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Capitolo 1: Until I Know (Parte 1)

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20 Dicembre 1999

Fuori nevicava, ed io uscii senza guanti per controllare il contatore esterno, ci misi dieci minuti, forse dodici, non di più. Quando rientrai, lei mi strappò le mani dalle tasche, le girò lentamente tra le sue, palmo verso l'alto e le esaminò come si esamina un pezzo di carne al mercato:

"Non senti niente?" mi chiese.

"Niente cosa" risposi, le mie mani erano lì, funzionanti, mi rispondevano quando chiudevo il pugno, obbedivano ad ogni comando come sempre, cosa dovrei sentire di diverso?

Non le ho mai rivelato la verità: da quando avevo dodici anni, il freddo per me è solo un'informazione, non una sensazione: per esempio, adesso so che fa freddo, lo vedo dal termometro appeso in casa, lo vedo dal mio fiato che si condensa nell'aria e lo vedo dalla brina che si posa sui capelli degli altri come una polvere sottile, ma non lo sento.

Il dottore che mi visitò all'epoca la chiamò: "una forma atipica di analgesia termica" e fece firmare ai miei genitori un'infinità di documenti pur di evitarmi una vita intera (o almeno fino ai miei 18 anni) dentro qualche struttura specializzata. Non ricordo altro con precisione, o come la presero i miei, sono passati troppi anni e i ricordi di quel periodo mi tornano a frammenti, come fotografie sbiadite, ma il senso di ciò che disse è rimasto intatto fino ad oggi: dovevo imparare a osservare il mio corpo più di quanto chiunque altro avrebbe mai dovuto fare con il proprio; soprattutto d'inverno.

Ci misi anni ad abituarmi. Ancora oggi quando sono fuori, controllo le dita ogni ora, quasi per abitudine liturgica: guardo il colore, valuto la rigidità, osservo se è giusto il modo in cui si piegano; piccoli dettagli che solo io so riconoscere.

Da piccolo, quella stranezza fu solo un peso. Portavo gli occhiali e sembravo uno stereotipo del classico nerd nei film coi liceali, decisero di soprannominarmi come i cattivi di Batman: "Mr. Freeze"; era ovviamente il più gettonato, ma scelsero anche "il Pinguino" o "Due Facce" per ragioni che ancora oggi non capisco. Soffrii molto durante quel periodo; mi iniziai a chiudere ogni giorno in camera per ore, rifiutando di mangiare, rifiutando di scendere a salutare mia zia, rifiutando qualunque cosa somigliasse a socializzare. Era un dolore lento e silenzioso, stavo marcendo.

Fu proprio in una di quelle sere, con la luce dello schermo come unica abituale compagnia, che scoprii i primi MMO online: Ricordo ancora la lentezza con cui il gioco si caricava, la barra che avanzava a scatti mentre fuori casa arrivavano incessanti bufere di neve; lì dentro nessuno si fermava a vedere un ragazzino sfigato, potevo essere un guerriero, un mago, con un nome scelto da me e non assegnato da qualcun altro nei corridoi della scuola. Passai diverse ore e giorni ad esplorare mappe infinite, a parlare con sconosciuti che non sapevano nulla di Mr. Freeze o del Pinguino (se non nei fumetti di Batman), gente che mi conosceva solo per come rispondevo in chat. Quell'habitat fu, per me, un rifugio silenzioso, ma col tempo avrei imparato che se ci resti troppo tempo, i rifugi, rischiano di diventare gabbie.

Al liceo senza che facessi nulla di diverso, la stessa stranezza che mi aveva isolato per anni si trasformò, quasi per un capriccio del destino; nel mio marchio di fabbrica, diventai una leggenda vivente: tolsi gli occhiali e mi creai uno stile unico: Fui l'unico a indossare camicie hawaiane a dicembre, l'unico capace di restare fuori al freddo con disinvoltura e all'improvviso tutte le ragazze della scuola volevano uscire con me. Adesso frequentavo pub, discoteche, bar e avevo un'ottima reputazione in tutta la zona.

Ci fu un episodio in particolare di quegli anni che non raccontai mai a nessuno per intero: ricordo una serata fredda, forse gennaio o febbraio, ero al parcheggio dietro al locale dove andavamo sempre il venerdì; non so bene per cosa fosse iniziata, magari una ragazza, una parola fraintesa, a quell'età bastava poco per far scattare una rissa, ricordo un pugno, magari anche due arrivarmi addosso, e soprattutto lo sguardo di chi me li ha dati: soddisfatto, poi confuso e infine spaventato.

CYANOTIDEStories to obsess over. Discover now