Extract the eternal from the ephemeral.
Aveva sempre le mani sporche d'inchiostro.
Spesso erano soltanto piccole macchioline sulle punte delle dita, più raramente erano vere e proprie parole, o frasi, o scarabocchi poco chiari che cercava di nascondere alla vista abbassandosi le maniche della camicia.
Era buffo come a volte, senza neanche accorgersene, si passasse una mano sul viso detergendosi il sudore o strusciandosi gli occhi, e quando riabbassava il braccio ecco spuntare uno sbuffo di inchiostro sulla fronte, una macchia sulla guancia, l'ombra di una parola appena sopra le palpebre.
Quando glielo facevano notare, lui li fissava perplesso, come se non sapesse di cosa diavolo stessero parlando, poi ci rifletteva un po' su e infine rideva piano, una risata timorosa e sottile, mentre invano cercava di ripulirsi il volto con quelle stesse mani che lo avevano sporcato.
C'erano giornate in cui all'università non si presentava affatto. Spariva, e nessuno ne sapeva più nulla.
Non che a qualcuno interessasse, suppongo. Era quel tipo di uomo che a parlarci per più di due minuti ti metteva addosso una sorta di strano, inspiegabile disagio, un nervosismo crescente e immotivato che ti costringeva ad abbassare il capo, ad inventare una scusa su due piedi per allontanarti in silenzio, ad evitare i suoi occhi a tutti costi, ad evitare lui e basta, se si era troppo sensibili.
Non che fosse aggressivo, o provocatorio, o trattasse argomenti troppo pesanti o incomprensibili.
Era semplicemente lui. L'aura attorno a sé, il suo sguardo, il suo soprabito beige da cui non si separava mai, la camicia abbottonata fino al collo e le mani sempre tremanti, sempre instabili, sempre impacciate, proprio come il suo respiro quando doveva chiedere a qualcuno di passargli gli appunti dopo tre giorni di assenza di cui nessuno sapeva il vero motivo.
Eppure, era anche quel tipo di uomo che non rimaneva mai solo.
Suppongo che certe cose non si possano spiegare, ma che debbano essere viste dal vivo, osservate e capite, se si è abbastanza acuti.
Nessuno gli parlava, ma tutti gli stavano attorno. Nessuno gli si avvicinava mai abbastanza da entrare nella sua vita, o almeno mai abbastanza da ricavarne una fugace, segreta occhiata su ciò che faceva di lui tutto quello che era. Eppure, erano sempre lì. Animali curiosi, famelici, in agguato, affascinati dal diverso.
Era come se la gente si sentisse irrimediabilmente attratta dalla sua presenza. Era come se non potessero fare a meno di averlo nelle proprie giornate, di trovarlo lì seduto alla panchina sotto il ciliegio, accanto alla finestra della biblioteca, all'ultimo banco dell'ultima gradinata dell'aula magna, o in un angolo della mensa a leggere di Hemingway o Whitman mentre stuzzicava con la forchetta un piatto di insalata scondita.
Essere sempre circondato da persone a volte lo irritava. A volte si guardava attorno, e trovando tutti quegli sguardi indiscreti, invadenti, curiosi su di sé, lo vedevi stringere la mandibola, o grattarsi un braccio fino a farsi male, o alzarsi improvvisamente e spostarsi in un'altra stanza, in un altro luogo, in un altro mondo dove nessuno poteva incollargli gli occhi addosso e provare a penetrare all'interno della sua pelle.
Quando credeva che nessuno fosse nei paraggi, mormorava. Inizialmente, ad un orecchio distante e magari poco acculturato, poteva sembrare che fossero parole senza senso, poteva addirittura sembrare che fosse pazzo, con quell'aria allucinata mentre muoveva piano la bocca e si stringeva le ginocchia con le mani, come se avesse paura che le sue gambe potessero portarlo via, da qualche altra parte, senza chiedergli il permesso.
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Of Love And Other Demons
Fanfiction"For you was I born, for you do I have life, for you will I die, for you am I now dying." Aveva sempre le mani sporche d'inchiostro.
