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L'aria di settembre a King's Cross non aveva mai un odore piacevole. L'umidità londinese si mescolava al vapore dell'Espresso per Hogwarts, al metallo dei binari e al fumo acre che si alzava dalla vecchia locomotiva rossa. Intorno a me, i babbani continuavano a correre da una parte all'altra della stazione, ignari di ciò che si celava oltre la barriera del binario nove e tre quarti. Là dietro, invece, il tempo sembrava essersi fermato.

Mi sistemai per l'ennesima volta il colletto della camicia bianca sotto il maglione grigio di Serpeverde, lisciando con un gesto distratto la cravatta verde e argento. La gonna della divisa era decisamente più corta di quanto consentisse il regolamento, ma non era mai stato un problema che mi riguardasse. Gli stivali di pelle nera risuonavano secchi sul pavimento mentre la mantella, piegata con poca cura sopra la mia borsa, aspettava soltanto di essere indossata una volta arrivata a Hogwarts.

Per un istante incrociai il mio riflesso nel finestrino di una carrozza.

I capelli neri e lisci, ricadevano ordinati sulle spalle, eredità inevitabile della famiglia Black. I lineamenti erano affilati, quasi severi, ma erano gli occhi a catturare sempre l'attenzione: di un azzurro limpido e gelido, così tagliente da mettere a disagio chiunque li incrociasse troppo a lungo. Da anni avevo imparato che bastava uno sguardo per far abbassare gli occhi alla maggior parte delle persone.

Accanto a me, i miei genitori facevano il possibile per trasformare quella mattina nell'ennesima lezione di vita indesiderata.

Mio padre, Altair, con il suo portamento impeccabile e gli occhi che ricordavano fin troppo quelli di mio zio Sirius, non aveva ancora smesso di parlare. Purezza del sangue. Onore della famiglia. Dovere. Reputazione. Secondo lui, il mio sesto anno doveva trascorrere senza uno scandalo, senza una punizione e, possibilmente, senza che il cognome Black finisse ancora una volta sulle labbra di mezzo castello.

Mia madre Delia gli dava silenziosamente ragione. Rigida come una statua di marmo, sembrava riservare il poco affetto che possedeva soltanto al mio fratello maggiore, Arcturus.

Il motivo della loro irritazione, quella mattina, era quasi ridicolo.

Avevo rifiutato la Passaporta privata organizzata da mio padre e persino una delle carrozze incantate della famiglia. Avevo scelto di raggiungere Hogwarts come tutti gli altri studenti: sull'Espresso.

Per loro era un affronto.

Per me era semplicemente una questione di principio.

Lasciai che le loro parole mi scorressero addosso senza degnarli di una risposta. Rimasi a fissare un punto oltre le loro spalle con un'espressione annoiata, trattenendo a stento l'ennesimo sospiro.

Sapevano perfettamente chi avevano davanti.

Ero tra gli studenti migliori del mio anno, ma fuori dalle lezioni ero tutto ciò che loro detestavano: feste clandestine nei sotterranei, regole infrante senza il minimo rimorso, punizioni accumulate come trofei e un talento naturale nel mandare in frantumi ogni loro aspettativa.

«Farò la brava. Contenti?»

La mia voce tagliò corto ogni discorso.

Non aspettai nemmeno una risposta. Voltai loro le spalle e mi avviai verso il treno.

Le loro minacce di severi provvedimenti avevano smesso di intimorirmi anni prima.

Arcturus mi rivolse un ultimo sguardo, a metà tra la preoccupazione e la disapprovazione.

Ricambiai appena con un cenno del capo.

C'era però un'assenza che continuava a infastidirmi.

Rigel.

Il peso di un cognome | Theodore NottHistorias para obsesionarse. Descúbrelo ahora