Era una calda serata estiva, una di quelle a cui ormai hai fatto l'abitudine, nulla di nuovo, solita routine, passeggiata, sigaretta, e al tramonto ritorno a casa.
Mi ha sempre inquietato l'androne e, soprattutto, il corridoio situato all'entrata del mio condominio. Non posso dire di aver vissuto in luoghi remoti nella mia vita né tantomeno paurosi, ma ecco, quello sì che inquietava.
Non sono mai stato un tipo particolarmente coraggioso. In adolescenza scoprii presto la mia passione per il coordinare tutto dalle retrovie. Non sporcarsi le mani, era il mio motto. Sono sempre stato magro, non particolarmente alto e relativamente cupo per il tetro nero dei miei capelli e degli occhi, la cui profondità era inverosimilmente un'incognita. Nonostante la mia carnagione molto chiara, ho sempre preferito vestirmi con capi scuri, di dubbia qualità, di quelli che appaiono quasi sempre rovinati, quasi invecchiati.
All'età di quindici anni provai la mia prima sigaretta. Poi a 17 la prima canna. A 20 ero ormai dipendente da nicotina e la cannabis era parte della mia routine. Un brutto vizio.
Le cicatrici sul braccio mi ricordavano ogni giorno delle mie battaglie perse.
La mia autostima ha sempre fatto dei salti da gigante, toccando cieli inesplorati per poi ricalibrarsi in una massa fangosa.
Il nero mi ha sempre attratto, in ogni sua forma. Non ero coraggioso, è vero, eppure quel colore aveva un qualcosa di insolito, un che di misterioso. Le sue mille sfumature ondeggianti davano forma a paesaggi incredibili. Figure senza forma. Suoni senza voce. Io ne ero profondamente attratto.
Ho letto, forzando la mia volontà, più racconti dell'orrore e visto film dello stesso genere. Ogni volta andava in scena lo stesso teatrino.
Ero attratto, davvero. La curiosità mi spingeva a esplorare. A continuare ad andare avanti.
Rettifico, non mi sono mai spinto oltre il guardare film e leggere storie di quel genere, ho sempre mantenuto una certa coscienza di me stesso.
Ma la curiosità gioca brutti scherzi.
E la mente, ti mangia.
Quella sera volevo solo fumare, andare out, prendere quella boccata d'aria, riconciliarmi con me stesso per poi tornare a casa a dormire. Ma così non fu.
La luce venne a mancare. Era tardi. Ed io spento.
Un brivido mi corse lungo la schiena. Una goccia di sudore. Il caldo, le zanzare, le cicale, un silenzio assordante accompagnato da una fastidiosa melodia.
Mi alzai senza guardarmi intorno, mi girai, e imboccai quella strada che ormai conoscevo a memoria. Quelle sei rampe di scale, il vialone più tranquillo della mia città ed infine la via di casa.
Misi della musica. Sentivo solo quella. Non stavo ascoltando.
Finite le scale fatte a rilento per la mancanza di lucidità, imboccai quel vialone tanto bello quanto nostalgico. Girai a destra e mi ritrovai "improvvisamente" sommerso da voci, suoni e persone. Proseguii lungo la via di casa. Aprii il cancellone e mi diressi verso la porta che mi separava da quel lungo e inquietante corridoio.
Nulla di insolito. La musica continuava alta nelle cuffie. Lo sguardo era perso, ma concentrato a trovare la serratura della porta. Girai la chiave, abbassai la maniglia e spinsi la porta.
Il corridoio era fresco, quasi ventilato. Le piastrelle gialle sui muri e il marmo ingiallito a terra contribuivano a dare un'aria ospedaliera al posto. Le luci bianche, invecchiate anche loro, non facevano altro che riflettere quelle tonalità.
Nessuno era in giro, proprio come quella volta.
E poi sentii riecheggiare in lontananza un passo. "Verrà dalle scale" pensai. Esse, infatti, portavano da una parte all'ascensore e dall'altra al garage. Non era così insolito che qualcuno tornasse a casa a quell'ora. Non diedi molto peso a quel suono.
Feci il primo passo. Il cervello si fermò. Qualcosa mi disse che io non dovevo essere lì. Non dovevo essere lì da solo in quel momento.
Non era la prima volta che la mente mi fermava, mi pregava di non rimanere solo.
Cosa aveva percepito che io ancora non ero in grado di riconoscere?
In un istante, la mia mente fu invasa da ricordi di video visti su casi di sparizioni irrisolte, soggetti sfigurati e inquietanti. E poi, nero.
Un bicchiere apparve davanti a me. Non vedevo il suo contenuto. Era tutto buio. Un bruciore quasi frenetico era l'unica cosa a tenermi cosciente.
Poi, di nuovo, luci ingiallite, piastrelle giallastre, il freddo marmo si ersero dinanzi a me. Qualcosa era diverso.
La polvere sulle confezioni delle medicine le aveva ormai oscurate. Per me era quasi normale sentire, provare, vedere una "massa nera" nella mia testa. Era diventata il mio tutto e il niente.
Feci un passo.
Ne feci un altro.
Presi la rincorsa.
E saltai.
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Ombre senza nome
HorreurE se, tutto ad un tratto, quei personaggi che teniamo nascosti, che ammiriamo segretamente, che ci ammaliano, si impossessassero di noi?
