Voglio raccontarvi una storia, quella del più celebre trattato di critica letteraria e di estetica a noi giunto dal mondo antico, una raffinata opera intitolata "περί ύφους", cioè "Del sublime", appartenente al I secolo a.C. e scritta da un autore del quale non si conosce il nome.
Dell'anonimo possiamo dire soltanto che è un finissimo conoscitore della cultura greca e latina e che sa riconoscere la bellezza ovunque si trovi. Egli si pone un compito assai arduo, a dir poco impossibile: spiegare che cosa mai sia il sublime e "come noi possiamo diventare capaci di sollevare le nostre nature a un certo livello di grandezza".
Inizialmente l'anonimo si limita a chiarire gli effetti: sublime è ciò che trascina all'estasi, una folgorazione che determina il cedimento delle categorie logico-razionali, di fronte alla quale "quasi per natura la nostra anima si solleva e, presa da un'orgogliosa esaltazione, si riempie di una gioia superba, come se essa stessa avesse generato ciò che ha ascoltato". Sublime è l'annullamento dell'Io, un momento di assoluta empatia tra autore e pubblico, in cui crollano le distinzioni tra chi parla o scrive e chi ascolta o legge.
Raggiungerlo non è facile e l'anonimo passa ad indicare i difetti che più comunemente impediscono la sua riuscita: la freddezza scolastica, l'eccessivo schematismo, l'enfasi là dove non è necessaria. Al contrario il sublime, secondo lui, è semplice, e semplice è il criterio per riconoscerlo: sublime è ciò che resta per sempre nel gusto di tutti.
Così le opere di Platone e di Sofocle sono colme di una bellezza autenticamente sublime e il grande silenzio di Aiace, contenuto nel libro XI dell'Odissea, diventa "più sublime di qualsiasi discorso".
"Occorre", scrive l'anonimo, "allevare le nostre anime alla grandezza e, per così dire, farle continuamente gravide di impulsi geniali". Solo a questo punto egli ci dà la definizione di sublime: "μεγαλοφροσύνες απεχημα", "eco di un'anima grande".
Ora, mi domando: è preferibile una grandezza imperfetta oppure una mediocrità senza errori? Io, come l'anonimo, senza esitazioni, mi pronuncio per la prima, perché, proprio per la sua natura di momento estremo, il sublime condanna l'artista alle cadute, perché quella tensione non si può mantenere per sempre, perché "le grandi nature cadono per la loro stessa grandezza".
Ecco, è proprio questo ciò che voglio fare: sublimare la mia vita; perché fa parte della vita questa continua, stremante e eccitante alternanza che ci culla verso l'alto e ci trascina verso il basso, che ci colma di dolore, ma che, quando tocchiamo il fondo, ci spinge a risalire per inseguire i nostri sogni e speranze. Sublime non è altro che questo: cadere per poi rialzarsi.
Io voglio che la mia vita sia l'eco di un'anima grande, quel passo che non esaurisce mai le sue risonanze, quella grandezza autenticamente imperfetta perché un attimo di rapimento vale più di un lungo piacere mediocre.
Una volta una persona speciale mi ha detto: "Tu sei come un uccellino appollaiato su un ramo. Quando il ramo si spezza devi contare sulla forza delle tue ali per non cadere verso il basso".
Io so, però, di poter contare anche sulla vostra forza e vi chiedo, ogni volta che inciamperò e cadrò, ogni volta che il ramo si spezzerà, di darmi una pacca sulla schiena per ricordarmi quanto sia bello essere l'eco di un'anima grande. E così io riprenderò a volare.
