È lunedì. Un altro inutile e noiosissimo lunedì.
Mi alzo dal letto e infilo istintivamente i miei piedi gelati nelle pantofole pelose, che probabilmente mia madre aveva recuperato da sotto il letto questa mattina.
Percorro il corridoio con ancora le palpebre che mi si chiudono alla vista della luce del giorno, e raggiungo la cucina senza sbattere fortunatamente contro qualche mobile.
Odio dovermi alzare alle 6:30 di mattina e prendere l'autobus strapieno di gente per andare a scuola. Sapere che mancano di nuovo cinque giorni a sabato è una tortura che si ripete ogni settimana.
Rovescio i cereali nel latte caldo e lo bevo velocemente , poi mi alzo dalla sedia e dopo una doccia rapida ritorno nella mia camera per vestirmi. Prendo un paio di jeans strappati e una canottiera accollata. A mia madre non piace questo mio modo di vestire, lo considera volgare e inappropriato per andare in giro, ma non ho intenzione di ascoltarla. Ormai nella scuola si vestono tutti così e io sono una persona che segue molto la moda di oggi.
Quando finisco di allacciarmi il bottone dei jeans corro verso la porta cercando di non fare rumore per non svegliare mio padre e mio fratello , ed esco di casa con lo zaino in spalla e il telefono in mano.
Dopo cinque minuti di attesa alla fermata dell'autobus , mi preparo al peggio ed entro nel mezzo pubblico tappandomi il naso e innescandomi tra la cinquantina di gente per cercare un posto libero per sedermi. Ma non c'era nessuno che si alzava per cedere il posto ad un'altra persona, perciò restai in piedi schiacciata completamente dalla gente che come me non vedeva l'ora di uscire per recuperare il fiato.
Restai un ora rinchiusa in quella specie di zoo, e quando finalmente l'autobus si fermò alla mia destinazione scesi sul marciapiede respirando aria pura ( forse non proprio pura).
Guardai l'orologio preoccupata . Erano le 7:59 , non ce l'avrei mai fatta ad entrare in orario. Corsi con il peso dello zaino in spalla per velocizzarmi ma qualcosa , anzi qualcuno mi fece cadere per terra. Alzai subito gli occhi per guardarlo.
Era Dylan, il mio migliore amico.
- Stai più attento la prossima volta!- protestai afferrando la sua mano per sollevarmi
- Scusami, ero distratto dal telefono
- E cosa guardavi di bello?- domandai spolverandomi i pantaloni
Guardai la sua espressione triste. Non riuscivo neanche a immaginare cosa era successo ad un ragazzo fortunato come lui.
- Il professore di ginnastica se ne è andato.
Pensavo che la cosa sarebbe stata più seria per come mi aveva guardato prima, ma capivo comunque che per lui era un grande dispiacere.
Il professor Cooper era il suo professore preferito dal primo liceo. Gli aveva messo sempre buoni voti e lo aiutava quando c'era qualche difficoltà in un esercizio. Dylan lo considerava un secondo padre e qualche volta lui veniva a casa sua siccome i suoi genitori erano stati i suoi compagni di classe dalle medie al liceo.
- Che cosa gli è successo?-
- Ha deciso di andare a lavorare in Canada- rispose con voce strozzata
Non stava piangendo ma notai una chiazzetta d'acqua sulla sua maglietta che non si era ancora asciugata e capii che la notizia gli era arrivata già da un bel po'.
Lo abbracciai forte. Un po' di conforto gli avrebbe fatto bene.
-Che ne dici se oggi non andiamo a scuola?- gli consigliai guardando i suoi occhi che stavano ricominciando a lacrimare
Annuì mostrandomi un leggero sorrisetto. Gli misi un braccio in spalla e ci allontanammo dal portone della scuola
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Un segreto da mantenere // Justin Bieber //
FanfictionUn barrista. Un puttaniere. Un professore. Un ragazzo.
