Il peso della corona

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Il silenzio dei corridoi in marmo dell'Accademia Reale di Seul venne interrotto solo dal rumore dei passi di Minho che avanzavano lunghi, lenti e pesanti. Nella mano destra non stringeva documenti, ma la giacca della divisa scolastica scura, i cui bottoni d'oro emettevano un leggero tintinnio a ogni movimento. Quell'istituto d'élite, isolato dal resto del mondo, era il regno dei discendenti delle famiglie nobiliari più potenti del Paese, un acquario di vetro dove la biologia dell'Omegaverse dettava le leggi del rispetto e della sottomissione.

Jisung era rimasto esattamente nella stessa posizione da dieci minuti, con la schiena premuta contro il muro di pietra fredda e le gambe tirate debolmente verso il petto nudo, rannicchiato sul pavimento del corridoio deserto del terzo piano. Il freddo della camicia bagnata di sudore gli stava facendo battere i denti, un tremore involontario che aumentava il dolore lancinante ai fianchi dove i calci dei seguaci di Minho avevano lasciato i segni più profondi durante l'ora di spacco.

Per tutta l'accademia, Han Jisung era solo un Omega comune, fragile, privo di un casato influente e perennemente stanco, l'ultimo della classe che meritava solo di essere calpestato. Nessuno — men che meno il suo aguzzino — sapeva che dietro quel ragazzo ridotto in stracci si nascondeva il principe ereditario della dinastia Han, costretto a nascondere la sua identità reale dietro una barriera di soppressori chimici 

industriali per volere dei suoi stessi genitori.Minho si fermò a un metro di distanza. Posò la borsa di pelle sul pavimento con un colpo secco che fece rimbombare il cuoio nel corridoio. Si accovacciò di nuovo, i pantaloni scuri della divisa sartoriale che strisciavano contro il pavimento lucido. Il suo odore di menta piperita e tabacco amaro era completamente bloccato, sigillato dietro una barriera di autocontrollo asettico che rendeva l'aria intorno a lui fredda, priva di qualsiasi inflessione emotiva, eppure intrisa della minaccia territoriale di un True Alpha dominante.

«Sbottonati la camicia», ordinò Minho, la voce piatta, cavernosa, che non lasciò spazio a repliche.Jisung sollevò lo sguardo, gli occhi gonfi di lacrime trattenute che cercavano di decifrare le intenzioni dell'Alpha che lo aveva bullizzato senza sosta fin dal primo giorno di corso. Le sue dita, bagnate di sudore freddo e tremanti, si posarono sul primo bottone della divisa scolastica bagnata, ma la rigidità dei muscoli 
della spalla gli impedì di fare forza. Emise un debole gemito acuto, rinunciando quasi subito e lasciando cadere le mani sulle proprie ginocchia, sconfitto.Minho emise un sospiro indispettito, un suono aspro che fece sussultare l'Omega. «Sei completamente inutile, Han.»

Senza aspettare una risposta, il principe dei Lee si tese in avanti. Le sue mani grandi, calde e forti afferrarono i lembi della camicia bagnata di Jisung e, con uno strappo ruvido che fece volare i bottoni dorati sul marmo, la aprirono completamente.

Quando il tessuto si aprì, rivelando il torso esile dell'Omega, Minho si bloccò per un microsecondo, le pupille d'ambra che si contrassero fino a diventare due fessure lucide, pericolose.La pelle candida di Jisung era già costellata di ampie macchie violacee e rossastre all'altezza del costato, i regali dei soprusi della mattina. Ma sotto lo strato dei lividi, l'olfatto finissimo del True Alpha intercettò qualcosa 
che i farmaci non erano riusciti a coprire del tutto: una scia impercettibile, dolcissima e regale di fragole selvatiche e polline d'oro, la firma biologica di un sangue reale puro. Minho strinse i denti, la mascella così contratta da fare male, avvertendo per la prima volta un cortocircuito biologico che minacciava di radere al suolo tutto il suo distacco manageriale. Il ragazzo che aveva calpestato non era una nullità, e quel profumo proibito stava per dare inizio a una guerra tra i loro regni.

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