Tin.  Tin.  Tin.  Tin. Tin. Tin.
Sento da lontanissimo il segnale che mi avverte che la portiera dell'auto è aperta. Prendo vagamente atto che il cervello riceve il messaggio, ma poi lo ignoro. Intanto il tintinnio continua incessante.
Passo le mani sul volante, sfiorandomi poi le cosce sudate a contatto con il sedile  di pelle morbida. Il dépliant di quest'auto - quello con la coppia che assomigliava così tanto a Barbie e Ken che mia figlia aveva esclamato « Barbie!», e a quel punto mio marito e io avevamo fatto un applauso fragoroso ( la gente nella concessione si era girata a guardare se ci avevano regalato una macchina o cosa ), perché il vocabolario della nostra bambina consisteva di circa diciassette parole, e « Barbie» era una nuova pietra miliare - ti faceva decisamente credere che se ti compravi l'auto potevi anche comprarti quella vita. Come se nel fine settimana avremmo viaggiato sul versanti di montagna o fatto rafting sui fiumi o picnic al tramonto in un bel prato verde e rugiadoso con un campo di girasole alle spalle.
Tin. Tin. Tin. Tin. Tin.
Mamma.
Ancora.
Cane.
Papà.
No.
Si.
Bacio.
Latte.
Palla.
Su.
Gatto.
Ciao.
Bottiglia.
Tazza.
Bua.
Giù.
Nanna.
Ho rielencato mentalmente le parole di Katie. Le so a memoria, ed è ovvio, perché io sono la madre è certe cose le so. Io sono la madre che ha scrupolosamente annotato ogni pietra miliare ( « quattro mesi e tre settimane: Katie oggi si è girata sulla schiena da sola! È molto prima di compiere sei mesi!»), che l'ha allattata fino al suo primo compleanno, come raccomando dall'Accademia  Pediatrica Americana, e che, come ho detto, si è segnata il lessico di Katie per assicurarsi che fosse sulla strada giusta per sviluppare appieno le sue potenzialità. Diciassette parole. Un record rispetto agli altri bambini di diciotto mesi.
E adesso abbiamo anche « Barbie».
Tin. Tin. Tin. Splat.
Guardo l'angolo inferiore del parabrezza sul quale sta colando della cacca d'uccello color muffa. Fantastico, penso. Proprio fantastico. In quel cavolo di dépliant non c'era la cacca d'uccello. Inspiro cercando di allontanare lo stress, come mi ha insegnato l' istruttore di pilates ogni lunedì, mercoledì e venerdì dalle 10.00 alle 11.00, dopo che è arrivata la tata e subito prima di andare a fare la spesa per la cena. Sento il petto riempirsi d'aria ed espandersi come un pallone.
Conto fino a cinque sforzandomi di non vomitare. E difficile, a dire il vero, schiarirmi le idee con l'odore di latte rancido che mi arriva dal sedile posteriore. Ieri tornando a casa da un incontro con i suoi amichetti, chissà perché Katie si è rovesciata in testa il bicchiere salvagoccia, e siccome ero già abbastanza stanca per essermi finta non rimbambita in quel'infinito, stremante e noiosissimo ritrovo fra bambini, durante il quale le mamme discutevano di cambio pannolini, di problemi con le tate e di ipotetiche iscrizioni all'asilo, ho deciso di non pulire il sedile posteriore dell'auto. Và a quel paese, mi sono detta mentre sollevano dal seggiolino inzaccherato la mia adorata piccolina con i suoi bei riccioletti quasi neri dicendole che era una stupidina. Va' proprio a quel paese. E così ho fatto. Ed ecco perché la mia Ranger Rover, che avrebbe dovuto ancora odorare  di una fine miscela di detersivo al limone e lucido da scarpe, adesso puzza di vomito rappreso. 
La cacca d'uccello si sta insinuando come una serpe nella fessura tra il parabrezza e il lato dell'auto quando noto la signora Kwon farmi cenno da dentro la lavanderia. Si sta sbracciando come un capostazione, con quell'allarmato sorriso a trentadue denti che mi rivolge quasi ogni volta che la vedo.
Di tanto in tanto da allarmato diventa malizioso, ma sempre a trentadue denti rimane.
Tin. Tin. Tin. Tin.
Mi alzo a fatica e metto i piedi sull'asfalto. Mi guardo le gambe da dietro. Sono madide di sudore, hanno i segni del sedile e danno l'idea che abbia un bello strato di cellulite luccicante. Chiudo la portiera sbattendola.
Di colpi c'è silenzio. Prima non sentivo il tintinnio. Ma adesso sento il silenzio.

« Lei non stare bene», mi dice la signora Kwon prendendo con un'asta le camicie di mio marito Henry appese alla rastrelliera della lavanderia. «Non dormire? Perché lei non stare bene.»
Stringo le labbra nella parvenza di un sorriso. Un sorriso più tosto scarno, a dire il vero. «No», ammetto. « Non dormo molto, credo.»
« Cosa non andare?» domanda la signora Kwon mentre tira giù le camicie.
« Niente.» I muscoli facciali cominciano a tremarmi per lo sforzo del finto sorriso. « Proprio niente.»
« Lei non essere sincera», mi rimprovera la signora Kwon.
« Quando non dormire, esserci sempre qualcosa che non andare.» Posa le camicie, più o meno come immagino un pescatore posi una trota o un luccio, e le stende sul bancone.
Io non rispondo e cerco invece il portafoglio nella borsetta.
« Parlato con marito di questo?» La signora Kwon non si arrende. « Lei venire sempre a prendere  sue camicie ma io mai incontrato lui. Perché? Dove essere lui? Perché lui non venire mai a prendere sue camicie?»
« Lavora», dico.
«Eh», fa lei. « Uomini lavorare sempre. Loro non capire che anche donne lavorare.»  Fa segno dietro di lei. « Mio marito credere che perché io moglie dovere pulire, cucinare e mandare comunque la lavanderia. Lui cosa fare? Niente!»
Gesticola in maniera più esuberante del solito.
Faccio una specie di sorriso di comprensione e attendo che mi dia il resto mentre digita infervorata sul registratore di cassa.
« Lei sapere di cos'avere bisogno?» domanda, mentre il cassetto si apre di scatto. «Più sesso.» Divento paonazza, e lei se ne accorge. « Lei non essere imbarazzata! DONNE avere tutte bisogno di più sesso. Così matrimonio andare meglio. Sesso migliorare tutto.»
«Be', purtroppo», dico, cercando d'inghiottire la mortificazione che puoi provare quando la tua lavandaia ti dà consigli sui piaceri della carne, «Henry è a Londra. E ci resterà per almeno un'altra settimana.» Non accenno al fatto che Henry è quasi sempre a Londra. O a San Francisco o a Hong Kong o da qualsiasi altra parte che non sia il nostro ameno e accogliente sobborgo a cinquanta chilometri da Manhattan, dove le persone scappano dalla vita di città come fuggitivi che non sanno da cosa fuggono. I continui viaggi di Henry sono stati il prezzo da pagare per la sua strabiliante carriera di socio più giovane di una banca d'investimento.
«Aah, questo essere gran peccato.» Gli occhi della signora Kwon si fanno sempre più piccoli. « Lei sembrare proprio aver bisogno di sesso ben fatto.» Mi regala di nuovo suo sorriso smagliante. « Magari settimana prossima lei stare meglio!»
Magari, penso mentre mi tacchino con scarso entusiasmo verso la mia nuova auto che senz'altro renderà la mia vita più rosea. Ma magari anche no.

Proprio lì, sono sul punto di genere ad alta voce. Si, più forte, proprio lì.
Garland deve aver percepito che sono stressata, perché in quel preciso momento mi conficca le dita nella parte superiore delle spalle impastandole come farebbe un fornaio con il pane.
« Ha degli spasmi qui», sussurra quel tanto che basta per farsi sentire con Enya in sottofondo. Il muscolo si tende involontariamente, resistendo al sollievo che sto cercando di dargli.
« Ha spasmi profondi in tutta questa parte della schiena», ripete. « Oggi dovremmo lavorarci parecchio.»

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⏰ Last updated: Feb 28, 2017 ⏰

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