Esisteva una regola unicamente mia, non scritta e del tutto ufficiosa, al campus della Briarcrest University: mantenere sempre almeno dieci metri di distanza da Jaxson Reed.
Se Jaxson si trovava al banco del bar del centro studentesco, io prendevo il caffè da asporto. Se lui entrava in palestra dalla porta principale, io uscivo da quella di emergenza. Facile, pulito, a prova di proiettile. Un sistema collaudato che aveva funzionato alla perfezione per tre interi semestri.
Finché la professoressa Hayes non aveva deciso di distruggere la mia vita con un singolo foglio di carta.
«Montgomery, questo è il tuo incarico per il semestre finale,» disse la Hayes senza alzare gli occhi dalla sua scrivania, lanciandomi contro una cartellina rigida con il logo del dipartimento di fotografia. «Copertura completa, dietro le quinte, ritratti e dinamiche di spogliatoio. Il corpo docenti vuole un libro fotografico celebrativo prima dei playoff.»
Apersi la cartellina. La prima pagina mostrava in grande il logo d'oro e blu della squadra di hockey dell'università: i Briarcrest Huskies.
Sglutii a vuoto. «Professoressa... non posso farlo. Io mi occupo di ritrattistica concettuale e architettura urbana. Lo sport non è il mio genere.»
«Il tuo genere è quello che ti assegno io se vuoi diplomarti con il massimo dei voti, Avery,» rispose lei con la compostezza glaciale di chi ha già deciso il tuo destino. «E il dipartimento di atletica ha chiesto espressamente qualcuno che sappia catturare l'intensità della squadra. Inizia oggi pomeriggio. Arena ghiaccio, ore quattordici.»
Ore quattordici.
Mi ritrovai a camminare lungo il corridoio dell'arena con la mia reflex Nikon pendente dal collo, il peso della cinghia che mi scavava nella spalla e una nausea strisciante allo stomaco. L'odore della pista — quel misto inconfondibile di aria gelida, disinfettante e cuoio stantio — mi investì non appena varcai la porta doppia di metallo.
Il suono delle lame che tagliavano il ghiaccio e i tonfi secchi dei dischi contro le balaustre rimbombavano nell'enorme struttura vuota. Un gruppo di ragazzi in divisa da allenamento stava eseguendo dei passaggi veloci al centro della pista.
Alzai l'obiettivo, impostai la messa a fuoco manuale e guardai attraverso il mirino.
E lì, al centro dell'inquadratura, c'era lui.
Il numero 87.
Casco allacciato, spalle larghe enfatizzate dalle spalline rigide, la falcata fluida e arrogante di chi sa di possedere ogni singolo centimetro di quel terreno di gioco. Jaxson Reed.
Jax scagliò il disco con una potenza spaventosa, spedendolo dritto nell'incrocio dei pali prima che il portiere potesse anche solo accennare un riflesso. I suoi compagni di squadra urlarono battendo i bastoni contro il ghiaccio. Jax si limitò a un cenno del capo, sfilandosi il casco con un gesto fluido e passandosi una mano tra i capelli scuri e umidi di sudore.
Poi, come se avesse avvertito il peso del mio obiettivo puntato su di lui, girò lentamente la testa verso gli spalti.
I suoi occhi azzurri, nitidi come il ghiaccio sotto i suoi pattini, agganciarono i miei attraverso la lente. Non mi mossi. Non abbassai la macchina fotografica. L'indice rimase congelato sul pulsante di scatto.
Jax accennò un sorriso pigro, quel solito sorriso storto ed exasperante che conoscevo fin da quando avevamo otto anni e ci arrampicavamo sugli alberi dietro casa. Un sorriso che negli ultimi tre anni si era trasformato nel mio incubo personale.
Scivolò verso la balaustra, fermandosi a pochi centimetri dal vetro che ci separava. Si appoggiò con i gomiti, guardandomi dal basso verso l'alto.
«Ti sei persa, Montgomery?» la sua voce arrivò ovattata attraverso la barriera, ma il tono di scherno era fin troppo chiaro. «La sezione di arte drammatica è dall'altra parte del campus.»
Abbassai lentamente la reflex, facendo un passo avanti e violando la mia stessa regola dei dieci metri.
«Purtroppo per me, Reed, sono esattamente dove devo essere,» risposi, mantenendo la voce piatta e priva di qualsiasi emozione. «A quanto pare, dovrò fotografare ogni tuo singolo errore da qui alla fine del campionato.»
Jax piegò la testa di lato, gli occhi che brillavano di una luce pericolosa.
«Allora ti conviene mettere a fuoco in fretta, principessa. Perché io non sbaglio mai.»
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Out of Bounds
RomanceLa Regola dei Dieci Metri è l'unica cosa che mi tiene in salvo da Jaxson Reed. Un tempo eravamo inseparabili. Poi il capitano degli Huskies ha deciso di calpestare la nostra amicizia, diventando il mio peggior nemico. Per sopravvivere al campus dell...
