"Io divellerò le porte degli inferi,
volgerò [ ] agli inferi,
farò resuscitare i morti in modo che essi mangino i vivi,
allora i morti saranno più numerosi dei vivi!"
- Ishtar, Epopea di Gilgamesh
ROTTURA
Samuele era in autobus, diretto a Moncalvo, per trovare un caro amico nella sua residenza estiva in montagna. L'estate era ormai agli sgoccioli, e le vacanze stavano per giungere al termine. Era il ventitré agosto. Samuele sentiva già il peso della scuola, il cui inizio era ormai imminente. Era un ragazzo di diciassette anni, capelli castani corti, occhi marroni. Un ragazzo normale. L'autobus percorreva una stretta strada di montagna, in salita. Si guardò intorno. I passeggeri erano tutti adulti, tra i quaranta e i settant'anni. Guardò l'ora sull'orologio della cabina. 11:34. Tra meno di cinque minuti sarebbe arrivato.
La radio era sintonizzata su un canale di notizie di cronaca, da diversi minuti, ma essendo in una zona montuosa lontana dai centri abitati c'erano molte interferenze e si faceva fatica a capire cosa dicesse. Dalle poche parole che si sentivano, probabilmente durante la notte c'erano stati diversi attacchi da parte di persone ' rabbiose ' a Milano e Torino. Era da tre giorni che sentiva notizie di questa rabbia, arrivata dall'Africa. Un nuovo ceppo virale, ma le autorità insistevano a dire che era tutto sotto controllo e che si stava già lavorando per una cura. Il segnale sparì improvvisamente, così l'autista prese un DVD e lo trasmise sulla tv per intrattenere i passeggeri. Samuele era stanco e cercò di riposare negli ultimi minuti di viaggio. Ma improvvisamente, proprio mentre stava per assopirsi, udì uno scoppio violentissimo. Il veicolo sbandò bruscamente verso sinistra. Guardò fuori dal finestrino ma vide solo del denso fumo bianco fuoriuscire dal motore. Avvertì lo schianto violentissimo contro il guard rail, tra le grida dei passeggeri. Mentre si riprendeva dal colpo si rese conto che stavano precipitando giù dalla scarpata. Un istante dopo si schiantarono contro il crinale della montagna. I vetri si sbriciolarono mentre il veicolo rotolava verso la vallata sottostante. Il ragazzo sbatté la testa ripetutamente in ogni direzione e perse i sensi. Si riprese dopo un tempo indeterminato. Si guardò intorno. Era disteso sul terreno, in mezzo agli alberi, ai piedi del dirupo. Dietro di lui, a circa dieci metri, c'era la carcassa contorta e annerita dell'autobus. Intorno, i corpi degli altri passeggeri, contorti e trafitti da pezzi di vetro e lamiere. Iniziò a piangere in preda al panico. Cercò di alzarsi ma sentì un dolore fortissimo al polpaccio. Aveva una scheggia di vetro conficcata nella carne. Cercò di sfilarla ma il dolore era atroce. Decise allora di trascinarsi con le braccia fino all'albero più vicino. Prese il suo cellulare dallo zaino sulle spalle, miracolosamente funzionante nonostante lo schermo rigato, e compose il numero di emergenza. Ma si trovava in una zona priva di rete, e il dispositivo suonò a vuoto. Si distese e pianse in silenzio, per oltre venti minuti. Alla fine si calmò, consapevole del fatto che nel giro di poche ore sarebbero arrivati i soccorsi e lo avrebbero salvato. Arrivò la notte. Samuele estrasse ancora il cellulare dalla tasca e azionò la torcia per illuminare la sua gamba. Il sangue sembrava essersi rappreso, ma doveva estrarre il frammento se non voleva mandare la ferita in setticemia. Lo afferrò e con un colpo deciso lo strappò fuori. Gridò di dolore mentre il sangue iniziò a scorrere di nuovo verso l'esterno. Rapidamente prese la felpa dallo zaino e legò una manica sul polpaccio, per arrestare l'emorragia. Dopo un paio d'ore guardò di nuovo. Il sangue si era fermato. Alla fine, sfinito, stressato e depresso, crollò addormentato, nonostante l'angoscia che lo pervadeva. Si svegliò alle prime luci dell'alba. Guardò il suo orologio da polso. Erano le cinque e quaranta del mattino. Il sanguinamento doveva essersi arrestato già da ore, perché la felpa era quasi asciutta e il sangue nel tessuto era quasi del tutto seccato. Cercò di alzarsi, ma il dolore era ancora forte. Decise di aspettare qualche ora l'arrivo dei soccorsi. Prese un panino dallo zaino e ne mangiò un pezzo, per conservare il resto per pranzo. Aspettò. Aspettò tutto il giorno fino a sera, ma i soccorsi non arrivarono. Come il giorno dopo, e quello dopo ancora. Samuele era ormai completamente preso dal panico. Come mai nessuno veniva a cercarlo? A cercare tutti i passeggeri? Non lo sapeva. Ma decise di aspettare ancora. Il quarto giorno il suo stomaco brontolava insistentemente. Aveva finito i due panini e tutte le gallette di riso che si era portato da casa. Doveva trovare qualcosa da mangiare, e presto. Si aggrappò al tronco dell'albero a cui era appoggiato e riuscì a mettersi in piedi. La gamba tremava e la ferita bruciava da morire, ma riusciva a reggere il suo peso. Capì di essere stato fortunato, il frammento non doveva aver reciso né arterie di grosse dimensioni né tendini e legamenti. Zoppicò fino a un grosso ramo che giaceva a pochi passi dall'albero e lo raccolse, per usarlo come bastone. Sembrava duro e resistente. Camminò con il suo nuovo appoggio fino ai cadaveri dei passeggeri. Erano tutti morti in modo orribile, un paio erano bruciati. Vide un braccio, probabilmente di una donna, che spuntava da sotto il corpo distrutto dell'autobus. Rabbrividì mentre si avvicinava al veicolo per ispezionarlo. Giaceva sdraiato su un lato, piegato con un angolo di circa 140 gradi. I vetri erano tutti infranti e il metallo di cui era composto era annerito e puzzava di bruciato. L'ipotesi dell'incendio era avvalorata dall'erba nell'area circostante, scura e carbonizzata. Samuele si rese conto di essere stato davvero fortunato. Probabilmente era stato scagliato fuori dal veicolo all'impatto col suolo evitando una morte atroce tra le fiamme. Perquisì tutti i corpi dei passeggeri che non erano andati distrutti nell'incendio, ma non trovò nulla da mangiare. Decise di andare in cerca di cibo nel bosco. Sapeva di dover tornare al bus, ma doveva assolutamente nutrirsi. Si incamminò barcollando verso gli alberi. Iniziò a sentire la testa pesante, calda, ed era scosso da fremiti incontrollati. Capì di avere la febbre, ma continuò il cammino. Le ore passarono, e arrivò ancora la notte. Mentre si faceva strada zoppicando a fatica tra la vegetazione, vide qualcosa in lontananza, seminascosto dall'oscurità e dalle fronde degli alberi. Si avvicinò. Quando fu ad una cinquantina di metri dalla grossa sagoma si rese conto di cosa fosse: una vecchia casa simile ad una baita di montagna, completamente in legno, corrotta dal tempo, in rovina e avviluppata quasi totalmente nelle edere. Entrò all'interno della struttura attraverso un portoncino di legno. Dentro, la casa era praticamente vuota, ad eccezione di un paio di mobili vecchi e polverosi e di un divanetto sgonfio e sudicio. Samuele era allo stremo delle forze. Il portoncino d'ingresso aveva un grosso lucchetto scorrevole in acciaio. Lo chiuse e ispezionò la casa. Nel salotto c'erano anche un camino, un tavolo e quattro sedie in legno, tutte coperte di muffa e rosicchiate dai tarli. Una giaceva sdraiata sul pavimento di mogano con una gamba spezzata. Il ragazzo appoggiò il suo zaino ad una gamba del tavolo e andò verso il lavandino della cucina in fondo alla sala. Aprì il rubinetto, ma non uscì nemmeno una goccia d'acqua. Aprì le ante della credenza e vi trovò una decina di barattoli di marmellata. I vasetti di vetro come quelli sono a lunga conservazione, quindi sapeva che con molta probabilità erano ancora commestibili. Ne aprì uno e ne mangiò metà, poi lo richiuse e andò a sdraiarsi sul divano. La ferita pulsava e la testa girava sempre più forte. La febbre salì. Per cinque giorni Samuele rimase disteso lì, allo stremo delle forze. Aveva le allucinazioni, tremava come una foglia nonostante la temperatura piuttosto calda e sudava sempre più. Trovò solo la forza per alzarsi a mangiare ancora, poi ricadde nello stesso stato comatoso. Un giorno, circa una settimana dopo l'arrivo alla catapecchia, ci fu un violento temporale verso le nove di sera. L'acqua scrosciava con una violenza inaudita. I tuoni squarciavano l'aria con violenza, amplificandosi nella testa del ragazzo. Mentre guardava fuori da una finestra, un lampo illuminò il bosco per un secondo. In quell'attimo, vide qualcosa muoversi all'esterno, a pochi metri dalla casa. Scrutò l'oscurità, ma non vide nulla. Poi ci fu un altro lampo. E allora lo vide. Solo un attimo, velocissimo, ma lo vide. Un uomo, fradicio e malconcio, impalato sotto la pioggia intento a scrutare gli alberi davanti a lui. Poi cadde di nuovo l'oscurità. Al lampo successivo, la figura era scomparsa. Samuele si convinse che doveva essere la febbre a giocargli brutti scherzi, dal momento che nessuno si sarebbe potuto trovare in quel bosco di notte insieme a lui. Sicuramente non in quel modo, fermo, sotto la pioggia scrosciante. Si addormentò. Ma per tutta la notte ebbe come la sensazione che qualcosa stesse cercando di aprire la porta. Il mattino dopo ne ebbe un vago ricordo, come un sogno sfumato. Era come se qualcosa grattasse sulla porta, con le unghie. Come un cane, ma con più insistenza. Verso mezzogiorno la febbre scese un pochino, così uscì di casa e, aiutandosi col suo bastone, andò sul retro dell'abitazione dove aveva lascito un grosso secchio in acciaio. Lo aveva trovato il giorno in cui era arrivato lì. Era un secchio di acciaio, di quelli usati dai fattori per mungere le vacche. La sera del temporale, vedendo i nuvoloni in arrivo, lo aveva intelligentemente posizionato fuori per raccogliere un po' di acqua piovana. Lo trovò colmo fino all'orlo. A fatica lo trascinò dentro, riempì la sua borraccia fino all'orlo e la bevve tutta d'un fiato. In un armadio nella camera da letto trovò alcuni vecchi stracci. Ne prese uno piuttosto lungo, lo lavò e lo usò per fasciarsi la ferita. Per la settimana successiva rimase in casa, sopravvivendo con quello che aveva. Quando la marmellata finì, capì di dover uscire nel bosco in cerca di cibo. La gamba non si era ancora ristabilita del tutto, per cui non riusciva a percorrere lunghe distanze. Inoltre la febbre era ancora piuttosto alta, e spesso aveva dei piccoli svenimenti. Ma ebbe fortuna, e trovò un cespuglio di more ad un centinaio di metri dalla casa; probabilmente era stato piantato dai vecchi proprietari, anni prima. Ne raccolse il più possibile. Passarono dodici giorni. Ormai la gamba si era ristabilita quasi del tutto. Non riusciva ancora a correre, ma camminava tranquillamente. Decise di andare nel luogo in cui si trovava la carcassa dell'autobus, per controllare. Ripercorse il sentiero che aveva attraversato per arrivare alla casa e dopo qualche ora tornò sul luogo dell'incidente. Samuele rimase sbigottito: i cadaveri e il veicolo si trovavano ancora lì, esattamente come li aveva lasciati, più di venti giorni prima. Per quale motivo non erano arrivati? I soccorsi avrebbero dovuto arrivare uno, due giorni al massimo dopo l'incidente. Ma era ancora tutto lì, ventiquattro giorni dopo. Capì che non sarebbero mai arrivati: doveva trovare il modo di ritornare sulla strada, ad ogni costo. Solo così sarebbe tornato alla civiltà. Osservò il crinale della montagna a pochi metri da lui. Era alto circa sette-dieci metri, e sicuramente troppo ripido per essere scalato a mani nude. Decise di costeggiarlo, camminando nella direzione da cui era venuto, fino a raggiungere il punto in cui la strada tornava al livello del terreno. Camminò a lungo. Finalmente, dopo un'ora di cammino, trovò una strada asfaltata. Scavalcò il New Jersey e si fermò a contemplare il panorama che aveva di fronte. La strada correva dritta finché i suoi occhi riuscivano a scorgerla, e per tutto quel tragitto non vi era nemmeno una macchina. Cos'era accaduto?
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BREAKDOWN: FALL OF MEN
Horror"Quando non ci sarà più posto all'inferno, i morti cammineranno sulla Terra"
