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CAPITOLO 1 - IL NUOVO CORSO

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«Tra mezz'ora è in arrivo il nuovo corso, sei emozionata?» mi chiede Alberto sporgendosi dallo sgabello dietro al bancone, dove è intento a fare i conti.
«In realtà sono molto tranquilla» gli rispondo serena accennando un sorriso.
«Beh, è comunque il tuo primo corso adulti»
«Proprio per questo sono tranquilla. Sono tutti adulti, quindi credo che sarà più facile gestirli» dico sistemando una pila di libri sulla storia del teatro in ordine alfabetico.

Il teatro in cui lavoro è molto carino, si trova a Midtown e per arrivarci, dalla strada principale, devi percorrere una piccola rampa e infilarti in una porticina di ferro, non più alta di un metro e ottanta. Quando si entra ci sono cinque gradini che ti portano ad un piccolo salottino dove alcune lampade rossastre dalla luce calda creano un ambiente accogliente accostate a due grandi divani neri in pelle super imbottiti. Lì vicino c'è anche l'ufficio del mio capo, Alberto, e una piccola toilette di servizio. Scendendo giù per altre scale, poi, si arriva al vero e proprio teatro. È una sala dalle pareti bianche con un piccolo palco dal boccascena ampio ed un pesante tendone rosso. Sotto sono posizionate circa 80 poltroncine scarlatte in velluto per gli spettatori, che mettiamo e togliamo in occasione dei laboratori di recitazione così da avere più spazio. Alberto ha preso in affitto questo spazio da una ditta che lo utilizzava come magazzino e lo ha totalmente ristrutturato. Ama questo posto come fosse casa sua. Lui è un tipo dall'aspetto buffo: è parecchio alto, con la faccia paffuta e un sottile velo di barba bianca, ha una discreta pancetta e credo abbia perso i capelli ormai più di un decennio fa, indossa degli occhiali quadrati, non molto spessi, solo perché si è convinto che il cinema da bambino gli abbia «rovinato la vista». In realtà è solamente miope e ormai prossimo ai suoi gloriosi cinquanta, la situazione sicuramente non sta migliorando. Indossa sempre dei maglioni di un materiale morbidissimo scegliendo nuance scure come il verde bosco, il marrone ed il bordeaux; mi fa sempre ridere perché quando mi viene ad abbracciare, ogni volta mi sento come tra le braccia di Babbo Natale. Nel complesso è veramente una persona squisita, è gentile e disponibile con me per ogni mia esigenza e mi ha accolta qui come fossi una vera professionista. Ci siamo conosciuti poco meno di un anno fa: nel giugno dello scorso anno, una mia amica aveva organizzato proprio qui un'esibizione di danza moderna e, appena finito lo spettacolo, per sfuggire alla calca del pubblico ero uscita di corsa con la scusa di fumarmi una sigaretta. Dopo qualche tiro, avevo sentito alle mie spalle una voce maschile.
«Bella serata per una sigaretta, vero? Non fa nemmeno troppo caldo, per fortuna», mi aveva detto accennando un sorriso.
«Sì, decisamente. Ti è piaciuto lo spettacolo?» avevo rilanciato.
«Assolutamente, molto toccante e decisamente ben eseguito. Tu ti intendi di danza?»
«Sì, in realtà sono una performer. Mi sono diplomata in danza ed ho una laurea e un master in recitazione. Al momento sono in cerca di occupazione, sono arrivata ad Atlanta da pochi mesi per cercare un ingaggio», avevo risposto con convinzione, cercando di sembrare più credibile. Purtroppo, quando si parla con persone comuni, essere un'artista non viene sempre considerato un lavoro reale.
«Beh, allora facciamo così: mi sembri una ragazza molto determinata e, dalla tua dizione, dall'uso del diaframma quando parli e dall'articolazione delle parole, deduco che tu abbia anche una buona preparazione. Questo è il mio biglietto da visita: conservalo e chiamami a settembre, quando inizierò ad assegnare le classi per i corsi di recitazione. Mi farebbe comodo una nuova assistente», aveva detto porgendomi la mano. «Il mio nome è Alberto e sono il proprietario del teatro...»
«...Irene», avevo risposto, ancora un po' scioccata.
Mentre con una mano stringevo la sua, con l'altra afferravo il suo biglietto da visita.
A settembre l'ho chiamato. Ero indecisa, perché non sapevo se si ricordasse di me, ma per fortuna aspettava proprio una mia chiamata. Abbiamo iniziato prima con un gruppo di adolescenti, poi ne abbiamo aggiunto uno di bambini e, da questa settimana, avrò tre nuovi gruppi di adulti.
Questa sera sto per conoscere il primo.

«Ti avevo detto che in questo gruppo adulti ci sono anche dei ragazzi tuoi coetanei?»
«No, in realtà no» dico con un attimo di esitazione mentre mi giro piano a guardarlo.
«Ci sono due ragazzi e due ragazze: Ike, Beatrice, Victor e Jordan. Credo abbiano più o meno la tua età ma non ricordo con certezza. Ah e tra l'altro, informazione di servizio, entrambi i ragazzi sono molto alti proprio come piace a te, attenta che va a finire che ti innamori di uno di loro» dice mentre mi fa l'occhiolino e poi si avvia ridacchiando verso le scale per andare ad accendere le luci del palco.
Mi metto in piedi su uno dei due divani cercando di sistemare sugli scaffali più alti gli ultimi libri, così da sfruttare l'altezza per farmi sentire da lui, fingendomi offesa:
«Dai Alberto, ma ti pare, io sono qui per lavorare e poi di deludenti distrazioni ne ho già fin troppe fuori, se non ti dispiace almeno qui vorrei stare tranquilla»
«Lo comprendo e lo apprezzo» mi risponde con dolcezza.

OLTRE LE QUINTEStories to obsess over. Discover now