POV ILARIA
La sposa sta piangendo, il fiorista non risponde al telefono e una bambina di quattro anni ha appena deciso che la composizione floreale alta quasi quanto lei sia, evidentemente, una struttura su cui arrampicarsi.
Sono le undici e ventitré del mattino.
Il matrimonio è alle quattro.
Direi che siamo perfettamente nei tempi.
<<No>>
La bambina mi guarda.
Io guardo lei.
Lei guarda il lungo nastro rosa cipria che pende dalla composizione e che tiene in una mano con l'aria di chi sta valutando seriamente cosa succederebbe tirandolo.
<<Non farlo>>
Sorride.
È il sorriso di chi sa perfettamente di avere dalla propria parte l'età, due codini biondi e l'impunità diplomatica concessa ai bambini sotto i cinque anni.
<<Lascialo>>
Stringe il nastro.
<<Ti vedo>>
Tira appena.
Il vaso ondeggia.
Mi parte un brivido lungo la schiena.
<<Se quella cosa cade, tua madre dovrà vendere un rene>>
<<Ilaria>>
Mi giro.
Eleonora è ferma sulla porta della sala con addosso una vestaglia bianca di seta, i capelli raccolti alla meglio e quell'espressione tranquilla che assume ogni volta che io sto per commettere un crimine.
Indico la bambina.
<<Stava per sabotare il tuo matrimonio>>
<<Ha quattro anni>>
<<È abbastanza grande per conoscere le conseguenze delle proprie azioni>>
Eleonora guarda la bambina.
<<Vai dalla mamma, amore>>
La piccola lascia immediatamente il nastro e corre via.
Traditrice.
<<Tu non hai autorità>>
<<Tu hai minacciato una bambina>>
<<Ho negoziato>>
Eleonora scuote la testa e torna verso il corridoio.
La seguo.
<<Perché sei qui?>> le chiedo.
<<Dove dovrei essere?>>
<<In camera. Immobile. Possibilmente sotto vetro fino alle quindici e trenta>>
<<Mi sto sposando, mica devo essere imbalsamata>>
<<Con tutto quello che mi sei costata, preferirei non correre rischi>>
Si volta lentamente.
<<Io ti sono costata?>>
<<Professionalmente parlando>>
<<Mi stai facendo pagare il matrimonio?>>
<<Certo che no>> le passo accanto <<Ti mando la fattura domani>>
Mi arriva una manata sul braccio.
Sorrido.
Eleonora è stata la prima persona sulla faccia della Terra a decidere che non mi sopportava prima ancora di conoscermi.
Avevamo quindici anni.
Primo giorno di scuola.
Io avevo parlato per quaranta minuti consecutivi durante l'intervallo, litigato con un professore alla seconda ora e convinto quattro persone che non avevo mai visto prima, ad accompagnarmi il sabato successivo a una festa in cui nessuno di noi era stato invitato.
Eleonora, seduta due banchi più avanti, aveva comunicato alla ragazza accanto a lei che ero insopportabile.
Lo aveva detto abbastanza piano da credere che non la sentissi, abbastanza forte perché la sentissi.
Alla fine delle lezioni le avevo chiesto se volesse venire alla festa.
Aveva detto di no.
È venuta.
Quindici anni dopo sono ancora qui.
E oggi si sposa.
Mi si stringe qualcosa nello stomaco ogni volta che ci penso, ma non ho tempo per diventare sentimentale perché il telefono vibra nella mia mano.
Finalmente il fiorista.
Rispondo continuando a camminare e nei successivi trenta secondi mi vengono fornite almeno cinque giustificazioni diverse per un ritardo che, professionalmente parlando, non mi interessa minimamente. Lo lascio finire, gli ricordo con molta calma che le composizioni devono essere qui entro mezzogiorno e mezzo e che all'una non posso avere ancora gente che attraversa la location con secchi d'acqua e cesoie.
Lui promette.
Io gli dico che gli credo.
Non è vero.
Riattacco.
<<Gli hai fatto paura>> mi dice Eleonora.
<<Non gli ho fatto paura>>
<<Hai quella voce>>
<<Quale voce?>>
<<Quella autoritaria>>
<<Lo sono sempre>>
Eleonora mi guarda.
<<Dovresti essere più gentile>>
<<Ho detto grazie alla fine>>
<<Che donna>>
<<Vuoi sposarti o vuoi continuare a rompermi i coglioni?>>
<<Entrambe le cose>>
Le sorrido.
<<Oggi sei bellissima>>
Merda.
Non avrei dovuto dirlo.
Perché le cambia immediatamente il viso.
Abbassa gli occhi e inspira.
<<Non iniziare>>
<<Io non sto iniziando niente>>
<<Stai per piangere>>
<<Non piango>>
<<Hai pianto alla prova dell'abito>>
<<Mi era entrato qualcosa nell'occhio>>
<<Hai pianto quando sono arrivate le partecipazioni>>
<<Allergia alla carta>>
Eleonora sorride.
Ed eccolo.
Quel maledetto nodo alla gola.
<<Oggi non puoi piangere prima di me>> dice.
<<Non piango proprio>>
<<Certo>>
Le prendo il viso tra le mani e la costringo a guardarmi.
È diversa da me quasi in tutto.
Più minuta. Più delicata. Capelli castani lisci che fra poco saranno raccolti, occhi marroni che quando è nervosa sembrano ancora più grandi.
Io occupo spazio anche quando cerco di non farlo.
Lei riesce a stare al centro di una stanza senza alzare la voce.
Non ho mai capito come siamo diventate così inseparabili.
Forse proprio perché nessuna delle due ha mai avuto bisogno che l'altra le somigliasse.
<<Te la senti?>>
Eleonora annuisce, poi scuote la testa, poi ride.
<<Non ne ho idea>>
<<Ottimo. È la risposta corretta>>
<<E se mi prende un attacco di panico?>>
<<Ti trascino fino all'altare>>
<<Molto romantico>>
<<Sono una professionista>>
<<E se scappo?>>
<<Ti fatturo anche il chilometraggio>>
Ride di nuovo, poi mi abbraccia.
All'improvviso.
Mi stringe forte e io rimango con il telefono in una mano e la cartellina nell'altra, cercando disperatamente di non rovinare tutto diventando emotiva.
<<Grazie>> dice con un filo di voce.
<<Smettila>>
<<Sul serio>>
<<Ele>>
<<Non solo per oggi>>
Chiudo gli occhi un secondo.
Solo uno.
Poi la allontano.
<<Vai a farti truccare che sei inguardabile>>
<<Eccola>>
<<Vai>>
<<Ti voglio bene>>
<<Anch'io. Ora sparisci>>
Aspetto che rientri nella stanza.
Deglutisco.
<<Non devo piangere>> borbotto tra me e me.
<<Confermo. Hai proprio la voce di una che non sta piangendo>>
Mi giro.
Federico è appoggiato allo stipite della porta in fondo al corridoio.
Completo scuro, camicia bianca, cravatta ancora slacciata intorno al collo.
Alto in modo quasi fastidioso, perché ogni volta che litighiamo devo guardarlo dal basso e lui ne approfitta come se quei venti centimetri gli dessero automaticamente ragione.
Non gliela danno.
Ha i capelli sistemati più del solito, ordinati come li porta quando lavora, anche se un paio di ciocche hanno già deciso di non collaborare.
<<Che ci fai qui?>>
<<Buongiorno anche a te>>
<<Gli sposi non devono vedersi>>
<<Non ho visto la sposa>>
<<Sei nella zona sposa>>
<<C'è una dogana?>>
<<Io>>
Sorride.
Quella faccia da schiaffi che conosco da tre anni.
<<Devo parlarti>>
<<Se hai perso le fedi, ti uccido>>
<<Non ho perso le fedi>>
<<Se vuoi scappare...>> inclino la testa <<Ti copro>>
Federico ride.
<<Lo sapevo che non vedevi l'ora>>
<<Ho già incassato. Per me puoi pure morire dopo il sì>>
<<Che dolce>>
<<Sono famosa per questo>>
Mi avvicino e gli sistemo automaticamente la giacca, perché evidentemente oggi sono circondata da adulti incapaci di vestirsi da soli.
<<La cravatta abbiamo deciso di lasciarla così?>>
<<Non mi viene>>
Alzo gli occhi.
<<Sei avvocato>>
<<E quindi?>>
<<Non lo so. Mi aspettavo che tu lo sapessi fare>>
<<Per questo sposo la tua migliore amica>>
<<Dio ci salvi tutti>>
Gli faccio cenno di abbassarsi.
Federico obbedisce con un sospiro teatrale.
<<Se mi strangoli prima del matrimonio, tua responsabilità>>
<<Non tentarmi>>
Annodo la cravatta mentre lui rimane fermo.
Conosco Federico da quando Eleonora e io lo abbiamo incontrato in un locale poco dopo la laurea.
O meglio, Eleonora lo ha incontrato, io ho parlato.
Come sempre.
Lui era con un paio di amici, io avevo iniziato una discussione completamente inutile con uno di loro su qualcosa che non ricordo neppure e, a un certo punto, Federico si era messo a ridere.
Avevo pensato che fosse arrogante.
Lui, probabilmente, aveva pensato che fossi matta.
Poi aveva chiesto il numero a Eleonora.
Un paio di appuntamenti.
Un bacio.
Qualcosa di più.
E da lì Federico era semplicemente diventato parte del pacchetto.
All'inizio non ero convinta.
Non perché ci fosse qualcosa di realmente sbagliato in lui.
Era solo...Federico.
Testardo.
Orgoglioso.
Con quella tendenza irritante a voler avere sempre l'ultima parola.
E quando Eleonora mi chiamava dopo un litigio, naturalmente io ascoltavo la sua versione. Quella in cui lui aveva risposto male, lui aveva insistito, lui aveva dimenticato qualcosa, lui aveva fatto la cosa sbagliata.
È il problema di essere la migliore amica.
Ti mostrano il processo e tu conosci soltanto l'accusa.
<<Mi stai stringendo troppo>>
<<Sto valutando quanto basta per farti perdere conoscenza senza lasciare segni>>
<<Eleonora sa che sei così violenta?>>
<<Mi conosce da quindici anni>>
<<E non è scappata. Preoccupante>>
Finisco il nodo e glielo sistemo contro il collo.
<<Fatto>>
Federico si guarda nel piccolo specchio appeso alla parete.
<<Storto>>
<<È la tua faccia>>
<<È la cravatta>>
<<La cravatta è perfetta>>
La sistema comunque.
Gli schiaffeggio la mano.
<<Non toccarla>>
<<Comandi pure al matrimonio degli altri>>
<<È letteralmente il mio lavoro>>
Mi squadra.
<<Ancora non ho capito come hai convinto delle persone a pagarti per questo>>
<<Perché sono molto brava>>
<<Sei molto autoritaria>>
<<Le due cose non si escludono>>
Il telefono vibra.
Leggo il messaggio.
I fiori stanno entrando dal cancello.
Miracolo.
<<Devo andare>>
Faccio per passargli accanto, ma Federico mi prende leggermente per il gomito.
<<Ila>>
Mi giro.
È cambiato qualcosa nel suo viso.
Non sorride più.
<<Come sta?>>
Per un secondo non capisco, poi sì.
<<È nervosa>>
<<Quanto nervosa?>>
<<Da uno a dieci?>>
<<Sì>>
<<Quattordici>>
Federico inspira.
Guarda verso la porta della stanza.
<<Non posso entrare>>
<<No>>
<<Neanche cinque secondi?>>
<<No>>
<<Se chiudo gli occhi?>>
Lo guardo.
<<Sei serio?>>
<<Abbastanza>>
<<Federico>>
<<Ok>>
Si passa una mano tra i capelli e rovina definitivamente quel poco di ordine rimasto.
<<Dille che...>>
Aspetto.
<<Cosa?>>
<<Niente>>
<<Dai>>
<<Dille che sono qui>>
La risposta mi fa sorridere senza che voglia.
<<Credo che lo sappia>>
<<Lo so. Però dille che sono qui>>
Lo osservo meglio.
È nervoso.
Non l'avevo capito subito, perché Federico ha un modo particolare di essere agitato: invece di muoversi di più, si ferma.
Diventa più rigido.
Controlla tutto.
Abbasso leggermente la voce.
<<Non scappa>>
<<Non ho paura che scappi>>
<<Certo>>
<<Ilaria>>
<<Federico>>
Mi guarda male, poi espira.
<<Ho paura di piangere>>
Scoppio a ridere.
Lui mi fulmina.
<<Tu devi piangere, Federico. Perché se non piangi appena vedi la mia splendida amica, ti avveleno il risotto>>
Federico scuote la testa, ma poi sorride.
<<Sei da denuncia>>
<<Me l'hanno detto in tanti>>
Faccio per andare via.
<<Ila>>
Mi volto di nuovo.
<<Ancora?>>
<<Grazie>>
<<Per cosa?>>
Guarda intorno.
Le persone che sistemano gli ultimi fiori.
I tavoli che vengono controllati.
Il personale che entra ed esce.
Tutto quello su cui lavoro da mesi.
<<Per aver fatto tutto questo per lei>>
Per qualche ragione, questa frase mi colpisce più di quella di Eleonora.
Forse perché detta da lui.
<<È il mio lavoro>>
<<Sì>>
Federico infila le mani nelle tasche.
<<Ma per lei hai fatto più del tuo lavoro>>
Non so cosa rispondere.
Quindi faccio quello che faccio sempre quando una conversazione rischia di diventare seria.
<<Ti ricordo che devi ancora pagare il saldo>>
Sorride.
<<Eccoti>>
<<Ciao, Fede>>
<<Ciao, Ila>>
Da quel momento non ho più il tempo di fermarmi.
I fiori arrivano, uno dei centrotavola è diverso da quello concordato, la madre di Eleonora vuole sapere se può spostare due persone perché sua cugina non parla più con sua cognata, un cameriere mi chiede se i vegetariani sono tre o quattro e io scopro che una delle damigelle ha lasciato le scarpe di ricambio in albergo.
Alle quattro meno dieci il cielo decide anche di coprirsi.
Naturalmente.
Resto in mezzo al giardino con il telefono in mano e fisso una nuvola come se potessi intimidirla.
<<Non ci provare>>
Il fotografo accanto a me alza un sopracciglio.
<<Stai parlando al cielo?>>
<<Sì>>
<<Funziona?>>
<<Per il momento sì>>
<<Ottimo metodo>>
<<Grazie>>
Controllo l'app meteo per la dodicesima volta.
Probabilità di pioggia: venti per cento.
Quel venti per cento può andare a farsi fottere.
Gli invitati iniziano a prendere posto.
Io controllo tutto.
Sedie.
Fiori.
Musica.
Celebrante.
Fedi.
Federico.
Federico è davanti, accanto al suo testimone.
Da qui sembra tranquillo.
So che non lo è.
Lo vedo dal modo in cui continua a passare il pollice sul bordo dell'anulare.
Sua madre gli dice qualcosa.
Lui annuisce.
Suo padre gli appoggia una mano sulla spalla.
Poi parte la musica.
E il mondo, per qualche minuto, smette di essere un elenco di cose da controllare.
Mi volto verso l'ingresso.
Eleonora compare accanto a suo padre.
È bellissima.
Non bella come si dice per forza alle spose.
Bellissima davvero.
Semplice.
Elegante.
Lei.
Mi porto una mano alla bocca.
<<Merda>>
La truccatrice accanto a me ride piano.
<<Non dovevi piangere>>
<<Non sto piangendo>>
<<Certo>>
<<È la luce>>
<<Certo>>
Eleonora mi vede.
Mi sorride.
Io le faccio un piccolo cenno con la testa.
Poi, per qualche ragione, guardo Federico.
Ed è lì che cambia qualcosa.
L'idea che ho di lui.
Federico sta guardando Eleonora come se intorno non esistesse nessuno.
Non sua madre.
Non suo padre.
Non cento invitati.
Ha gli occhi lucidi e un sorriso che non gli ho mai visto.
Non quello che fa quando mi prende in giro.
Non quello educato che usa con gli altri.
Un sorriso quasi incredulo.
Come se, nonostante sia arrivato fin lì, non riesca ancora a credere che lei stia davvero venendo verso di lui.
Eleonora percorre il corridoio tra le sedie.
Federico inspira.
E io penso una cosa semplicissima.
Mi ero sbagliata.
Non su tutto.
Rimane testardo.
Rimane irritante.
Rimane assolutamente convinto di avere ragione anche quando avrebbe bisogno di una perizia psichiatrica per sostenerlo.
Ma su questo sì.
Mi ero sbagliata.
Federico ama la mia migliore amica.
La ama sul serio.
Quando Eleonora arriva da lui, suo padre gli consegna la sua mano.
Federico la prende con entrambe, poi si china e le bacia la fronte.
<<Va bene>> mormoro tra me e me <<Puoi tenerlo>>
La giornata, da lì, prende quella velocità assurda che hanno tutti i matrimoni.
Passi mesi a organizzarli e poi, nel momento in cui iniziano davvero, qualcuno preme avanti veloce.
Cerimonia.
Foto.
Aperitivo.
Tavoli.
Discorsi.
Un brindisi troppo lungo dello zio di Eleonora.
Federico che a un certo punto mi intercetta mentre sto parlando con il maitre e mi mette in mano un bicchiere d'acqua senza chiedermi niente.
<<Bevi>>
<<Non ho sete>>
<<Non te l'ho chiesto>>
Lo guardo.
<<Mi rubi le battute?>>
<<Sto imparando dalla peggiore>>
Bevo comunque.
Alle nove e mezza ho finalmente smesso, più o meno, di essere una wedding planner e sono riuscita a sedermi per quattro minuti consecutivi.
Un record.
Ho anche mangiato qualcosa.
Poco, ma abbastanza da poter legalmente sostenere di aver cenato.
Eleonora compare accanto a me con le scarpe basse finalmente ai piedi.
<<Hai mangiato?>> mi chiede.
<<Sì>>
<<Bugiarda>>
<<Ho mangiato il risotto>>
<<Tre forchettate>>
<<Mi controlli?>>
<<Da quindici anni>>
<<Inquietante>>
Si siede accanto a me e appoggia la testa sulla mia spalla.
Per un attimo restiamo a guardare la sala.
La gente che parla.
La musica.
I bicchieri.
Federico dall'altra parte del tavolo che sta ridendo con suo fratello, la giacca ormai abbandonata sulla sedia e la cravatta allentata.
<<Felice?>> le chiedo.
Eleonora non risponde subito.
Guarda verso di lui, poi sorride.
<<Sì>>
È una risposta tranquilla.
Senza fuochi d'artificio.
Proprio da lei.
<<Questo è l'importante>>
Eleonora si solleva dalla mia spalla.
<<Sei ubriaca?>>
<<Non ancora>>
Sorride.
<<Ti sei un po' ricreduta su Federico?>>
Sospiro e bevo un sorso di prosecco.
<<Mmm...forse sì>>
Eleonora apre gli occhi.
<<Aspetta>>
<<Non fare scene>>
<<Hai detto sì!>>
<<Ho detto "forse sì">>
<<Glielo devo dire>>
Lei si gira verso la sala.
<<Amore!>>
<<No>>
Lo chiama davvero.
<<Amore!>>
<<Ti ammazzo>>
Lui si gira.
Ci vede.
Viene verso di noi.
<<Che succede?>>
Eleonora mi indica.
<<Ilaria ha detto che si è ricreduta su di te>>
Federico si ferma.
Mi guarda.
<<Scusa?>>
<<Ho detto "forse">>
Federico porta una mano al petto.
<<È il regalo di nozze?>>
<<Ritiro tutto>>
<<No, ormai è verbalizzato>>
<<Sei insopportabile>>
<<Però quello giusto per la tua amica>>
<<Ti odio>>
Federico recupera un flute da un vassoio che passa.
<<Questo momento merita un brindisi>>
<<Spero ti vada di traverso>>
Eleonora scoppia a ridere.
Federico solleva il bicchiere verso di me.
<<A Ilaria e ai suoi pregiudizi>>
<<Vaffanculo>>
<<Molto elegante per una wedding planner>>
<<Non sono più in servizio>>
<<Si vede>>
Eleonora ci guarda entrambi.
<<Vi rendete conto che passate più tempo a insultarvi che a parlare normalmente?>>
<<È lui che comincia>>
<<È lei che comincia>>
Lo diciamo nello stesso momento.
Ci guardiamo.
Eleonora scuote la testa.
<<Due deficienti>>
Federico sorride.
Io gli faccio una smorfia.
E tutto è esattamente come dovrebbe essere.
Eleonora al centro.
Federico accanto a lei.
Io lì vicino, come sono sempre stata.
Il matrimonio che ho organizzato per mesi è riuscito.
Nessuno è scappato.
Non ha piovuto.
La bambina non ha distrutto la composizione floreale.
Il fiorista è ancora vivo.
Direi un successo.
Poco prima delle undici il personale mi fa cenno dalla terrazza.
Finalmente.
<<C'è la torta>> dico.
Eleonora si alza.
<<Ora sì che ti vedo emozionata>>
<<Quella torta costa più del mio primo motorino. Se succede qualcosa, giuro che...>>
<<Niente minacce ai bambini>>
<<Non posso prometterlo>>
Federico passa un braccio intorno alle spalle di Eleonora.
<<Io continuo a pensare che tu abbia scelto il mestiere sbagliato>>
<<Perché?>>
<<Ti avrei vista bene nella criminalità organizzata>>
<<Ma lì non avrei potuto scaricare i fiori dalle tasse>>
Lui ride.
Li accompagno fuori insieme agli altri.
Le luci sulla terrazza sono accese, la musica si abbassa e la torta arriva quando deve arrivare, intatta, bellissima e finalmente fuori dalla portata di qualsiasi bambino.
Eleonora e Federico si mettono dietro al tavolo.
Lui le dice qualcosa.
Lei ride e gli spinge il viso lontano quando prova ad avvicinarsi con una punta di crema sul dito.
Io li guardo da qualche passo di distanza, con le scarpe in mano e i piedi che mi fanno un male cane.
Sono felice.
Per lei.
Per loro.
Forse anche un po' per me, perché ho passato anni a organizzare il giorno più importante nella vita degli altri e oggi, per la prima volta, quel giorno appartiene a qualcuno che amo.
Più tardi li vedo ballare.
La festa ormai è diventata quella parte dei matrimoni in cui le cravatte sono storte, i tacchi sono sotto ai tavoli e nessuno ricorda più il programma che ho preparato con tanta cura.
Eleonora ha la testa contro il petto di Federico.
Lui le tiene una mano sulla schiena e ogni tanto le dice qualcosa che la fa sorridere.
Io resto un po' distante.
In futuro, ripenserò spesso a questa sera.
A Eleonora che ride con la guancia appoggiata alla sua camicia.
A Federico che la stringe come se fosse la cosa più preziosa che abbia.
A me che li guardo e penso che, alla fine, tutto sia finito esattamente dove doveva finire.
Non so ancora che, tre anni dopo, un pomeriggio di fine giugno cambierà la posizione di ogni cosa.
Non so che sarà una telefonata a farlo.
YOU ARE READING
Tetris
FanfictionIlaria, Eleonora e Federico si conoscono da anni. Tre vite diverse, tre ruoli precisi, un equilibrio che sembra funzionare. Poi, un pomeriggio di fine giugno, una telefonata cambia tutto. Tra una casa da riadattare, giornate da dividere e una normal...
