Eccomi finalmente in quel luogo che per una vita intera ho sognato. Seduto, ad occhi chiusi, sento il rumore del mare e il sole che mi scalda la pelle, ormai piena di rughe. Le risate dei bambini che giocano mi sembrano strane, sono nuove per me. Non le ho mai ascoltate io.
Ora sono nel paese in cui sono in vacanza, sto passeggiando, senza una meta. Sono agitato ma ci metto un po' a capire il perché: sui lampioni, sulle vetrine dei negozi e dei bar c'è una foto, la mia foto. La riconosco, risale a circa venti anni fa, forse di più. Laura mi aveva telefonato, non la sentivo da mesi. "Ben non si ricorda più la faccia che hai, vorrebbe una foto di suo padre" mi aveva detto. Non ebbi il coraggio di rispondere o sentire altro, riattaccai e il giorno successivo le mandai la foto con il telefono. Da quel giorno più alcun contatto.
Mi avvicino a una delle foto per capire perché il mio volto sia ovunque, mentre l'ansia mi assale. Sotto la foto due nomi e due numeri di telefono: "Benjamin 0524676893, Evelyn 0521670882". Il primo nome è di mio figlio, che non vedo da ventuno anni, che non avevo mai sentito parlare né ridere. Non conoscevo quello della ragazza: forse era sua moglie, che lo stava aiutando? Ma a fare cosa poi?
Corro da una foto all'altra, tutte uguali ma con scritte diverse. Insulti di ogni tipo che, invece di offendermi, mi fanno sentire la persona più orribile di questo mondo.
"Grazie papà per tutto quello che non hai mai fatto per noi, perché un'offerta di lavoro dall'altra parte del mondo è più importante della famiglia".
Un dolore e una tristezza incredibile mi colpiscono. Come potevano i miei figli farmi questo? Io li avevo abbandonati per lavoro, ma la colpa era di Laura, che non aveva voluto trasferirsi. Inoltre si arrabbiò così tanto quando accettai da non volermi più vedere. Lo sapevano loro questo? Avevo dedotto che Evelyn dovesse essere mia figlia, una figlia mai vista perché nata dopo la mia partenza, che mi era stata nascosta dalla madre.
Ora toccava a me.
Quei numeri di telefono erano come un invito, un messaggio che mi spingeva a chiamare se ero interessato a loro. Ed io lo ero. Afferrai il telefono e digitai uno dei due numeri senza fare attenzione a chi appartenesse, che differenza avrebbe fatto, nessuno dei due in fondo mi conosceva.
Squillava e squillava.
Aspettavo con ansia l'istante in cui quel suono meccanico si sarebbe interrotto per far spazio alla voce di una parte di me. Ma non arrivò. Tutta la speranza di poterli rincontrare svanì. Evidentemente era troppo tardi. Avevo perso troppo tempo senza fare niente e questa era la mia punizione. I miei occhi si appannano di lacrime che, pesanti, iniziano a scendere sulle magre guance. Appoggio le mani sulle palpebre, per cercare di fermare quel fiume in piena , quando le tolgo, le foto non rappresentano più me.
Sono bambini, che giocano con una coloratissima palla, su uno scivolo verde speranza, che ridono. Sono i miei bambini.
Che cosa vuol dire tutto questo, come è possibile una cosa simile?
Intuisco una strana sensazione di consapevolezza che però rifiuto di ascoltare. So che se mi muovo tutto questo potrebbe scomparire, quei ricordi che come flash sto inserendo nel mio cuore sarebbero eliminati. Ed ecco che, proprio mentre penso a questo, una pallonata mi arriva su una gamba. Riapro gli occhi, confermando quello che da qualche istante avevo intuito. Passo la palla ai bambini che ancora giocano e ridono sulla spiaggia e li ringrazio.
Mi alzo, raccolgo le mie cose e decido di partire per un lungo viaggio che mi porterà dall'altra parte del mondo, dove forse davvero, tanto tempo fa, due fratelli giocavano con una palla colorata, ma senza che il loro papà potesse fargli i complimenti per i tiri che facevano.
KAMU SEDANG MEMBACA
Ad occhi chiusi
RomansaForse quei bambini in spiaggia non capiranno mai che, proprio dalle loro risate, è partito un viaggio ad occhi chiusi che mi ha permesso di cambiare, di tornare indietro nel tempo.
