CAPITOLO 1 - 30 Giorni al Codice Uno

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Giro la chiave e scendo dall'auto.

Le antenne dei furgoni televisivi sbucano da dietro la folla che si è ammassata contro il corrimano, sul marciapiede del Golden Gate, all'ombra della torre di sostegno.

Una folata umida di vento mi sferza in faccia. È un novembre davvero freddo. Mi abbottono l'impermeabile e mi avvio verso la folla di curiosi, i soliti feticisti del suicidio che non hanno niente di meglio da fare che starsene lì ad aspettare che il pazzo si butti di sotto; non mi stupirei se qualcuno avesse la mano ficcata nei pantaloni a trastullarsi l'uccello.

La star, questa volta, è salita fino a metà della torre. È un puntino nero attaccato al terrazzo. Deve tirare un vento fortissimo lassù.

Mi faccio largo tra la folla, e devo spingere perché quei fetenti non vogliono perdere posizioni. Le grida dei pochi che ancora strillano per non farlo gettare soverchiano il vociare confuso. Dalle corsie aperte, le auto passano piano, le facce appiccicate ai finestrini nella speranza di vedere qualcosa.

Daniel è attaccato alla ringhiera, lo sguardo puntato sul suicida, la mano a coprirsi gli occhi dal sole e appese al collo le solite tre macchinette fotografiche; che se ne farà mai di tutte quante.

Mi massaggio il retro del collo. L'impermeabile è intriso della brezza dell'oceano. Scuoto la mano, la infilo in tasca e l'asciugo contro la fodera.

Daniel si volta e mi sorride. «William!» Fa cenno con la mano di raggiungerlo.

Gli vado accanto e spintono il vecchietto vicino per farmi spazio. Lui mi guarda in cagnesco e scuote il capo.

Poggio le mani sul corrimano bagnato. «Sarah?»

«Sono riuscito a parlarle. È a fare le riprese.»

La sagoma nera di Abaddon si allunga dal ponte fino all'isola di Alcatraz, ma metà dello scafo è inghiottito dalla nebbia; una piramide stretta e lunga, simile alla punta di una freccia, stesa su un lato, orizzontale all'oceano, liscia. È immobile come è sempre stata negli ultimi sessant'anni, sollevata a una ventina di metri dall'acqua, con quegli scudi invisibili a cinque metri dallo scafo che hanno disintegrato tre corsie. Brilleranno appena l'aspirante suicida si lancerà sulla prua dell'astronave, all'altezza della strada.

La follia che Abaddon non disintegri gli uomini, ma li porti chissà dove, ha fatto del Golden Gate una meta mondiale per chi vuole ammazzarsi. Alcuni attraversano l'oceano per fare l'ultimo salto, una sorta di viaggio della morte. Prima andavano tutti in Svizzera, un'iniezione e via, adesso se ne vengono negli Stati Confederati d'America speranzosi di finire chissà dove invece di morire, e altra immigrazione del cazzo nel nostro paese. Dovrebbero blindarle le frontiere. Non che il ponte non sia mai stato la meta di gente stanca di vivere, ma da un suicidio ogni due settimane siamo passati a due ogni settimana.

Daniel indica a metà della torre. «Stanno cercando di farlo scendere.»

Tre uomini hanno raggiunto il terrazzo sottostante al suicida. Strillano le solite frasi inutili.

Un'altra folata di vento mi soffia in faccia. Stringo il colletto e tiro su col naso. Sono sempre un po' raffreddato da quando sono tornato giù dalle Montagne Rocciose assieme a Sarah; non le sopporto le gite sulla neve.

Daniel solleva la macchinetta con l'obiettivo più lungo e scatta un paio di foto all'astronave. «È l'ottantanovesimo che si butta dall'inizio dell'anno.»

«Tieni il conto?»

Scatta altre due foto. Ne ha a migliaia ormai, da tutte le angolazioni. Una volta è persino salito sulla torre per fotografare quella piramide spaziale e la gente ha pensato che volesse ammazzarsi. Che idiota.

AbaddonWhere stories live. Discover now