la ragione e usavo la mia mente solo ed esclusivamente per far spiccare il volo alla fantasia. Leggendo le poesie della misteriosa Saffo e del profondo Saba, tra le pareti del liceo classico che a suo tempo frequentai, ha iniziato ad ardere in me la voglia di amare al presente non al passato remoto; avevo il desiderio irrefrenabile di affrontare quel " dolce e amaro e indomabile serpente" che mi avrebbe urtato, scosso e ferito nell'animo. Ho desiderato amare e colorare la mia vita bianca con tempere e affreschi di mille colori. Ho desiderato amare come un pittore ama far scorrere il pennello a ritmo dei suoi sentimenti e coltivarlo e scolpirlo come Michelangelo ha creato, da una semplice pietra bianca, il David fiornetino: immagine di eleganza e leggerezza d'animo. Suona così strano? Davvero? Sembrerà noioso si, ma al solo pensiero di poter provare una cosa così forte e di ricevere una spinta per buttare me, lo statico e annoiato funambolo giù da quel filo, e fargli provare il piacere della caduta, del perdere i sensi e far fluire tutto il sangue alla testa, mi sembra un'utopia.
Non esito prima di chiudere la porta di casa. Non mi volto prima di correre via e non nascondo le mie lacrime che diventano scintillii al contatto con le carezze morbide di questo cielo violaceo e livido. Sembra che qualcuno abbia rotto una barriera di nuvole e che, in questo modo, abbia aperto uno scorcio del paradiso che piange fiumi e fiumi della sua stessa luce abbagliante asciugata dalle morbide nuvole. Come succede a me che, in questo momento, sono svuotata da lacrime patetiche di malinconia. Sento che la mia anima sia piena di acqua limpida adornata di rose spinose che piano piano rifioriscono mentre l'acqua sporca accoumulata durante gli anni va via.
Mi sento trasparente. Piena di niente.
Non riesco a sentirmi sazia al pranzo che mi offre questa vita.
Salgo sul primo pullman che si ferma. Non porta da nessuna parte. Non va da nessuna parte, come tutti d'altronde.
Lo sportello del bus si apre, fa una riverenza e mi invita a salire. Mi accoglie una musichetta da ascensore americano che danza per le casse di tutto l'autobus.
Tutto è ammuffito qui dentro. I sedili posizionati uno di fronte all'altro si guardano in viso e non dicono niente. La polvere svolazzante illuminata dal sole mi circonda e mi solletica il naso. Il vento proveniente dai finestrini mi accarezza il viso con le sue dita fredde e delicate. Inspiro dal naso per godere dell'essenza di quell'attimo: un odore familiare intrappola il ricordo di questo giorno di fuga e lo lega con un nodo al vecchio filo della funambola che sta per fare il suo enorme, spaventoso salto nel vuoto.
"Signorina- mi sento chiamare dall'autista che scoppia la mia bolla da sognatrice lunatica-il biglietto prego."
