Capitolo 1: Il rumore del fondo

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Il picco di pressione sonora all'interno del casco durante una staccata alla Sainte Dévote era qualcosa a cui Charles Leclerc non si era mai del tutto abituato, nonostante ci fosse nato e cresciuto, su quelle strade. Il motore Ferrari V6 turbo-ibrido rombava dietro la sua schiena, un vibrare cupo che si scaricava dritto sulla colonna vertebrale, trasformando ogni dente, ogni muscolo della mandibola, in un cassa di risonanza. Ma quel giorno, sotto la pioggia battente che trasformava l'asfalto del Principato in una striscia di specchio nero e viscido, il rumore più forte non veniva dalla vettura.
Veniva da dentro.
La pioggia picchiava con violenza sulla visiera, e Charles vedeva il mondo attraverso una striscia di policarbonato opacizzata dal vapore del proprio respiro. Davanti a lui, a meno di sei decimi di secondo, la sagoma tozza, aggressiva e inconfondibile della Red Bull numero 3 sollevava una marea d'acqua, un muro di spray grigio che rendeva quasi impossibile scorgere i punti di corda.
Max. Era sempre e solo Max.
Per settantotto giri, Charles gli era rimasto incollato agli scarichi. Ogni accelerazione fuori dal Casinò, ogni staccata al limite sotto il tunnel, ogni millimetro guadagnato sfiorando le barriere di metallo con la gomma posteriore destra era stato un esercizio di pura sopravvivenza. La SF-26 scivolava, sembrava voler scaricare il monegasco contro i muretti di casa sua ad ogni cambio di marcia, ma Charles la teneva. La teneva con i denti, con i muscoli delle avambracci che gli bruciavano come se fossero immersi nell'acido, spinto da quella forza primordiale che lo animava ogni volta che vedeva quella macchina blu e rossa davanti a sé.
Poi, la bandiera a scacchi. Max primo. Charles secondo, staccato di quattro decimi appena.
Quando le vetture avevano imboccato la corsia box per rientrare nel parco chiuso, il rumore dei motori si era spento, sostituito dal boato sordo della folla stipata sulle tribune e dal picchiettare della pioggia sulle carrozzerie in fibra di carbonio che fumavano per il calore accumulato.
Charles si era tolto il volante, lo aveva appoggiato sul musetto della sua Ferrari e si era sollevato dall'abitacolo. Le gambe gli tremavano leggermente — un misto di fatica fisica e di scarica di adrenalina che iniziava a defluire — e si era appoggiato con entrambi i gomiti all'airbox della vettura per ritrovare il fiato. Il sottocasco era impregnato di sudore e acqua piovana; lo aveva tirato giù con un gesto stanco, lasciando che l'aria umida e fredda di maggio gli bagnasse i capelli ricci e appiccicati alla fronte.
«Gran gara, Charles.»
La voce era arrivata da dietro, bassa, roca, ancora alterata dallo sforzo fisico.
Charles non aveva avuto il tempo di voltarsi del tutto. Max era già lì. Il pilota olandese si era già liberato della parte superiore della tuta, lasciandola pendere all'altezza della vita, tenuta su dalle maniche legate attorno ai fianchi. La maglia ignifuga nera gli aderiva al petto ampio, segnata da vistose chiazze di sudore sul collo e sulle spalle. Aveva i capelli biondi disordinati, sparati in tutte le direzioni, e gli occhi chiari che brillavano di quella luce selvaggia e carnivora che gli rimaneva addosso per almeno un'ora dopo ogni gara.
Prima che Charles potesse formulare una risposta di circostanza — una di quelle frasi fatte sul passo gara, sulla gestione delle gomme intermedie o sulla strategia del muretto —, Max aveva azzerato la distanza.
Non si era limitato alla solita pacca sulla spalla. Non era stato il classico gesto di cameratismo formale tra due piloti che condividono il podio. Max si era fatto avanti, invadendo lo spazio personale di Charles con un'incuria quasi brutale. Con la mano destra, ancora protetta dal guanto da gara intriso di sudore, aveva afferrato la nuca di Charles.
Le dita di Max si erano strette attorno ai suoi capelli bagnati, applicando una pressione ferma, calda, inaspettatamente decisa, tirandolo verso di sé di pochi centimetri. La vicinanza era diventata istantaneamente soffocante. Charles aveva sentito l'odore di Max: benzina bruciata, pioggia, sale e quel profumo acuto e personale che il casco tendeva a trappolare attorno alla sua pelle.
«Hai spinto come un pazzo», aveva detto Max. Ma non lo stava guardando negli occhi.
Lo sguardo di Max era sceso di pochi millimetri, fermandosi sulla bocca di Charles, che in quel momento era leggermente aperta per raccogliere aria. Era stato un secondo. Forse persino meno di un secondo. Una frazione di tempo minuscola, insignificante per le decine di telecamere che riprendevano la scena da cento angolazioni diverse, ma che per Charles si era dilatata fino a diventare un'eternità gelida e rovente allo stesso tempo.
Max non aveva distolto lo sguardo subito. Aveva fissato le sue labbra con una concentrazione scura, densa, quasi affamata, prima di risalire finalmente verso i suoi occhi e lasciargli andare la nuca con una lentezza calcolata, come se gli costasse fatica staccare le dita.
«Ci vediamo sopra», aveva aggiunto l'olandese, prima di voltarsi e incaminarsi verso la bilancia dei pesi senza attendere risposta.
Tre ore dopo, il Principato di Monaco era avvolto da una penombra umida e grigia. La pioggia si era trasformata in una foschia sottile che sfuocava le luci dei megayacht ormeggiati al porto Hercule.
Nel suo appartamento affacciato sul mare, Charles era seduto sul bordo del letto d'ospedale — o almeno, gli sembrava un letto d'ospedale per quanto si sentisse anestetizzato. La coppa del secondo posto era appoggiata sul tavolo all'ingresso, ancora avvolta nell'involucro di protezione, dimenticata. La doccia bollente che si era fatto appena rientrato non era servita a nulla: l'acqua non era riuscita a lavare via la sensazione di quelle dita intrizzite sulla sua nuca.
Charles si passò entrambe le mani sul viso, strofinandosi gli occhi con forza fino a vedere scintille luminose nel buio della stanza.
Perché?
La domanda continuava a rimbombargli nella testa, ritmica e implacabile come il battito di un metronomo. Perché mi ha guardato in quel modo? E soprattutto... perché io sono qui a pensarci?
Charles Leclerc aveva ventott'anni e la sua vita era sempre stata una linea retta, tracciata con la precisione di un compasso. C'era la pista, c'era la Ferrari, c'erano le vittorie da inseguire per onorare le promesse fatte a suo padre e a Jules. Non c'era mai stato spazio per le deviazioni, per le zone grigie, per i dubbi su chi fosse o su cosa desiderasse. Le sue relazioni con le donne erano sempre state lineari, pulite, rassicuranti. Rientravano perfettamente nell'immagine che il mondo aveva di lui: il ragazzo d'oro di Monte Carlo, il principe della Scuderia, l'atleta composto ed educato.
Max Verstappen era l'esatto opposto di quella linea retta. Max era un punto esclamativo tracciato con la vernice spray su un muro di marmo. Era spigoloso, arrogante, spietato in pista e impermeabile alle opinioni altrui fuori dalle macchine. Si conoscevano da quando avevano dodici anni; si erano odiati sui tracciati di kart di tutta Europa, si erano spinti fuori pista a Wackersdorf, si erano insultati sotto la pioggia di Sarno quando erano poco più che bambini. C'era un filo invisibile e sanguinoso che li legava da più di un decennio, una rivalità viscerale che definiva la carriera di entrambi.
Ma quello che era successo nel parco chiuso non c'entrava nulla con i kart. Non c'entrava nulla con la Formula 1.
Charles si alzò dal letto e si avvicinò alla vetrata della terrazza. Il mare era scuro, agitato da onde basse che si frangevano contro la scogliera. Riflesso nel vetro, il suo viso appariva pallido, tirato, con due occhiaie scure che segnavano gli occhi verdi.
È stato solo un momento di adrenalina, cercò di rassicurarsi, incrociando le braccia al petto per scacciare un brivido improvviso. Max è fatto così. È fisico, è dominante, vuole sempre marcare il territorio. Ha vinto la gara e voleva solo fare il padrone.
Ma la spiegazione razionale crollava miseramente davanti a un dettaglio che la sua mente rifiutava di cancellare: la reazione del suo stesso corpo.
Quando le dita di Max gli avevano toccato il collo, quando quel calore ruvido si era posato sulla sua pelle, Charles non si era irrigidito per la stizza. Non aveva provato il fastidio tipico di quando un rivale ti invade lo spazio. Il suo cuore aveva fatto un salto mortale nel petto, un tuffo sordo che gli aveva tolto il fiato, e una scarica elettrica era partita dalla base del cranio per scendere lungo la colonna vertebrale, andandosi a concentrare nella pancia. Un calore improvviso, liquido, spaventoso.
Il panico, vero e sottile, cominciava a farsi strada dentro di lui.
Charles si passò una mano sul collo, esattamente dove l'aveva messa Max, tentando di cancellare quell'impronta fantasma. L'idea di poter provare attrazione per un uomo era qualcosa che non aveva mai preso in considerazione. Non per pregiudizio — non si era mai considerato una persona rigida o giudicante —, ma semplicemente perché non gli apparteneva. O almeno, credeva non gli appartenesse.
E che quell'uomo potesse essere Max Verstappen rendeva il tutto un incubo grottesco.
Se la stampa avesse percepito anche solo un'ombra di quello che stava passando nella sua testa... Se i giornali, la Ferrari, i suoi tifosi, la sua famiglia avessero scoperto una cosa del genere... Charles sentì un nodo alla gola che gli impediva di respirare correttamente. Il mondo della Formula 1 era una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia iper-maschile, conservatrice, dove ogni debolezza veniva azzannata dai rivali e dai media. Essere un pilota gay o bisessuale significava esporsi a un uragano di speculazioni, battute sottobanco, perdita di sponsor, scetticismo da parte del proprio team.
Ma la paura dei media non era nulla in confronto al terrore che Charles provava verso sé stesso. Se quella cosa era vera, se quel brivido non era stato un errore del suo sistema nervoso stremato dalla gara, allora tutto quello che sapeva di sé stesso era una bugia. La sua identità, il suo equilibrio, la sua sicurezza: tutto rischiava di sgretolarsi.
Il telefono sul comodino vibrò, rompendo il silenzio della stanza.
Charles si voltò di scatto, come se il suono fosse un'aggressione fisica. Si avvicinò lentamente e prese il dispositivo. Sul display comparve una notifica di Instagram. Era un post della pagina ufficiale della Formula 1.
La foto principale del carosello era proprio quel momento nel parco chiuso.
L'angolazione dello scatto era impietosa. La macchina fotografica aveva catturato Max di profilo, leggermente chinato su di lui, con le dita immerse nei capelli di Charles. Ma la cosa peggiore era l'espressione di Charles: la testa lievemente reclinata all'indietro, gli occhi socchiusi, le labbra dischiuse. Sembrava in attesa. Sembrava un uomo sul punto di cedere.
La didascalia della foto recitava semplicemente: "Un rispetto che va oltre la pista. 🤝 #MonacoGP".
Nei commenti sotto, migliaia di fan avevano già iniziato a scatenarsi:
"Guardate come lo guarda Max..."
"Ma solo io noto una tensione stranissima tra loro due in questa foto?"
"La chimica tra questi due è pazzesca quest'anno."
Charles lasciò cadere il telefono sul letto come se scottasse. Il respiro gli si era fatto corto, affannoso. Senti le mani diventare fredde, umide di sudore freddo.
Il panico non era più un'ipotesi lontana: era lì, nella stanza con lui, compatto e soffocante.
Come avrebbe potuto guardare Max negli occhi a Montreal tra due settimane? Come avrebbe potuto salire sul briefing dei piloti, sedersi a un metro di distanza da lui e finta che nulla fosse successo, sapendo che dentro di sé si era aperta una voragine che rischiava di inghiottirlo?
Charles si riavvicinò alla finestra, appoggiando la fronte contro il vetro freddo. Fuori, la pioggia continuava a cadere incessante su Monaco, cancellando le traiettorie dell'asfalto, lavando via la gomma lasciata dalle macchine. Ma dentro di lui, la traccia lasciata da Max era profonda, incisa nella carne, e nessuna pioggia sarebbe stata in grado di cancellarla.

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