Capitolo 1-Dopo il buio

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Zevran è piombato nella stanza senza bussare, quasi fossimo ancora nell'accampamento e non ci fosse una solida porta di quercia a guardia della nostra intimità.

Ho fatto appena in tempo a nascondere lo smarrimento nei miei occhi dietro un velo di falsa indifferenza e sono rimasta ferma, seduta ai piedi del letto, le mani abbandonate lungo i fianchi e il volto inespressivo.

"Ho visto Morrigan lasciare il castello!" ha esordito con urgenza e stupore.

Il silenzio è scorso tra noi come un'unica onda su un mare vuoto e piatto.

Avrei voluto rispondergli, ma la lingua era incollata al palato e il fiato non voleva saperne di uscire dalle mie labbra.

Morrigan se ne sta andando.

"Lo so!" avrei voluto dirgli. "Mi dispiace..."

Ma che senso avrebbe avuto? Come avrei potuto spiegare il motivo, la verità, senza metterlo al corrente di tutto? Senza poggiare sulle sue spalle il fardello di un'ineluttabile destino?

Così mi sono limitata ad annuire, a non alzare gli occhi su di lui, a non cambiare espressione.

"Dove diamine crede di andare, per tutti gli stramaledetti dei?" ha continuato, forse pensando che avessimo un qualche brillante piano di cui non era stato messo al corrente, sperando che i fatti fossero diversi da come, in realtà, già li aveva immaginati con assoluta certezza.

Ho stretto il copriletto di lana tra le dita, avvertendo, per la prima volta, la ruvida consistenza di quella stoffa, pregiata più di qualsiasi altra coperta su cui avessi avuto la fortuna di poggiarmi da mesi, ma pungente al tocco, come i cocci dei miei sogni infranti.

"Tutti se ne vanno, prima o poi" avrei dovuto rispondere, ma una risata pericolosa e insensata stava premendo nella mia gola e non potevo rischiare di disserrare le labbra, o sarebbe fuoriuscita feroce e folle e crudele e vigliacca.

Vigliacca e infantile, sì! Così mi sentivo. Perché affacciandomi sull'orlo dell'abisso di quel mondo, che un tempo era stato di pace, riuscivo solo a vedere le lacrime del mio cuore spezzato.

Non ero certo l'unica ad aver perso molto, in quella folle guerra che è stata chiamata Flagello.

Non ero certo la sola, in quella stanza, a sapere cosa significasse solitudine, paura, disincanto!

Ma io ero il loro capo, anche se era assurdo pensarlo e impossibile capirne il senso. Da mesi guardavano a me per avere coraggio, per trovare quelle certezze che ancora io stessa non avevo saputo inventarmi.

Non potevo cedere, non dovevo vacillare. Non ora, a un passo dalla fine e dalla vittoria. Dovevo fingere speranze anche se non ne avevo più alcuna.

E allora perché la voce si rifiutava di uscire? Perché i miei occhi tremavano e le spalle urlavano del dolore di singhiozzi a stento trattenuti?

Che capo avrei potuto essere, per quel esercito, per i miei amici, se ero una donna tanto debole?

Zevran si è chinato davanti a me e ho visto il suo volto, preoccupato, affacciarsi sul mio.

"Cosa sta succedendo, Eilin?" la sua voce è stata un sussurro gentile,perché, in fondo, è sempre stato il solo a saper leggere dentro lamia anima, senza bisogno di parole.

Un'unica carezza e il fiato è uscito di nuovo dai miei polmoni, raschiandoli e ferendoli, ma senza far tremare le mie labbra.

"Cosa sta succedendo?" ha ripetuto, sfiorandomi la guancia con la punta delle dita.

Ho alzato lo sguardo su di lui, arrendendomi al calore di quegli occhi color del miele, di solito canzonatori o spietati, ma adesso dolci e caldi, quanto il suo tocco.

SacrificeWhere stories live. Discover now