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CAPITOLO 1: Il tempo delle sale d'attesa

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Per Matteo, il tempo era sempre stato una linea retta, prevedibile e scandita da scadenze precise. A ventisette anni, la sua vita si muoveva con il ritmo regolare di un metronomo: la sveglia alle sette, le ore passate in ufficio a gestire database per una società di logistica, gli allenamenti di calcetto il martedì sera e le birre con gli amici di sempre nei fine settimana. Non c'erano grandi scossoni, né deviazioni improvvise. Si sentiva un uomo solido, concreto, forse persino un po' anestetizzato dalla routine. Pensava che il futuro fosse qualcosa che si potesse pianificare a tavolino, un mattone dopo l'altro.

Poi arrivò quel maledetto martedì di fine ottobre.

Mancavano cinque minuti alla fine della partita. Matteo scattò sulla fascia sinistra per intercettare un pallone lungo, ma il piede d'appoggio slittò sul sintetico bagnato dalla pioggia. Sentì una fitta acuta, tagliente, localizzata nella parte posteriore della coscia. Cadde a terra stringendo i denti, mentre il dolore gli bloccava il respiro. Il verdetto del fisioterapista della squadra fu immediato: "Sospetto strappo muscolare. Vai in ospedale a fare un'ecografia di controllo, giusto per capire l'entità del danno".

Il mattino seguente, l'ospedale civile della città si presentò a Matteo con il suo solito volto grigio e impersonale. L'odore pungente di disinfettante chimico, il neon intermittente del corridoio del reparto di radiologia e il brusio sommesso delle persone in attesa creavano un'atmosfera sospesa, quasi fuori dal mondo. Matteo camminava trascinando la gamba sinistra, appoggiandosi a una stampella di metallo che emetteva un clic metallico a ogni passo. Prese il suo numero d'attesa – il 42 – e si guardò intorno alla ricerca di un posto libero.

La sala d'attesa era piena. C'erano anziani che fissavano il vuoto, un bambino che giocava con il telefono della madre e un uomo di mezza età che sfogliava nervosamente una vecchia rivista spiegazzata. Matteo individuò una sedia libera in fondo al corridoio e si sedette con cautela, allungando la gamba dolorante. Sospirò, preparandosi a una lunga e noiosa mattinata di attesa.

Fu in quel momento che la vide. Era seduta tre sedie più in là.

Indossava un cappotto oversize color cammello, decisamente troppo grande per la sua figura esile, e stringeva al petto un fascicolo di plastica gonfio di fogli bianchi e lastre scure. Ma non fu questo ad attirare l'attenzione di Matteo. Fu il foulard di seta che portava annodato sulla testa: una fantasia vivace di blu e oro che contrastava violentemente con il pallore estremo del suo viso. Sotto il tessuto di seta, non c'era traccia di capelli.

Matteo, cresciuto in un mondo dove la malattia era un concetto astratto da confinare nei telegiornali, si sentì improvvisamente un intruso. Il suo strappo muscolare, che fino a cinque minuti prima gli sembrava una tragedia esistenziale, sbiadì fino a diventare una sciocchezza insignificante. Provò l'impulso istintivo di girare la testa, di guardare altrove per non violare l'intimità di quel dolore evidente.

Ma prima che potesse farlo, lei sollevò lo sguardo.I loro occhi si incrociarono nell'aria ferma della stanza. Matteo si aspettava di trovarci la tristezza, o forse quella rassegnazione stanca che aveva visto sul volto di altri pazienti. Invece, le pupille scure della ragazza brillavano di una luce intensa, quasi febbrile. E poi, accadde l'imprevisto: lei gli sorrise.

Non fu un sorriso di cortesia, né un cenno di circostanza. Fu un sorriso aperto, caldo, che le illuminò il viso e fece nascere due piccole fossette sulle guance scavate. In quel preciso istante, il ticchettio monotono dell'orologio a muro sembrò arrestarsi. Matteo avvertì una strana scossa nello stomaco, una sensazione di vertigine che non aveva nulla a che fare con la logica o con la ragione. La linea retta della sua vita ordinaria aveva appena incontrato una curva improvvisa e pericolosa. E, per la prima volta in ventisette anni, non ebbe nessuna voglia di frenare.

Il teorema dei ciliegi Historias para obsesionarse. Descúbrelo ahora