Mostri

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Fu nelle tenebre che lui li trovò.

Non tra i tetri monoliti nelle boscose colline illuminate dalla luna, non tra le danze selvagge intorno al fuoco notturno, richiami di epoche antiche e oscure, quando il mondo non era ancora nostro. No.

Li trovò nelle tenebre. Chiamavano e sussurravano, ringhiavano e deridevano.

Deridevano noi. La nostra ignoranza, la nostra superbia. La nostra certezza.

L'ossessione iniziò nei primi anni dell'infanzia, quando le storie di orrore e paura riempivano i sogni infantili di mostruosità assurde e inaspettate. Quando si svegliava di soprassalto nel cuore della notte, urlando, rincorso da immagini agghiaccianti e inconcepibili, specchio delle sue più profonde paure.

In seguito, si ritrovò a rimpiangere quei giorni, quando il terrore si nascondeva sotto il letto e negli angoli bui.

Gli anni passavano, ma all'ossessione non vi era fine: li cercava, come un lupo affamato fa con la sua preda.

Divorava i libri proibiti, tenuti sotto chiave nella biblioteca paterna. Cercava tracce nelle tetre colline ricoperte da boschi fitti e bui che circondavano la vecchia villa, scavate da gallerie labirintiche e antiche quanto il mondo. Esplorava i cimiteri e le cripte dei paesi vicini, in cerca di un segno, di un indizio della loro presenza.

Ma sempre tornava a mani vuote. Qualcosa gli sfuggiva, eppure era strano: non sentiva forse la loro presenza? Il loro richiamo, costante e potente?

Doveva continuare, non poteva arrendersi.

E così esplorò a lungo i segreti della scienza e della matematica, guardava il cielo notturno, contemplando i luminosi astri prossimi a questo infimo granello di sabbia vorticante, sicuro di poterli scorgere, anche se per pochi istanti, nelle distanze siderali vuote e inesplorate. Studiò a lungo la chimica e la fisica, incuriosito da quali potessero essere le loro proprietà corporee e materiali, tanto oscure e segrete da non essere ancora state scoperte. Contemplava le meravigliose e infinite forme della natura, immaginando quali sarebbero state le loro.

Ma la scienza e la matematica non si curano di certe cose: l'ingegno illumina il cammino, ma pochi vedono altre strade oltre a quelle battute a pochi centimetri dal loro naso.

E così viaggiò, a lungo e per molti luoghi. Visitò antichi templi e rovine dimenticate, ammirò culture lontane e stravaganti, le cui origini risalgono alla notte dei tempi. Si spinse dove altri non avevano neanche mai tentato, in posti che mai avevano visto l'ombra dell'uomo.

Lesse antichi documenti e pergamene dai significati arcani e misteriosi, parlò con saggi e uomini di fede.

Ma nel mondo non vi era traccia di loro. La gente tende a dimenticare certe cose, perché la sicurezza del quotidiano è più confortante del'incertezza dello straordinario.

E così, egli tornò a casa, deluso e ormai arresosi alla futilità della sua ricerca, attraversò la grande città nel buio della notte.

E fu lì, attratto dai rumori provenienti da un vicolo, nelle tenebre del quotidiano, del certo e del sicuro, che lui li trovò: perché nelle tenebre vide un uomo divorarne un altro, consumando avidamente l'orribile pasto con fame insaziabile, come fosse l'ultimo; lo vide straziare le tenere carni del suo simile con i denti e le unghie, ridendo felice, con inquietante euforia. E quando quello si voltò, nel volto ricoperto di sangue vide dipinto il sorriso tetro e demente della follia da lungo celata.

Infine, li aveva trovati, i mostri che aveva tanto cercato.

Li aveva trovati, ed erano sempre stati intorno a lui.

"Homo homini lupus"


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