capitolo 1

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14 giugno. in questa data ricominciarono le serate alla villa e al mare. ero a casa di mio fratello davide -meglio conosciuto come gemitaiz- come ormai era da tantissimi anni. quel giorno la serata prevedeva proprio andare alla villa che affittavamo insieme ogni anno fatta apposta per questi eventi dove ci sarebbero stati rapper e producer più conosciuti e anche quelli un po' più stretti che ritenevo amici.
per l'occasione indossai un outfit scoperto come piaceva a me: un top bianco che ricadeva morbido sul davanti lasciando aperto il seno che era coperto da un pezzo che faceva parte del top con un cerchio dorato al centro, dei pantaloncini di jeans neri, corti e a vita bassa con bottoni dorati e dei lacci ai lati, delle collane dorate molto più piccole rispetto alla mia collana principale sbrillucicante con sopra scritto "maya", degli occhiali dior che rientravano nello stile e infine degli stivali neri alti un po' arricciati in pelle che mi arrivavano sotto il ginocchio. non sapevo cosa aspettarmi da quella serata, ma sapevo solo di non vedere l'ora di buttarmi tra le braccia dei miei amici non appena li avessi visti. quando andai davanti alla porta pronta ad uscire, lì ad aspettarmi c'era davide, vestito leggero ma di classe come al solito. non appena mi vide disse: "sei stupenda, ma ti tengo sott'occhio" e poi abbandonammo casa. quando mettemmo piede nella villa l'atmosfera era già movimentata: musica al massimo volume, gente che ballava, altra seduta al bancone della zona bar, altra in giardino e in piscina, fumo, drink e tant'altro. non appena vidi davide e ghali mi buttai dritta nelle loro braccia proprio come promesso e loro mi accolsero con un bacio fra i capelli e un gran sorriso. con dref invece mi limitai al nostro solito salutoc visto che già da un po' si era fidanzato, ma appena vidi anna le saltai praticamente addosso urlando e lo stesso fece lei con me, così ci avviciniamo al bancone del bar per stare tranquille a ballare. quando vidi piero -in arte ketama126- lo abbracciai immediatamente rimanendo fra le sue braccia molto a lungo per poi restare tutto il tempo seduta sulle sue ginocchia mentre parlavo con lui ed anna fra un tiro e l'altro condiviso con piero. quando la conversazione si spense un po' insieme alla mia testa, anna mi tirò con sé portandomi dove gli altri ballavano così da svagarci un po' meglio. non mi divertivo affatto ma ridevo e ballavo con una j in mano, finchè non arrivò davide a cambiare un po' la situazione. "vieni, ti devo presentare una persona" mi disse urlando un po' per farsi sentire sopra i bassi, poi mi prese il polso e mi portò via in in angolo un po' più libero rispetto a quella marea di gente dove anche la musica era un po' più bassa. in un niente ritrovai davanti a me william mezzanotte, in arte nayt.
"maya, questo è william. william, questa è maya" disse davide, ma invece di un 'piacere di conoscerti' william mi squadrò dall'alto in basso, così feci lo stesso con lui. era evidente che non fossi il suo tipo, probabilmente con quei miei capelli rosa, ciglia finte esagerate e abbigliamento di quel tipo non gli sarei interessata minimamente. allora ci limitammo ad un
"ciao"
"ciao"
e allora mi voltai camminando via. che tipo strano, come si permetteva a giudicarmi in quel modo?
perciò decisi di lasciar stare e andare dinuovo da piero che ora era su un divanetto a parlare con massimo pericolo che salutai con un abbraccio forte e un producer. piero si diede qualche colpetto sulle ginocchia per dirmi di sedermi lì e così feci, mettendogli un braccio dietro al collo e con l'altro afferrai il suo drink che mi offrì, bevendone un po' per poi ripassarglielo. "tutto bene maye'?" mi chiese piero
"sì pie', davide mi ha presentato william ma è antipatico come la morte, preferivo non conoscerlo"
lui ridacchiò alle mia parole e mi diede un bacio affettuoso sulla guancia "hai ragione, a volte è stronzo, però è un bravo ragazzo" rispose
"mah...ne dubito"
quando pensavo che sarei stata finalmente in pace a parlare con i miei amici, arrivarono davide con qualcuno dei suoi amici tra cui william
"piè hai visto i nuovi beat che hanno portato frenetick&orange?" chiese davide a piero
mentre loro parlavano di musica, io e william continuavamo ad ignorarci, e come se prima non fosse già successo abbastanza mi guardò con sguardo critico le unghie lunghe decorate e le ciglia finte e disse "certo che certa gente se veste manco dovesse anda' ad un carnevale, non una serata tra amici" e il fatto che lo stesse dicendo s me, riferendosi proprio a me con così tanta disinvoltura mi fece incazzare. "e c'è sta anche gente che se veste manco dovesse anda' a fa la spesa sotto casa sua, però non la giudico" risposi io
"certo, l'importante è essere convinti"
poi piero mi strinse un po' di più la vita sussurrandomi "lascialo sta', mayè" passandomi una j
"pie' andiamo di sopra in studio? non ce la faccio più a stare qui"
piero annuì impercettibilme e si alzò dal divanetto, tenendomi per mano per aiutarmi a fare lo stesso. "sì, andiamo su, facciamo respirare un po' il cervello", disse ad alta voce, rivolto anche agli altri per congedarsi senza dare troppe spiegazioni. prima di girare i tacchi, lanciai un'ultima occhiata a william. era ancora lì, con le braccia conserte e quell'aria di sufficienza che mi faceva salire il nervoso a livelli altissimi. sostenni il suo sguardo per un secondo di troppo, giusto per fargli capire che non mi ero minimamente scomposta per la sua uscita infelice, poi mi voltai, stringendo le dita attorno a quelle di piero. salimmo le scale di marmo della villa, lasciandoci alle spalle il frastuono assordante della pista da ballo al piano terra. man mano che salivamo, i bassi diventavano un battito sordo sotto i piedi e l'aria si faceva più fresca. lo studio di registrazione improvvisato era in una delle stanze grandi in fondo al corridoio. all'interno c'era una luce soffusa, quasi bluastra, e l'atmosfera era decisamente più rilassata: un paio di divani comodi, una console con due schermi accesi e qualche sedia da ufficio. "mamma mia, che liberazione," sospirai, lasciandomi cadere sul divano di pelle. piero si sedette subito accanto a me, allungando le gambe lunghe sul tavolino basso al centro della stanza. "te l'ho detto, mayè, non te la prendere," disse piero, passandosi una mano tra i capelli chiari e accendendo la j che avevamo portato su. "william è fatto così. è uno preciso, un po' fissato con le sus cose, a volte sembra che stia sempre sul piedistallo ma in realtà è solo diffidente." "sì, ma c'è modo e modo di porsi," risposi, prendendo la j dalle sue dita e facendo un tiro prima di ridargliela. mi accoccolai contro il suo fianco, poggiando la testa sulla sua spalla. con piero era tutto così naturale; ci conoscevamo da una vita e il nostro affetto era un porto sicuro, specialmente in serate caotiche come quella dove l'alcol e la stanchezza iniziavano a farsi sentire e non eravamo mai andati oltre. "poteva benissimo evitare di commentare come mi vesto. non mi conosce nemmeno." "tu però gli hai risposto a tono, eh," ridacchiò lui, stringendomi un braccio intorno alle spalle per tenermi vicina. "gli hai tirato una bella stoccata." "se la meritava tutta." rimanemmo lì per un bel po', a goderci la tranquillità e a parlare del più e del meno. di tanto in tanto dalla porta aperta dello studio passava qualche altro producer o amico stretto per scambiare due parole o ascoltare qualche base al computer, ma io e piero restammo praticamente nello stesso angolo, quasi isolati dal resto del mondo in quella bolla di comfort. dopo circa un'ora, la porta dello studio si aprì di nuovo. speravo fosse davide, pronto a dirmi che era ora di tornare a casa, e invece sulla soglia comparve proprio william, seguito da uno dei fonici. aveva un quaderno di appunti in mano e l'aria concentrata di chi è lì esclusivamente per lavorare. quando i suoi occhi incrociarono i miei, si fermò un istante. io mi irrigidii impercettibilmente, stringendomi ancora di più a piero, che mi accarezzò distrattamente il braccio per tranquillizzarmi. "dobbiamo provare quella traccia con la base nuova di frenetick," disse william al fonico, ignorando completamente la mia presenza e parlando con un tono di voce piatto, quasi professionale. "ah, perfetto, fate pure," rispose piero per entrambi, accennando un saluto con la testa. "noi stiamo qui, non disturbiamo." william non rispose. si sedette davanti al microfono nella cabina di registrazione aperta, mettendosi le cuffie. iniziò a provare alcune barre a cappella, con quella sua solita precisione metrica quasi maniacale. dovevo ammettere a me stessa, anche se mi costava tantissimo, che quando si trattava di musica ci sapeva fare davvero. ma il suo atteggiamento fuori dallo studio continuava a renderlo del tutto insopportabile ai miei occhi. durante una pausa tra una registrazione e l'altra, mentre il fonico sistemava i livelli del mixer, william si tolse le cuffie e si voltò verso di noi. il suo sguardo cadde sulla mia mano, che in quel momento stava giocherellando con la catena d'oro al collo di piero. "certo che non vi staccate un secondo, eh," commentò william, con un tono che non capivo se fosse di scherno o semplicemente scocciato. "sembrate due gemelli siamesi." sollevai la testa dalla spalla di piero, guardandolo dritto negli occhi con tutta la freddezza di cui ero capace. "piero è il mio migliore amico. e a differenza di qualcun altro qui dentro, stare con lui è piacevole." william accennò un sorriso amaro, quasi di sfida. "beh, meno male che c'è lui a sopportare tutto quel trucco e quegli accessori luccicanti. io avrei già il mal di testa." "nessuno ti ha chiesto di guardarmi, william," ribattei acida, raddrizzando la schiena sul divano. "puoi tranquillamente girarti dall'altra parte e fare finta che io non esista. anzi, mi faresti un enorme favore." piero intervenne prima che la situazione degenerasse, ridacchiando per smorzare la tensione. "dai will, lascia stare la pischella. pensa a chiudere la strofa che quel beat merita." william mi fissò ancora per un lungo istante, come se stesse cercando di capire se facessi sul serio o se fosse solo una recita, poi scrollò le spalle, si rimise le cuffie e diede le spalle al divano, tornando a concentrarsi sul monitor. la tensione nella stanza si poteva tagliare con un coltello, e io sentivo una strana elettricità nell'aria. una cosa era certa: quella serata era ancora lunga, e tra me e william la guerra fredda era appena cominciata.
piero aprì la bocca per dire qualcosa, forse per fare una delle sue solite battute capaci di spegnere ogni tensione, ma la musica che partì a tutto volume dalle casse dello studio lo interruppe. il beat di frenetick era una bomba: una linea di basso profonda che faceva vibrare i vetri della stanza e un giro di melodie scure che si incastravano perfettamente con lo stile di william. william afferrò il microfono. nel momento esatto in cui iniziò a scandire le prime parole, il suo atteggiamento cambiò completamente. sparita la spocchia, sparito lo sguardo giudicante; c'era solo una concentrazione assoluta, quasi rabbiosa. la sua voce era tagliente, le rime viaggiavano a una velocità impressionante senza perdere un briciolo di intonazione o di ritmo. rimasi a guardarlo mio malgrado, stringendo inconsciamente la stoffa della maglietta di piero. detestavo ammetterlo, specialmente a me stessa, ma il talento non gli mancava. c'era un'energia cruda nel modo in cui sputava quelle barre che catturava l'attenzione, volenti o nolenti. piero accanto a me muoveva la testa a tempo, visibilmente preso dal pezzo, e per qualche minuto l'ostilità nella stanza venne sommersa dal suono. quando la base sfumò, william si tolse le cuffie, lasciandole appese al collo. era leggermente sudato sotto le luci calde dello studio, ma l'espressione era quella di chi sapeva di aver fatto un ottimo lavoro. si voltò verso il fonico per rivedere le onde sonore sul monitor, poi lo sguardo gli scivolò di nuovo verso il divano, incontrando il mio. non c'era simpatia nei suoi occhi, tutt'altro. sembrava quasi infastidito dal fatto che fossi stata lì ad assistere alla sua sessione. "allora, piè? che te ne pare?" chiese william, rivolgendosi solo a mio fratello acquisito. "spacca, will. la seconda quartina entra dritta, spacca davvero," rispose piero, dandogli il giusto riconoscimento con la massima sincerità che lo contraddistingueva da sempre. "mayè, che dici? pure a te piace il genere più tecnico, no?" piero lo faceva apposta, lo sapevo. voleva costringerci a trovare un punto d'incontro, o almeno a parlarci civilmente. sollevai il mento, sistemandomi meglio sulle ginocchia di piero e incrociando le braccia sul petto. le mie unghie decorate brillarono sotto i led blu dello studio. "la metrica è precisa, niente da dire," dissi con tono distaccato, quasi professionale, per fargli capire che non ero il tipo che si lasciava condizionare dalle antipatie personali quando si parlava di musica. "peccato per l'atteggiamento fuori dal microfono. quello non va a tempo con niente." william fece un mezzo sorriso, sarcastico e tirato. fece un passo avanti, appoggiandosi con la schiena alla scrivania del fonico, a pochi metri da noi. "l'atteggiamento è semplicemente una risposta a quello che ho davanti, maya. se vedo del fumo e dell'apparenza, mi viene naturale essere trasparente." "apparenza?" sbottai, sentendo il sangue ribollire. "solo perché mi vesto come mi pare e piace sarei 'apparenza'? tu non sai niente di me, william. pensi di essere superiore solo perché vai in giro vestito come se fossi appena sceso dal divano di casa tua?" "ragazzi, state calmi," intervenne piero con un sospiro, passandomi un braccio intorno alla vita per trattenermi, dato che mi ero alzata leggermente. "will, non scassare il cazzo, dai. ognuno si veste come vuole." "io sono calmissimo," rispose william, sollevando le mani in segno di finta resa, anche se i suoi occhi continuavano a sfidarmi. "dico solo che in un ambiente dove tutti cercano di farsi notare per come appaiono, apprezzo la sostanza. tutto qui." "e chi ti dice che io non abbia sostanza?" lo provocai, guardandolo fisso. "il fatto che io porti i capelli rosa e le ciglia finte ti impedisce di vedere oltre? complimenti per l'apertura mentale. e dire che nei tuoi testi parli tanto di capire le persone." quella frecciatina sembrò colpirlo, perché il suo sorriso svanì all'istante, sostituito da una smorfia seria. prima che potesse ribattere, la porta dello studio si spalancò di colpo ed entrò davide, con un bicchiere in mano e l'aria visibilmente provata dalla serata. "oh, eccovi qua! vi siete nascosti tutti nello studio?" esclamò davide, guardando prima me e piero e poi william. avvertì subito il clima pesante che si respirava nella stanza e inarcò un sopracciglio. "che succede? avete una faccia..." "niente, dave," tagliò corto william, staccandosi dalla scrivania e prendendo il suo quaderno di appunti. "abbiamo finito di registrare la bozza. io scendo a prendere da bere." mi passò accanto per raggiungere l'uscita, e per un breve istante i nostri sguardi si incrociarono di nuovo a distanza ravvicinata. non c'era un briciolo di tregua tra di noi. senza dire un'altra parola, varcò la soglia e si lasciò la porta alle spalle. davide mi guardò, poi guardò piero. "mayè, che hai combinato?" "io? niente! è il tuo amico che è un arrogante patentato," dissi, lasciandomi ricadere all'indietro contro lo schienale del divano, esausta per quel continuo scontro. piero mi strinse la mano, dandomi un colpetto affettuoso. "te l'ho detto, è un osso duro," sussurrò piero al mio orecchio. "ma prima o poi dovrà fare i conti con il fatto che non sei il tipo che si fa mettere i piedi in testa."
"basta che ci sei tu, pie. però restiamo qua ancora un po'," sussurrai, avvicinandomi ancora di più al suo orecchio e portandolo a me con la mano poggiata sulla guancia calda. sentivo il bisogno di quella vicinanza fraterna, di quel calore familiare che solo piero sapeva trasmettermi in mezzo a tutta quella confusione e a quegli sguardi giudicanti. piero accennò un sorriso stanco ma incredibilmente dolce. coprì la mia mano rimasta sulla sua guancia con la sua, stringendola delicatamente prima di rimettersi comodo contro lo schienale del divano di pelle. "sì, mayè, tranquilla. non ci muoviamo da qui finché non te la senti," rispose a bassa voce, per non farsi sentire da davide che nel frattempo si era avvicinato alla console per scambiare due parole con il fonico sui livelli del beat appena registrato. "tanto giù c'è troppo caos stasera. qui si sta decisamente meglio." davide si girò verso di noi, notando come fossimo praticamente fusi in un unico abbraccio sul divano. scosse la testa con un sorriso rassegnato, ormai abituato da anni a vederci così uniti. "voi due non cambierete mai, eh? siete peggio di due cozze dello scoglio," scherzò, prendendo una sedia girevole e trascinandola vicino a noi per sedersi al contrario, appoggiando le braccia allo schienale. comunque, mayè, non prendertela per william. è un tipo particolare, molto chiuso all'inizio. ma sotto sotto è un bravo ragazzo, te lo giuro. fa solo il guscio perché è fatto a modo suo." "sì, dave, va bene tutto, ma il guscio può anche tenerselo per sé senza spruzzare veleno sugli altri," ribattei, giocherellando distrattamente con uno dei bottoni dorati dei miei pantaloncini neri. "io non gli ho fatto niente. se ha dei problemi con il mondo non deve scaricarli su come decido di vestirmi io." "lo so, hai ragione. infatti dopo gli parlo," disse davide, allungando una mano per scompigliarmi scherzosamente i capelli rosa, stando attento a non rovinarmi l'acconciatura. "però adesso rilassati. la serata è ancora lunga e siamo venuti qui per divertirci, non per farci il sangue amaro." le sue parole mi calmarono un po', anche se l'irritazione per l'atteggiamento di william continuava a ronzarmi in testa come un insetto fastidioso. appoggiai di nuovo la testa sulla spalla di piero, respirando il profumo del suo profumo misto a tabacco, un odore che per me significava casa, sicurezza e protezione. chiusi gli occhi per qualche istante, lasciando che i bassi della musica che provenivano dal piano di sotto cullassero i miei pensieri. la porta dello studio rimase socchiusa, lasciando entrare solo un bisbiglio attutito della festa. di tanto in tanto, qualche altro membro della "comitiva" faceva capolino: passò anna per vedere dove fossi finita, mi lasciò un bacio sulla fronte vedendomi mezza addormentata su piero, e poi tornò giù a ballare con gli altri. sapevo che prima o poi sarei dovuta scendere di nuovo, che avrei dovuto affrontare ancora quella marea di gente e, molto probabilmente, incrociare di nuovo lo sguardo freddo e critico di william. ma in quel momento, stretta nel porto sicuro del mio migliore amico, decisi che il resto del mondo poteva tranquillamente aspettare fuori da quella porta.
"sono stanca. ho mille pensieri che mi invadono, non so più come fare se non fumare. domani dimenticati di queste cose che ti sto dicendo, sto parlando solo perché sto mezza fatta"
piero rimase in silenzio per qualche secondo, stringendomi ancora di più a sé. il suo braccio si fece più saldo intorno alle mie spalle, come a voler creare una barriera invisibile tra me e tutti quei pensieri che mi stavano soffocando. prese la j dalle mie dita, fece un tiro lento a sua volta e poi la spense nel posacenere sul tavolino, decidendo che per quella sera poteva bastare così. "mayè, guardami," disse con una voce incredibilmente calma e profonda, costringendomi dolcemente a sollevare la testa dalla sua spalla per incrociare il suo sguardo. i suoi occhi erano stanchi, ma carichi di una serietà e di un affetto che mi arrivarono dritti al cuore. "non mi dimentico un bel niente domani" continuò, accarezzandomi delicatamente la guancia con il dorso della mano.

abbatti le mie difese ~naytStories to obsess over. Discover now