Livia

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Vi siete mai chiesti perché avere sedici anni sia così importante?
In fondo anche le fiabe ci insegnano che è un'età fondamentale, piena di cambiamenti. Biancaneve addenta la mela a sedici anni, come Aurora che si punge col fuso o la Sirenetta che emerge sulla terra per amore del principe. Tutte alla stessa età. E se questo non fosse riservato solo alle storie raccontate prima di andare a dormire, ma anche alla realtà, cosa pensereste?

Aprii gli occhi, dopo che il sole con il suo bagliore, illuminò l'intera stanza.
Mi voltai, afferrai gli occhiali sul comodino e vidi l'ora sul display del cellulare. Erano le 08:05.
Cavolo.
Dovevo essere a scuola entro dieci minuti.
Di corsa andai in bagno e mi lavai velocemente, afferrai i primi abiti dall'armadio e scesi le scale, dirigendomi verso la porta.
"A più tardi mamma! Ciao, papà!" urlai afferrando la borsa mentre i due si godevano la colazione a base di un buon caffè e fette biscottate con burro e marmellata.
Avevo perso il pullman e così, mi avviai verso scuola correndo come una matta per le strade di Thunder Hills.
Tutti i passanti si voltavano nel vedermi correre come una furia. Come se non bastasse un cane intralciò il mio allenamento mattutino, fiondandosi sulle mie gambe. Caddi sul terreno e la maglia bianca che indossavo si sporcò. Non mi importò molto dopotutto ero inseguita da un rottweiler piuttosto arrabbiato o magari desideroso di coccole.
Qualsiasi fossero le sue intenzioni, accelerai il passo. Di certo non avrei voluto scoprirlo date le sue dimensioni.
Alla fine riuscii ad arrivare in tempo e nell'istante in cui suonò la campanella, mi ritrovai nell'edificio scolastico.
Mi avvicinai al mio armadietto cercando di nascondermi dagli sguardi indiscreti di tutti i ragazzi.
"Cos'hanno da guardare?!" dissi esasperata.
"Beh, diciamo che la tua maglia è più marrone che bianca, sembra che tu abbia due ratti sulla testa al posto dei capelli e ti si sono spaccati gli occhiali." rispose Chelsea.
Chelsea era la mia migliore amica, nonché unica amica.
Aveva capelli lunghi e neri che portava sempre sciolti in avanti, occhi azzurri e carnagione chiara.
Era davvero una bella ragazza peccato che fosse troppo sincera.
Ma era questo che amavo di lei. Adoravo la sua sfacciataggine e la sua franchezza a differenza di tutte le altre persone che col tempo avevano iniziato ad allontanarla, considerandola un po' troppo eccessiva o volendo utilizzare un linguaggio più comune, stronza.
Fui l'unica ad accettare la sua onestà e così Chelsea Marleen e Livia Moonfrey diventarono amiche del cuore.
"Darren, ore dieci." affermò sottovoce.
Darren Phillips, il ragazzo più bello della scuola.
Occhi verdi, capelli biondo scuro, labbra carnose e fisico mozzafiato. Il desiderio delle ragazze di tutta la scuola ed anche mio.
Avevo una cotta per lui dall'elementari ma non mi aveva notata nemmeno una volta in tutti quegli anni.
Insomma le regole le conoscevo, la ragazza sfigata non poteva stare con il quarterback.
Stava per passare accanto al mio armadietto in tutta la sua bellezza e nella mia mente partì una canzone ad effetto mentre mi sembrava quasi di vederlo camminare in slow motion.
"Come sto?" domandai nervosa alla ragazza.
"Ci vorrebbe un lanciafiamme."
La guardai e sorvolai sul suo commento dolce e delicato come sempre.
"C-ciao." sussurrai salutandolo.
Darren per la prima volta in nove anni mi aveva notata.
Si voltò e mi guardò. I suoi compagni lo seguirono e tutto ad un tratto mi trovai gli occhi di tutti puntati addosso.
Restò in silenzio, impassibile, ma poi lui e tutta la sua banda scoppiarono in una sonora risata e se ne andarono, dopo che alcuni di loro mi chiamarono con nomi non molto gentili.
Sospirai e mi diressi verso la classe di matematica.
Mi sedetti al solito banco, l'ultimo a destra, il più nascosto ovviamente.
C'era anche Darren.
Il corso di matematica era l'unico che avevamo in comune e nonostante odiassi il mio professore (il quale odio era reciproco), venivo volentieri per lui.
Ma dopo la figura di pochi minuti prima non mi andava proprio di incontrarlo, ma non ebbi altra scelta.
Sperai che il professore si dimenticasse di me almeno quel giorno, anche perché con gli occhiali fuori uso la mia vista era più annebbiata della nebbia stessa.
Abbassai lo sguardo quando il professore dai capelli e baffi brizzolati, sistemò gli occhiali sopra al naso, e cominciò a leggere i nomi dal registro per poi chiamare il fortunato interrogato.
Solo nel momento in cui avevo gli occhi bassi, notai che quel docile cane mi aveva stracciato i jeans quando si era aggrappato alle mie gambe.
Erano i miei preferiti, cavolo.
Mi rincuoravo ripetendomi che quella giornata non poteva proseguire peggio di così.
"Moonfrey!" esclamò il signor Thomson "Vieni alla lavagna."
Ovviamente.
Mi aveva interrogato quattro volte in un mese ma sono dettagli questi.
Mi avviai verso la cattedra lentamente, per evitare di sbattere in qualche banco.
Mancava poco che mi servisse un cane guida, qualsiasi animale guida, addirittura una talpa avrebbe visto meglio di me.
"Professore, i miei occhiali si sono spaccati non vedo nulla." dissi sperando di essere graziata.
"Non è una buona scusa, signorina. La matematica si fa con la mente non con gli occhi."
"Ma, profes..."
"Niente ma!! Incominciamo."
E così incominciammo.
I numeri sulla lavagna sembravano solo delle macchie bianche informi.
Alla fine dopo essermi beccata una bella ramanzina dal signor Thomson per non aver studiato (nonostante l'avessi fatto) e aver fatto un altro sketch comico davanti a tutta la classe e soprattutto davanti a Darren, uscii da scuola.
Camminai a vuoto per la città, sperando che passeggiare mi rallegrasse un po' e quando il sole cominciò a tramontare mi incamminai verso casa.
Notai l'auto di Chelsea nel vialetto di fronte casa mia e stranita, infilai le chiavi nella fessura.
"Sono tornata." esclamai, buttando la borsa sul pavimento.
Mi avviai verso il divano sospirando. Volevo scaraventarmici su e dormire per dimenticare quell'orribile giornata. "Sorpresa!!"
La luce del salone si accese improvvisamente e al centro della stanza c'era i miei genitori, Chelsea e a mia grande sorpresa, zia Amara.
Sorrisi incredula e un po' confusa.
"Allo scoccar della mezzanotte diventerai una sedicenne!" esordì zia Amara, tutta esaltata.
Non la vedevo da anni ormai. Era una zia molto particolare, l'ho sempre ritenuta una tipa stramba ma una fantastica zia.
Portava una lunga gonna nera e una maglia verde scuro, indossava tre tipi diversi di collane che le penzolavano sul seno e molti bracciali su entrambe le braccia. I capelli castani e ricci li teneva legati in una treccia che portava nel lato, mentre sul capo ci poneva una bandana abbinata alla maglia. Aveva all'incirca trentacinque anni ma il suo modo di vestire stravagante la ringiovanivano.
Corse vicino a me e mi abbracciò forte.
"Mi sei mancata tantissimo."
"Anche tu, zia." risposi ricambiando l'abbraccio.
Restammo tutti insieme per la cena. La mamma preparò un menù delizioso che si concluse con una perfetta torta alla panna e cioccolato.
Aspettammo la mezzanotte prima di mangiarla chiaramente, dopodiché Chelsea ci salutò e ritornò a casa sua.
"Leticia, dai tu la notizia?" disse la zia.
"Si...Nulla di eccezionale cara, tua zia rimarrà qui da noi per un po'. Non sei felice?"
Zia Amara qui, in casa nostra?
Le volevo bene si, ma era un po' matta ma in fondo mi faceva piacere che restasse. Ci voleva un tantino di allegria in questo posto.
"Basta che non faccia guai." interferì papà.
"Tranquillo, Charles, farò la buona." scherzò la donna sorridendo maliziosamente.
Restammo a chiacchierare ancora per un po' di tempo ma poi ritornai in camera mia mentre papà e mamma aiutavano zia Amara a sistemare le sue cose.
Sentii bussare lievemente alla porta della mia stanza e pian piano entrò mamma e si sedette accanto a me sul letto.
"Allora, come sta la mia bambina?"
"Stanca."
Restò un istante in silenzio poi continuò: "È da quando sei tornata che sei un po' giù di corda, è successo qualcosa a scuola?"
"No, nulla. Sto bene, mamma." insistetti.
"Volevo organizzarti una vera festa, una con il deejay, patatine, magari qualche birra, senza dirlo a tuo padre, ma tu non hai amici."
Grazie, mamma. Sei davvero d'aiuto, mi hai davvero risollevato il morale.
"Tranquilla, mamma, sono stata bene con voi. Non ho bisogno di una festa."
Si avvicinò al mio viso palesemente turbato, e mi stampò un dolce bacio sulla fronte.
"Vedrai che le cose cambieranno e tutto andrà meglio. Ora hai sedici anni." mi rassicurò e uscì dalla stanza.
Ormai era da quando avevo sei anni che speravo che con l'arrivo di un nuovo anno le cose potessero migliorare ma mi ritrovavo sempre con una bella porta sbattuta in faccia e sicuramente le cose non sarebbero cambiate quest'anno.
E così chiusi gli occhi, cercando di smettere di pensare a questa giornata, la giornata peggiore della mia vita.

Spazio autrice
Salve a tutti!!
Sono ritornata con una nuova storia e spero che questo primo capitolo vi sia piaciuto. Ovviamente da questa prima parte sono poche le cose che si possono capire quindi vi invito a leggere i capitoli successivi che saranno sicuramente più interessanti.
Beh, che dire, spero di avere anche qualche vostro parere positivo o negativo che sia.
Grazie mille! A presto💕

Sixteen Stories to obsess over. Discover now