Lunedì, quel giorno della settimana odiato da tutti, dove le persone non fanno altro che lamentarsi dell'inizio di una settimana lavorativa e raccontare come hanno passato il "favoloso" weekend.
Come tutte le persone normali io odio profondamente questo giorno della settimana, in modo particolare il nome in se: "Lunedì", che fantasia dedicare un giorno alla Luna, cosa ha di negativo questo satellite? Perché non chiamarlo Depredì, il giorno dedicato alla depressione? Secondo me sarebbe più coerente.
Succedeva così tutte le mattine quando mi incamminavo verso la stazione dei treni del mio piccolo paese, un'area microscopica e insignificante del pianeta Terra: facevo dei ragionamenti alquanto inutili riguardo ad argomenti di svariato tipo.
Quella mattina di dicembre il ragionamento fu più improbabile del solito, forse perché ero turbata da un qualcosa di misterioso: avevo la sensazione di essere seguita nonostante mi continuassi a voltare per poi non vedere nessuno.
Mi divertivo a strascicare i piedi sul marciapiede ricoperto da un sottile ma non innocuo strato di ghiaccio, che mi permetteva di sperimentare l'assenza di attrito.
L'aria congelata mi solleticava le labbra nascoste dallo sciarpone di lana che mi aveva donato mia nonna lo scorso inverno e il paesaggio innevato mi dava una sensazione di atmosfera magica.
Mi sentivo una pattinatrice a scivolare sul ghiaccio: mi dava una sensazione di leggerezza dell'anima e di libertà.
Mentre mi divertivo come una bambina a sperimentare la mia bravura in questo meraviglioso sport arrivai alla stazione dei treni; come di solita routine mi incamminai verso il binario 2, quello che portava al centro di Milano ove era situata la mia scuola, senza alzare lo sguardo perché avrei potuto incrociare quello di Simone.
Simone era il ragazzo più carino del paese: capelli castani e occhi scuri, una combinazione assai semplice si potrebbe dire, ma che sul suo volto appariva straordinaria; era molto alto e portava degli occhiali neri che gli davano un aspetto da nerd, rendendolo ancora più attraente.
Tutte le volte che passavo al suo fianco istintivamente abbassavo lo sguardo perché una come me non poteva neanche posare lo sguardo su di lui, ma io ne ero pazzamente innamorata.
Cosa poteva trovare di bello in me? In un fisico sproporzionato dovuto allo sport che praticavo, la pallavolo, che in cambio di grandi soddisfazioni forniva spalle larghe e cosce di un diametro esagerato, in occhi color nocciola e in capelli corti costantemente arruffati? Risposta esatta: assolutamente niente.
Passai vicino alla prima panchina della stazione, dove solitamente era seduto in attesa del treno, e lo sentii parlare con uno dei suoi amici; solo il suono della sua voce mi fece arrossire e mi portò ad aumentare il passo per raggiungere il prima possibile la fine della stazione dove era situata la mia postazione di fiducia.
Nell'aumentare il passo non mi resi conto di camminare sopra una lastra di ghiaccio e a causa della mia scarsa attenzione scivolai e mi ritrovai accasciata al suolo.
Successe tutto in pochi secondi.
Prima che aprissi gli occhi sentii una mano premere contro la mia testa provocandomi un lancinante dolore al cranio: era come se al suo interno fosse stato appiccato un fuoco.
Provai a gridare dal dolore ma nessun suono uscì dalla mia bocca: era come se mi avessero privato delle corde vocali.
Cosa stava succedendo?
Chi mi stava torturando?
Stavo morendo, me lo sentivo.
La forte mano continuò a premere sulla mia testa, mentre un'altra altrettanto salda mi sollevò da terra scuotendomi senza ritegno.
Non mi sentivo più la testa.
Non mi sentivo più il corpo.
Mi sentivo come un invertebrato.
Non ero più io.
Improvvisamente fu tutto buio.
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La foresta della verità
FantasyAnita, ragazza sedicenne di Milano, in seguito ad una brusca caduta, si ritrova in una misteriosa foresta dai mille colori autunnali. Il panico invade la sua mente, soprattutto quando incontra creature magiche mai esistite sulla faccia della terra. ...
