Quando sappiamo di dover perdere delle persone, in noi scatta un meccanismo di incoscienza e difesa. Una sorta di velo bianco che ci fa dimenticare la totale consapevolezza che quei momenti non torneranno più.
Siedi accanto a quelle persone, ci parli, le guardi sorridere e una parte di te soffre silenziosamente per quella che sai sarà una mancanza lacerante nella tua vita. Ma l'altra parte di te vive qui momenti nella normale quotidianità, è questa la parte più naturale che automaticamente gestisce le emozioni e le decisioni.
L'essere umano dimentica spesso di essere di passaggio su questa terra, pur essendo questa una cosa indiscussa e certa.
L'essere umano tende a vivere ogni giorno come se il giorno dopo fosse scontato e simile ai giorni precedenti.
Non capirà mai quanto il cuore possa essere più leggero se riusciamo a risparmiarci la rabbia, il risentimento dei brutti momenti.
Non capirà mai quanto le azioni si ripercuotono su un'anima che non trova pace perché pensa di avere ancora molto tempo per risolvere le cose.
La verità è che non abbiamo tutto quel tempo.
La verità è che ci svegliamo un giorno tra le braccia di nostra madre e non capiamo che un giorno quelle braccia non ci saranno più a stringerci.
È così difficile vivere stabilendo un tempo per noi
Quando non sappiamo quanto tempo ci resta.
La perdita è inconfessabile, la mancanza è uno dei segreti che ognuno di noi custodisce a pugni chiusi, si serra il cuore e si respira.
E Léna, aveva perso se stessa per questo ogni sera guardava il mare e mentre le onde cancellavano ogni traccia del oggi, lei respirava a polmoni pieni le stelle e la malinconia.
Erano passati 9 mesi da quel giorno,
9 mesi interminabili, come ogni sera all imbrunire il silenzio diventava insopportabile...
Stavo per entrare in doccia quando mi chiamò Greta;
"Lèna, stasera c'è un falò in spiaggia e c'è anche Sam, ti prego ti prego accompagnami, alle 10.30 sono da te".
Avrei dovuto dire no Greta, non mi interessano le tue cotte estive, non mi interessa vedere che le persone si divertono, parlano, ridono e vanno avanti mentre io ho il cuore incastrato e le lacrime sembrano giocare a ping-pong tra stomaco e gola.
Avrei dovuto dire, non mi interessa niente in realtà da quando non c'è lui, ma quello che dissi è se ci tieni, ti accompagnerò.
Pentita di quelle parole appena pronunciate sprofondai nella vasca da bagno, fino a quando l'acqua copri ogni emozione che non ero più in grado di dosare.
Alle 10.20 Greta era già sotto casa, nella sua fastidiosa perfezione.
Era raggiante, pensai a quanto in quel momento avrei voluto possedere la sua leggerezza e il suo punto d'incontro con il mondo.
Guardai il suo vestito a fiori bianchi e neri con delle piccole sfumature di verde che definivano il suo corpo longilineo.
Io avevo messo su,
una canotta bianca e una gonna rossa senza pensarci troppo, avevo lasciato i capelli sciolti e avevo nascosto la notte passata con velo di cipria e abbondante mascara.
Sapevo benissimo di non poter chiedere ai miei occhi di non parlare, così da giorni, la seconda passata di mascara mi sembrava una soluzione sufficiente per evitare che gli altri mi domandassero quanto e come avessi dormito.
La risposta di Greta ai miei pensieri fu incalzante.
Mi sfiorò la mano e mi disse stai benissimo e sono davvero contenta che tu sia venuta.
Una canzone nascose il mio sospiro.
Alzai il volume e per tutto il tragitto misi a tacere i ricordi.
Greta mi osservava ad ogni curva, le sue labbra mordevano preoccupazione.
Prima di arrivare in spiaggia e raggiungere gli altri, la guardai e mi sentii in colpa, per i suoi vani tentativi di farmi stare meglio, per il suo tempo speso a curare il mio orologio fermo, per tutte le volte che la sua spalla ha sorretto la mia testa senza dire una parola e con la voce stridula la rassicurai pregandola di divertirsi con il suo Sam.
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Komorebi
FantasyKomorebi è una parola giapponese intraducibile che indica quel momento in cui la luce del sole filtra tra le foglie. (Aggiornamenti e correzioni a fine opera).
