PILOT

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2020

Se c'era una cosa che odiavo, quella era la diffidenza.
Li vedevo parlare, quegli anziani davanti ai bar di città, mentre masticavano tabacco e si spostavano gli occhiali dagli occhi, guardandoti dall'alto in basso e chiedendoti dove fossi diretto, e tu, col caldo che ti dava alla testa, annuivi e rispondevi vago.
"Non so, vedrò." E poi cambiavi idea.
Non entravi nel bar.
Ti giravi e procedevi per la tua strada.
E nel momento in cui ti guardavi intorno, asciugandoti disperatamente il sudore dalla fronte, rimpiangevi di non essere entrato nel locale per una misera bottiglia d'acqua. Diffidenza. La dannata che ti aveva evitato dell'acqua.
E allora ti sedevi su una panchina al parco, e osservavi. Vedevi i colori della primavera perdersi e rinascere nell'estate appena nata, i bambini che, urlando allegri alle proprie madri di tenere le giacchette, che si toglievano in fretta e in furia, e di andare a prendere il gelato dopo aver giocato con gli amichetti.
E le madri annuivano, e sorridevano fra di loro.
E poi vedevi i cani fare lo stesso, l'unica loro mancanza erano le parole vere e proprie, ma spesso erano capaci di esprimersi molto di più delle persone stesse. Si rotolavano nella terra, i loro padroni scuotevano la testa, già rassegnati a un lungo bagno, il secondo che arrivavano a casa. E poi c'era quell'albero con dei colori accesi, un raggio di sole che attraversava le foglie e le rendeva calde alla stessa vista.
Quando ti guardavi intorno, e distoglievi l'attenzione da tutto il resto, potevi quasi sentire il cinguettio di quell'uccellino che sembrava seguirti ovunque tu andassi. Prima davanti alla finestra di casa tua, poi davanti alla tua pasticceria preferita, vicino al laghetto poco fuori città, e quando lo sentivi, lo riconoscevi. E se per poco non avessi chiuso gli occhi, avrei quasi creduto di aver sentito qualcuno chiamarmi. "Nathan?" e mi girai. Non c'era nessuno che riconoscessi. Assolutamente nessuno. Ma la voce era dolce, come il miele, come una musica.
"Sarò matto," mormorai fra me e me.
Ripresi a camminare solo quando, dopo aver controllato l'orario sul telefono, una chiamata comparve sullo schermo.
"Sì, Jade, sto arrivando," mi affrettai a dire, prima ancora di sentire la solita lamentela. "Muoviti, muoviti! Sei in ritardo di 10 minuti! Non ti sopporto." E la chiamata finì così.
Certo, sarebbe più facile dire che quando arrivai a casa sua, lei non c'era.
E invece stava lì. Mia sorella. Sulla porta, con la giacca in mano, pronta a fulminarmi con lo sguardo. Quando la raggiunsi, i miei occhi non si soffermarono neanche un secondo su di lei.
"Zio Nathan!" Sorrisi, e due piccole braccia paffute avvolsero le mie gambe.
"La cena è in forno, lui ha già mangiato, torno dopo mezzanotte. Ciao."
"Non ci posso credere, è l'agente 007 che vedo qui?" Crollai sul divano, e Silas mi raggiunse in meno di cinque secondi.
Dopo avermi lasciato un bacio presumibilmente mischiato con saliva e gelato al cioccolato, decise che il divano era poco comodo, e si sedette direttamente sopra il mio petto, spostandosi goffamente, rischiando di cadere almeno tre volte. E quando lo sentivo blaterare qualcosa che solo un bambino di due anni poteva comprendere, il mio cuore si riempiva di una gioia che non pensavo di essere capace di provare.
"Zio, mi racconti la favola dell'astronauta?" mi chiedesse il piccolo, mentre sbatteva la sua mano sulla mia bocca.
"Ancora? Perché non ne troviamo un'altra?" lo chiesi, mentre sorridevo, mentre già sapevo che cosa mi aspettava. Le sue labbra si curvarono, e poi, con solenne superiorità, provò teneramente a incrociare le braccia. "No. Astronauta." Scese dal mio petto mentre annuivo, e mi tiravo su. "Denti. Ti aspetto qui." Silas corse, letteralmente. Ci provò, ma le sue gambe erano corte e la stanchezza si faceva sentire. E allora io diedi via allo spettacolo. Spegnevo tutte le luci, abbassavo le tende, chiudevo le porte e puntavo il proiettore stellare verso il soffitto. Silas mi raggiunse nuovamente e si distese accanto a me.
"In un futuro lontano, un astronauta era seduto sulla sua poltrona. Non era un astronauta qualunque, era Teddy. Teddy l'Astronauta. Teddy era un astronauta vero e proprio. Aveva la sua uniforme spaziale, aveva quel cibo in scatola che tanto detestava, e aveva tutte le sue radio collegate con la Terra. Però c'era qualcosa che mancava..."
"L'astronave!" Silas parlò con eccitazione, gesticolando.
"Teddy era un fifone. Non era mai salito su un'astronave, e non sapeva neanche come apparisse la Terra a una grande grande distanza. Non sapeva niente se non quello che già era per nome. Un astronauta. Non perché non volesse esplorare l'Universo, certo, ma perché la sua paura lo fermava. Non era spaventato dello spazio, ovviamente, era spaventato del dopo. Era spaventato delle conseguenze. Era spavedato di quello che avrebbe provato una volta fatta una cosa così bella. 'E se me ne dimenticassi?' chiedeva sempre a se stesso."
Notai gli occhietti verdi di Silas chiudersi lentamente, e allora continuai con un tono più leggero. "Poi, un giorno, prese coraggio e salì su un'astronave. Non una di quelle che vedeva sempre in televisione, non una di quelle che sognava. Una vera e propria astronave. Sotto i suoi piedi. Si era seduto al suo posto, e aveva fatto l'astronauta."
Smisi di parlare quando notai il respiro di Silas rallentare lentamente.
Lo portai in camera sua, e poi sistemai la sala dove stavano tutti i suoi giochi.
Mentre cenavo con la parmigiana avanzata di mia sorella, in televisione davano un episodio di Friends.
Intorno all'una e quarantatré, il mio telefono squillò a tutto volume. "Mh?" Risposi, mentre i miei occhi cercavano di mettere a fuoco tutto intorno a me.
"Stiamo tornando, c'è stato un incidente vicino al ristorante. Siamo bloccati qui almeno mezz'ora."
"Stai tranquilla, Silas dorme. Ci vediamo fra poco."
"Grazie Nathan."
E di che, avrei voluto rispondere.
In fondo, lei mi aveva cresciuto. Era lei, che quando zia non voleva avermi affianco, papà se ne era andato senza dirmi niente, mi è rimasta accanto.
Certo, fosse stata la mia vera sorella. Lo so, avevo detto che lo era, ma per me è così.
Come lo spieghi ad una persona che quando tua mamma non c'è più, il papà non vuole vederti, la zia non sa e non vuole neanche sapere come badare a te, tua cugina è capace di essere un'intera famiglia senza neanche doverglielo chiedere?
Allora lì, mentre badi al figlio di tua cugina, ormai sorella, mangi degli avanzi del pranzo, ti soffermi a capire come funzionano quelle risate meccaniche nelle sit-com, capisci che c'è tanto di te che ancora devi scoprire.

Rimani con me.

Angelo 445554Stories to obsess over. Discover now