Inaccettabile.

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"Mi hai delusa."
"Lo sò."
Io e Mhatias eravamo appena usciti da scuola, lui aveva finito il suo turno di lavoro e io il mio lavoro abituale.
"Stavo male."
Era autunno e le foglie rosse e arancioni venivano strappate dai loro alberi per adere a terra mosse del vento freddo e pungente d'autunno.
Camminavamo su un marciapiede e ogni venti metri incontravamo panchine in legno e vecchiette con sciarpone che portavano a spasso i loro amici scodinzolanti.
Almeno loro non tradivano, non deludevano.
Avevo fatto un grande errore ad innamorarmi di lui. Un ragazzo con un vita complicata tanto quanto la mia ma non si poteva più tornare in dietro.
La frittata era fatta, e ora bisognava mangiarla...
"E hai preso esempio da tua madre..."
"No."
Si lasciò cadere sulla panchina e delle lacrime lente, amare li rigarono le guance rosse per il freddo e per la rabbia.
"Prima o poi lo avrei fatto è vero. Ma io...io...CAZZO!"
Il suo pianto si fece più veloce, quelle lacrime volevano uscire già da tanto tempo.
Mi misi accanto a lui e incrociai le gambe anche se ero seduta su una panchina.
Ero pronta ad ascoltare.
"Quel bastardo, il professor zacchi..."
Era incredibilmente attraente anche quando singhiozzava, la sua voce era diventata roca e mozzata dal pianto.
"Tutte le sere arriva a casa mia e mi fa il sorriseto da 'io ti sto per scopare la madre' poi comincia a toccare mia madre, e poi..."
Scoppiò.
Piangeva come non avevo mai visto fare nessuno, io percepivo il dolore che provava senza neanche toccarlo, forse farsi amputare il braccio senza nestesia avrebbe fatto solletico il confronto a la montagna di merda in cui si ritrovava lui, io mio piccilo grande uomo/ragazzino.
Mi avvicinai a lui e li infilai una mano dietro la sciena e l'altra attorno alla vita.
Nonostante fosse più piccolo di me di nove anni era alto circa dieci centimetri di più, il suo braccio sinistro mi cinse per metà la vita e con la mano del braccio destro era impagnato ad accarezzare i miei capelli con gesti dolci e fini, era tutto ciò che volevo, io desideravo proteggerlo ma era lui che proteggeva me, la mia vita non aveva un senso prima che arivasse lui a riempire il mio povero cuore in frantumi che non ne voleva più sapere d'amore, coccole e roba varia.
Quando alzai lo sguardo su di lui notai che erano già sparite tutte le lacrime, ma mi guardava come se fosse stata l'ultima volta, un'ombra li attraversò gli occhi e quell'ombra non mi piaceva.
"Hei"
Mi fece sedere sulle sue ginocchia e scostò il ciuffo di capelli che mi era caduto sull'occhio.
Le sue labbra incontrarono dolci le mie, mi mancavano quei pochi anni che avevo passato serena tra le braccia della mia famiglia che sembrava tranquilla.
Ma in quel momento, pur essendo al freddo, in autunno, con tanto di gente che ci guardava giudicatoria mi sentivo protetta, al caldo in una casetta di legno vicino alla stufa mentre fuori c'è una specie di bufera in corso.
In quel momento pensai 'qui ci sono già stata.'
Certo, ero a casa mia.

L'alunno sedicenne.Where stories live. Discover now