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Erano le 5:00 di mattina, quando mi svegliai di soprassalto in un mercoledì con un cielo plumbeo, piovoso e tetro. Era il mio compleanno, il 30 gennaio.
"Che bella la mia vita, ho finito la scuola superiore, e questo sarà il mio primo compleanno in cui non dovrò studiare o fare altre cose faticose... Sono davvero troppo felice!" .
Accesi il mio telefono e vidi che avevo ricevuto tantissimi messaggi di auguri.
Siccome ero indipendente ormai, avevo una casa tutta mia, perciò quella mattina velocemente, invitai ad uscire, la sera, 5 dei miei amici: Katherine, la mia compagna di banco, amica fidata, la conosco da quando ero piccola, i suoi genitori erano amici dei miei; Temperance, mia compagna di classe anche lei, l'ho conosciuta all'inizio del ginnasio, lei vive a Ottawa, proprio come me, ma essendo in una città molto grande non l'avevo mai incontrata; John, Mathew e Luke, li ho conosciuti quando ancora vivevo a Lione, ed ero andata a fare una ricerca sull'architettura al museo Tony Garnier, mentre loro erano lì per via di una gita.
Dopo aver mandato i 5 inviti scesi dal letto, e mi accesi una sigaretta. Nel mentre scendevo giù, e diedi il cibo al gatto, Stig.
Amavo quelle sigarette, erano le Marlboro Rosse. Mi piaceva il peacaging del pacchetto e poi boh, mi davano un'aria da intellettuale, ahahahah.
Devo ammettere però che il fumo non lo avevo mai inalato, perciò non avevo il vizio, lo facevo solo perché mi piaceva e, se fatto così era innocuo. Appena finii di vestirmi e pettinarmi per andare al supermercato sentii il telefono squillare: era mia madre.
•••
MAMMA: Hey tesoro! Tanti auguri!!

IO: Ah, ciao mamma. Ti ringrazio.

MAMMA: Amore, per il tuo diciannovesimo compleanno, ti abbiamo depositato circa 200.000$ in banca, così potrai gestirti. Spero che tu comunque ti trovi bene nella tua nuova villa!

IO: Oh, mamma, non so cosa dire, vi ringrazio, ma non c'era bisogno di tutto questo... Comunque sì, mi trovo davvero bene nella villa che tu e papà mi avete lasciato, davvero, é stupenda. Ma ripeto, non dovevate...

MAMMA: Siamo la famiglia Loren o no? Sicuramente non abbiamo problemi di soldi tesoro, lo sai bene.

IO: Ahahahah, mamma, lo so bene, ma non è il caso di dirlo a destra e a manca! Adesso ti devo salutare; ringrazia papà e famiglia, dì loro che non vedo l'ora di rivederli.

MAMMA: Tesoro, manchi anche loro, tu però non farti condizionare! Stai lì tutto il tempo che vuoi! A presto!

IO: Ahahahah, a presto mamma.
•••
Chiusi la telefonata.
"Che brave persone i miei genitori..." pensai.
Presi la borsa e andai al supermercato.
•••
Dopo un po' di fila riuscii a uscire dal supermercato per le 10:00. Così decisi di fare un salto in biblioteca, per vedere se trovavo qualche libro interessante.
Come entrai vidi che era vuota.
C'era solo la bibliotecaria, vecchia e antipatica, che neanche mi salutò.
Con fare un po' impacciato andai verso i numerosi scaffali. Girai e girai. Arrivai agli scaffali della penultima fila, e finalmente adocchiai un libro che mi piaceva. Era una storia d'amore tra due ragazze chiamata "Je t'aime, Caroline."
Come presi il libro dallo scaffale, dalla fessura che si creò vidi una ragazza.
Aveva gli occhi di un verde acqua brillante, le ciglia ondulate e molto lunghe e il naso all'insù. Vidi solo quello dalla fessura.
Dall'espressione degli occhi sembrava sorridermi. Io da persona timida,
la guardai imbarazzata e stupita...
A un certo punto sentii "Serve aiuto?"
Era lei. Probabilmente era un'impiegata della biblioteca. E io "Ah beh... non so, sto curiosando tra i libri..."

Lei sorridente mi rispose "Stai tranquilla, se hai bisogno chiama pure, io sono qui!"
Mi voltai e continuai a camminare col libro sul petto, colpita dalla bellezza di quella dolcissima ragazza.
Aveva i capelli neri e le punte delle ciocche
erano bionde. Aveva un seno grande, ma florido. Era magra e alta. Era vestita con una gonna nera a vita molto alta, la camicia bianca e i tacchi a spillo.
Era davvero bellissima, aveva una carnagione chiarissima, quasi grigia, davvero molto pallida. Non aveva guance.
Io amavo le donne con le guance "secche".
Avevo un debole per questa caratteristica.
Come sorrideva le si vedevano bene le labbra rosso scuro naturali, screpolate,
e i denti bianchissimi; notai una cosa: aveva i canini molto lunghi e affilati rispetto ai miei, e di lei amavo giá anche questo.
Continuai a camminare per la biblioteca.
Finché mi sentii qualcuno dietro.
Non ci feci caso e non mi girai; quando a un certo punto mi fermai, presa da un altro libro mi sentii il fiato sul collo, e non è un modo di dire, sentivo il respiro di una ragazza sul collo.
Mi girai. Era lei.
Subito mi spinse al muro in modo molto forte, e mi baciò.
Io non sapevo cosa fare, non sapevo come reagire ai suoi bellissimi baci sulle labbra, e alle sue mani, che tutto d'un tratto mi si infilarono nelle mutandine ed iniziarono ad accarezzarmi.
Io gemetti, e sentì il suo sorriso sul collo.
Mi prese la mano e mi portò nel suo studio.
Mi fece sedere sulla scrivania e mi tolse i jeans, il cappotto e la camicetta a fiori.
Rimasi in mutandine e reggiseno.
Mi tolse le mutandine, e iniziò a leccare la mia natura, e io iniziai a gemere; andò avanti per qualche minuto e venni.
Mi baciò la natura e poi le labbra.
Poi si spostò verso il mio orecchio e mi disse a voce bassa: "Che brava bambina, sei stata buona per tutto il tempo. Sei stupenda e ti voglio rivedere."
Io andai al suo orecchio e le dissi: "Davvero? Ti ringrazio. Se mi vuoi rivedere, stasera, dato che è il mio compleanno, puoi uscire con me e con i miei amici."
Lei: "Oh... Che bello... Ho finito il turno di lavoro. Vieni a casa mia per stasera, poi usciremo."
Io: "Con piacere."
Ci dirigemmo verso casa sua per mano e non mi importava quello che stavo facendo.
In un quarto d'ora circa eravamo lì, davanti al cancello, enorme, nero, di ferro, con delle punte finali dorate.
Dal cancello si intravadeva l'immenso giardino, verde, che a guardarlo così pareva un bosco, un bosco incantato.
C'erano alberi giganti e di ogni tipo, prati verdi, fiori di tutte le specie, e al centro, un lungo vialetto che portava all'ingresso della casa: sembrava un castello ottocentesco.
Lei aprì il cancello, mi prese per mano e mi fece camminare con lei fino alla porta principale.
Mi disse: "Piccola, devo andare a fare qualche telefonata. Entra pure tu da sola, è aperto. Torno subito". Mi diede un bacio sulla guancia e andò all'interno del giardino.
Chiusi gli occhi, feci un passo avanti e spinsi la maniglia.
Mi ritrovai in un'immensa sala principale, e la porta si chiuse dietro di me, con un rumore che rimbombó per tutto lo spazio.
Da questa sala si dipartivano tutte le altre stanze. Colonne, capitelli, archi a mezzaluna, pavimento in marmo, mi guardavo intorno stupita, e mi chiedevo come una ragazza così dolce e semplice, potesse possedere un edificio del genere.
Feci qualche passo in avanti, un po' titubante, e a un tratto sentì un rombo dietro di me, era lei, aveva finito le sue telefonate. Mi girai. Mi sorrise, camminó verso di me, mi ridiede la mano e mi portò in una camera da letto. "Piccola, questa sarà la tua camera da letto, anzi la nostra." Io la gurdai con una faccia stupita è terrorizzata. "Oh no... io... io non ti conosco! Non so il tuo nome, non so nulla di te, non so chi sei!".
Sentita questa frase mi baciò, buttandomi con forza sul letto. Mi morse il collo, sentii i suoi canini affondare nella mia pelle.
Urlai disperata.
Lei mi guardó sopra di me, io avevo le lacrime agli occhi, mi toccai la ferita, guardai la mano, ed era piena di sangue.
Con uno scossone corsi urlando.
"Noo! Aspetta!!" la sentì, mi inseguiva.
"Lasciami spiegare!!"
Mi girai disperata e le urlai:
"Ma cosa sei?!! Perché mi hai morso!!? Stai lontana da me!!"
Continuai a correre più veloce che potevo, le però riuscì a prendermi. Con un salto mi raggiunse e si buttò sopra di me. Io mi dimenai, cercando di liberarmi dalla sua forte presa, ma non ci riuscii.
"Se ti calmi e stai ferma, ne possiamo parlare."
Decisi di ascoltarla.
"Innanzitutto, mi chiamo Madlin Le Pen. Ho 26 anni, lavoro in una biblioteca come direttrice e organizzatrice: quella struttura è mia. Sono laureata in giurisprudenza, e in lettere moderne. Questa casa è mia, l'ho ottenuta a seguito della morte dei miei genitori."

"Adesso non mi interessa, voglio capire tutto quello che è successo."

"Se ti riferisci al morso, non pensare che io sia una vampira o robe del genere. Non so perché ma i miei canini sono molto lunghi e affilati. Quando provo molto piacere, o al contrario, se sono arrabbiata, mi viene spontaneo usare il mio morso come rappresentazione del mio stato d'animo.
Nel tuo caso, è come se fosse un marchio, perché tu sei mia e di nessun altro.

"Ma cosa...
E poi, "tua"?! Non ci conosciamo nemmeno, io... Io non ti ho mai vista, credo che questo sia tutto un enorme sbaglio. Quello che è successo stamattina è stato uno sbaglio. Il fatto che sono qui è uno sbaglio. "

"Perdonami.
Ho sentito il bisogno di vedere com'eri e sentirti mia. Amo il tuo profumo, il profumo che lasciavi per la biblioteca. Il modo in cui camminavi, titubante e inconsapevole. Splendida. Ti prego, accetta la mia proposta di rimanere qui, con me per sempre. Ti darò tutto, ogni tuo desiderio, lo esaudiró. Ma voglio che tu sia mia, e che tu viva con me."

"Non lo so...
Questa cosa mi ha del tutto colta di sorpresa. Ti dico solo che per stasera rimarrò con te, dato che dobbiamo uscire."

"Che bello piccola, rimani con me.
Almeno per stasera."

Mi fece sedere nel letto, e iniziò a medicarmi la ferita.
"Scusami piccola. Ti ho tagliato in modo profondo, mi dispiace. Ma non ho potuto farne a meno."

"Non ti preoccupare. Ahi!"

"Ti fa male?"

"Un po'."

"Ti ci abituerai..."

"Cosa...?"

"No, niente."

Finì di medicarmi la ferita, e mi diede un delicato bacio sul collo.
Guardai il mio orologio, era mezzogiorno e mezza.
"Vieni, andiamo a pranzo."
La seguii, a testa bassa.
La sala da pranzo era enorme: il tavolo era lunghissimo e si estendeva per tutta la stanza. E sopra c'era di tutto. Dalla carne al pesce, dalla frutta, alla verdura.
Mi spostò la sedia e mi face sedere, poi si sedette lei.
Batté due volte le mani, e arrivò un maggiordomo, che ci servì il cibo.
Iniziammo a mangiare, io non fiatai.
Lei dopo un po' mi disse:
"Il tuo viso è triste, i tuoi occhi sono
distratti, cosa ti tormenta piccola?"

"Pensavo a quello che mi hai detto prima,
pensavo al tuo morso, pensavo al tuo <no niente>."

"Finché tu starai con me, non si chiuderà quella ferita. Ogni volta che lo faremo, io avrò l'istinto di rimorderti sempre nello stesso punto."

"Non farmi del male, ti prego."

"Non riesco a farti del male, non ci riuscirei mai. Io ti conservo come se fossi la mia pietra preziosa preferita, come se fossi il mio pezzo d'arte preferito."

"Ma perché sei così convinta che io rimanga con te?"

"Perché non riusciresti mai a scappare da me, da questa casa, e poi se ti sei fatta prendere, in biblioteca, c'é un motivo."

"Non posso darti torto.
Tu mi piaci, sei bellissima, sei la ragazza perfetta. Lo so.
Ma devi capire che io non riesco a concepire questi avvenimenti così nuovi per me, non ci riesco proprio."

"Se mi ami, allora, non andare via. Se sono i morsi che ti preoccupano... Non c'è alcun pericolo, vedila solo come una rappresentazione di amore. Perché é quello. Non lasciarmi. Ti prego."

"Promesso, non lo farò."

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⏰ Ultimo aggiornamento: Jan 02, 2016 ⏰

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