Cinque minuti alle sette. I luminosi numeri analogici del dispositivo gli accecarono per qualche secondo la vista. Richiuse gli occhi e rigirò la testa. Fissò il soffitto per interminabili minuti: un'altra giornata stava per iniziare. Non avrebbe voluto lasciare quel caldo e accogliente tepore che le lenzuola, di prima mattina, gli davano. Si sedette sul letto, di traverso, spostò il cuscino contro il muro, appoggiando la schiena alla testata del letto. Si stropicció gli occhi e sbadiglió. Non voleva alzarsi, non voleva rituffarsi in quel mondo, un mondo che non aveva mai sentito proprio e che, in quel momento, aveva paura di affrontare...più di ogni altra cosa: quella monotonia lo opprimeva. Quando riuscì a trovare la forza si alzò e si vestì con grande calma e lentezza, quasi come se ogni sua azione fosse sotto esame. Andò in bagno a lavarsi la faccia, strofinandosi gli occhi ed asciugandoli poi successivamente con un panno pulito. Tornò in camera e infilò i pantaloni, i calzini, poi le scarpe e prese la solita felpa, dai colori ormai mezzi sbiaditi. Scese in cucina. C'era freddo. Chissà da quant'è che non accendeva il caminetto. Sul tavolo erano accatastate pile e pile di circolari e scartoffie varie di mamma e papà, i "grandi lavoratori". Papà è manager della WinjettoCorporation, una grande e famosa azienda di elettrodomestici nel Nebraska, e mamma era sua assistente segretaria. I grandi lavoratori... Orami era da più di un mese che non li vedeva. Saranno stati molto occupati...Si erano separati da ormai un paio di anni. Ma alla fin fine, tutto era rimasto come un tempo. Anzi, era come se non avessero divorziato affatto. Si ritaglió un piccolo spazio di tavolo togliendo una pila di fogli di carta ed appoggiandola a terra. Poi aprí il frigo: un panetto di burro e qualche uova. Come al solito sempre poco fornito... Chissà da quanto tempo era che non faceva una colazione come si deve. Prese un paio di uova. Le ruppe e le mise sulla pentola col fornello acceso. Aspettò qualche minuto, guardando formarsi il tipico colore bianco limpido dell'albume. Poi prese un piatto, uno dei pochi puliti che rimaneva in credenza. Le mangiò con foga, come se dovesse sfogarsi con qualcuno. Si alzò e ripose il piatto nel lavandino ormai stracolmo di stoviglie da lavare, con una famiglia di mosche che gli aleggiava felicemente sopra. Andò in soggiorno a prendere lo zaino che aveva lasciato il giorno prima. In quel momento si accorse, passandoci davanti, che un tizio stava dormendo sul divano. Puzzava di fumo e di alcool e molto probabilmente nella notte aveva vomitato. Era ridotto uno schifo, insomma. Ma non si sorprese per nulla a quella vista. Kay aveva 24 anni ed era suo fratello. Lavorava in un fast food al di là della strada e quello che guadagnava lo spendeva in serate. La sera prima, come tutte le sere d'altronde, era uscito e aveva fatto tardi. Lui, teoricamente, è la persona che dovrebbe acudirlo, ma puntualmente finiva per essere l'esatto contrario. Era sempre stato così, anche prima delle continue partenze di mamma e papà, i quali non avevano sicuramente tempo per pensare ai suoi problemi. Sul tavolino in vetro di fronte al divano c'era un mucchio di tabacco e una decina di bottiglie vuote. Chiuse gli occhi. Fece un respiro profondo, prese lo zaino in spalla ed uscì frettolosamente in strada, con una profonda lacrima che sembrava creargli un solco sul viso...
