Non voltarti.

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Poggiai il pallone sotto la sedia di plastica, in garage. Uscii nel parcheggio dietro il palazzo; non chiusi la serranda, mia sorella sarebbe scesa a prendere la macchina qualche ora dopo.
Erano circa le diciannove e un quarto, le ombre si allungavano allontanandosi dalle montagne a ovest. Mi avviai verso i garage interni, puntando alla porta in alluminio che nascondeva le scale. Quando ero scesa non mi ero richiusa la porta alle spalle: mi ero diretta verso il garage correndo allegramente, volevo solo avere la palla tra i piedi.
Lì sotto, nell'atrio delle cantine interne, l'oscurità governava.
Mi trovai di fronte la porta metallica semichiusa, oltre di essa vi era il buio completo.
Quell'aria tetra mi inquietava: avevo il sospetto che ci fosse qualcosa nel buio.
Avvicinai lentamente la mano alla maniglia in plastica per aprire la porta del tutto.

Ero nell'oscurità; portai l'altra mano verso l'interruttore della luce, ma sentii aria calda avvolgere il braccio. Cercai di scrutare qualcosa nel buio e, alzando leggermente lo sguardo, notai due luccichii poco distanti tra loro.
C'era qualcuno lì?!
Sperai che fosse qualcuno del palazzo, ero troppo abituata ad avere scene horror di fronte agli occhi.

Decisi di accendere la luce con uno scatto della mano ma, appena premetti l'interruttore, la lampadina che aveva intenzione di accendersi si spense in un piccolo bagliore arancione.
Rimasi immobile, andai in apnea. L'aria calda e umida mi alitò sul polso.

Pensai di dover scappare, ma se fosse stato un vicino? Cosa gli avrei detto? Mi avrebbe preso per pazza.
D'altra parte, se fosse stato un pericolo...

Un'energia maligna mi scaraventò in avanti, dove doveva trovarsi il proprietario di quegli occhi. Ma non urtai nulla, se non il pavimento e il muro vicino all'ascensore.
Un gemito mi uscì dalla bocca, causato dal colpo.
Tremavo, possibile che una cosa del genere accadesse a me? Era assurdo. Forse mia madre si sbagliava, forse quelle cose non erano così finte da accadere solo nei film.

Mi mossi, mettendomi in ginocchio. Non riuscivo a vedere nulla, ma notai che la porta era stata chiusa. Ero tra l'ascensore e le scale.
Presi coraggio, dovuto forse all'adrenalina che mi scorreva nel sangue.
Mi alzai con uno scatto, puntando verso la porta; ma un'energia mi rigettò all'indietro con il doppio della velocità. Sembrava che ci fosse una barriera, ma non mi arresi: continuai a scaraventarmi contro quel muro invisibile, più volte, fino a riempire di lividi le spalle.
Provai e provai, poi notai uno sfrigolio nell'aria e pensai subito che fosse un punto debole di quella barriera, come un punto cieco tra telecamere.

Scattai in avanti, e quella fu la volta buona. Urtai la porta metallica, ma mi ripresi subito; abbassai rapidamente la maniglia e attraversai la porta senza voltarmi. Scappai a destra, verso il parcheggio all'aperto. Arrivata alla "piazzetta", mi volsi verso sinistra, intraprendendo la salita che portava alla strada. Con la coda dell'occhio controllai che non avessi nessuno alle calcagna e arrivai al cancello.

Era chiuso.

Non potevo scavalcarlo, era troppo alto e avrei rischiato di infilzarmi con le sbarre appuntite.
Tornai giù, diretta verso la rete metallica che divideva il parcheggio privato del palazzo dalla zona industriale della città. Aprii il cancelletto e corsi verso destra, cercando di non cadere  nella discesa di rupi che mi separava dalle fabbriche.

Arrivai alla rete del palazzo vicino, entrai nel parcheggio. Sostai un secondo, per riprendere fiato, poi mi diressi lungo la salita.
Da lontano vedevo il cancello aperto, aumentai il passo.

Ero ad un metro dalla salvezza.

Il tempo sembrò rallentare, vidi le sbarre avvicinarsi l'una all'altra con uno scatto, fino a scontrarsi e generare un tonfo.

L'aria sembrò vibrare e il suono del metallo che faceva attrito mi punse i timpani, provocandomi dei brividi.
Mi pietrificai...
Non era possibile, non era davvero possibile.
Mi diedi un pizzicotto, chiusi gli occhi.

Li riaprii.

No, non stavo sognando; ma ciò non escludeva il fatto che stessi vivendo un incubo.

Fuga.Historias para obsesionarse. Descúbrelo ahora