Cap.1

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Sarah's pov.

La intravedevo già da casa mia, quella scuola. Non era molto lontana.

Ma era solo il 13 settembre, non avevo voglia di circondarmi già da subito da quelle teste di cazzo.

Non mi andava di esser costretta a guardarli negli occhi, a parlare con quella gente.

Volevo semplicemente correre verso il mio posto e tenere ancora quella macchina fotografica un po' per me.

Purtroppo il dovere mi chiamava, dovevo andare a scuola.

Varcata la porta del liceo, ero solamente un numero, e non sapevo neanche quale.

"Sarah! Da quanto tempo!" mi incrociò Letizia.

Le sorrisi falsamente.

Non la conoscevo neanche, era soltanto una di quelle che saluta tutti, che le basta sapere nome e cognome di una persona per considerarla sua amica.

In realtà, in quella scuola non c'era nessuno a cui tenessi veramente. Non mi interessavano affatto quelle cavolate come essere popolare o essere sull'occhio di tutti. Non me ne fregava un cazzo.

La cosa di cui avevo costantemente paura, però, erano Simona e la sua fantastica compagnia.

Se mi beccavano nel corridoio ero fritta: l'ultima volta che questo accadde, finii per essere chiusa a chiave nel bagno della scuola per tutte e cinque le ore, tanto da essere stata ritenuta assente in classe e, come se non bastasse, mio padre non mi credette e me le diede di santa ragione.
Quante volte provai a spiegargli non si trattasse di un filone
ora proprio non ricordo, ma dopo quello, mio padre mi calò molto.

Ma non è la cosa peggiore che mi successe, comunque. Lascio immaginare.

Per fortuna il primo giorno andò tutto liscio. O almeno, a scuola andò tutto liscio.

Arrivata a casa, posai lo zaino accanto al portaombrelli e corsi in camera. Mi buttai sul letto, esausta.

Ed era solo il primo giorno.

"Sarah!" sentii mio padre brontolare.

Cazzo.

Aprì la porta della mia stanza.

"Come ti è andata oggi?" mi domandò, ma non era una vera domanda. Non glie ne fregava niente.

"Tutto okay." risposi io timorosa.

Si avvicinò a me e mi tirò una sberla.

Lo sapevo.

Cominciò a picchiarmi in faccia, forte e lentamente, come quasi sotto tortura.

Io rimanevo muta e immobile.

Non era la prima volta che succedeva una cosa simile.

Dopo la morte della mamma, lui non fu più lo stesso.

Forse aveva un'altra, ed avrei rispettato ogni sua scelta.

Ma questo era troppo.

Dopo circa mezz'ora uscì dalla mia stanza sbattendo la porta. Io restai impassibile.

Sopportavo, ma non riuscivo a sopportarlo. Un paradosso.

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⏰ Last updated: Jan 08, 2017 ⏰

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