La terra mi riempie la bocca, il naso equalsiasi altro orifizio, mentre con l'unica mano libera cerco discavare il terreno che mi ricopre il corpo da capo a piedi.
Sento i vermi strisciare sulle miecaviglie affannandosi per aggiudicarsi gli ultimi brandelli di carnenon ancora marcita completamente, mentre pezzi di radice sfiorano lamia vuota orbita destra.
È più difficile di quanto si pensiriemergere dalla propria fossa, anche quando non ti è stata scavataprofonda con dovizia e cura nel ricoprirti.
Ma la parte più dura è iniziare amuoversi, spostare i primi grani di terra, muovere le dita cercandodi non perdere troppa di quella carne morta ancora attaccata alleossa, scavando ritrovando la direzione verso l'alto, visto che chi miha seppellito ha avuto l'accortezza di buttarmi nella fossa a testain giù.
Finalmente riesco a mettere una mano, oquello che ne è rimasto, all'aria aperta e facendo leva sul gomitomi isso sui lombi mettendo fuori anche la testa. Va beh, quello chenon è stato ancora smangiucchiato da scarafaggi o roditori. Qualcherado ciuffo di capelli bisunti mi ricade davanti all'orbita vuota,mentre nell'altra fa capolino una sfera di cataratta purulentasemicoperta dalla palpebra cadente. Il corpo è infestato da piccolilombrichi giallastri che giocano a rincorrersi tra i buchi delcostato, mentre le mosche, in attesa del banchetto, cominciano aronzarmi attorno con appetito.
Noto con disappunto che parte della miagamba sinistra è in una posizione innaturale (detto da me, poi...) erenderà molto più lento il mio prossimo incedere, anche se neguadagnerò sicuramente in stile e portamento.
Mi alzo finalmente in piedi e l'ariatiepida tipica delle sere d'estate mi riempie la cavità nasaleproducendo uno strano sibilo. Strano, pensavo fosse inverno. Chissàda quanto tempo era che stavo marcendo lì sotto.
Finalmente muovo il mio primo passo,con la bramosia che solo un'insaziabile fame di lungo periodo puòregalare, e la pazienza che solo la morte può donare. E poi ilsecondo passo, e ancora un terzo, fino a cominciare a percorrere lastrada, un piccolo giardino di pochi metri di lunghezza, che dividela mia fossa dalla mia ultima meta.
Casa mia.
Pensate, si dice sempre "lontanodagli occhi, lontano dal cuore", ma chi seppellirebbe, dopo averloammazzato, il proprio migliore amico nel giardino di casa sua perandare a dormire con la sua vedova non così inconsolabile? Beh,evidentemente qualcuno lo fa.
La porta che dà sul retro della casa èsempre stata difettosa, sia per la zanzariera a battente che non sichiude, sia per la serratura, a cui basta una piccola scossetta peraprirsi. Che sia stato il fatto che non l'ho mai fatta riparare adavermi causato tutto questo casino? Incespicando un gradino allavolta riesco a trascinarmi fino al terzo, quando con mia grandissimasorpresa mi accorgo che non so più come si apre una porta. Perfortuna i miei marci bronchi non sono più utili a far passare l'ariaverso quello che rimane delle mie rinsecchite corde vocali, e lebestemmie urlate a squarciagola diventano un leggero grugnito che siconfonde con i rumori notturni della campagna. Alzo una mano perpicchiarla contro la porta, ma la mia poca agilità trasforma l'attod'ira nel gesto bonario di una pacca sulla spalla di un amico. Matanto basta per aprire la porta.
Evidentemente nemmeno il mio grande exmigliore amico ha avuto poi tanto tempo per ripararla.
Entro in quella che una volta era lamia cucina, ancora in ordine come un tempo, a parte quello che rimanedi un brindisi notturno nel lavandino, mentre la lavastoviglie mugolapiano.
Avanzo nel buio, cercando di nonincespicare nei tappeti, seguendo istintivamente la via verso lascala che mi avrebbe portato verso le camere da letto.
Avrebbe, appunto.
Perché appena girato l'angolo dellaporta che conduce al salotto mi appare davanti la mia vedova non deltutto inconsolabile che esce dal bagno.
«AAAAHHHH» fa lei, indietreggiandoper lo spavento nel vedere il suo dolce marito.
«Ghhhffsshhh» faccio io, provando adallungare le mani come un tempo.
«Ma... Ma.... Ma... Sei morto!»risponde lei sbigottita, piantandosi contro il muro alle sue spallementre la vestaglia bianca quasi viene perforata dalle sue prosperosenudità.
«Ghhhhfssshhhuhhhhmmm» controbattospazientito io, afferrandola per le spalle.
«Ma.. Io... Nooohhhgggg...» pronunciaper l'ultima volta lei, con la carotide perforata.
Il primo morso non si scorda mai.
«Ghhhrrrcrunch, sgnac, scrunc»concludo io, morsicando e strappando il pezzo di carne dalla goladella ormai mia fu ex, masticando grumi di sangue e carne che sispargono su quello che resta del mio abito funebre.
Finito l'antipasto mi dirigo su perle scale diretto al piatto principale, mentre un piccolo verme diterra fa capolino da una cavità nasale.
Un passo alla volta, trascinando lagamba offesa, arrivo alla camera da letto. La porta è aperta. Megliocosì, non sarei riuscito ad aprirla altrimenti.
Dorme.
Incredibile.
La sua gentil consorte giace a terracon la gola squarciata, il ventre sbranato, versando sangue einteriora sul tappeto persiano, e lui dorme.
Non per ripetermi: meglio così.
Mentre gli azzanno una guancia,strappando e lacerando muscoli e tendini che come elastici usurati sislegano dalla sua faccia, apre gli occhi basito, incredulo, quasistupito di quell'assalto notturno, e per farlo tacere per sempredecido di addentargli la gola portandogli via trachea, carotide epomo d'Adamo.
Mi giro verso la finestra.
Ce ne sono altri che come me vanno dicasa in casa, gente che urla in mezzo alla strada, sangue e visceredappertutto, qualche colpo di pistola, macchine che corrono impazzitee altre che finiscono la loro corsa contro alberi o recinzioni.
Non male per essere un lunedì sera.
ŞİMDİ OKUDUĞUN
Lunedì sera
KorkuQuando l'amore va oltre ad ogni gelosia, pregiudizio e ripicca, può sconfiggere anche la morte. E un lunedì sera può diventare molto movimentato.
