Capitolo 1 - Il primo sguardo, il primo veleno

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L'aria della sera sarda era una promessa di guai, ma sul bagnasciuga dell'Is Morus Relais nessuno sembrava farci caso. Il sole stava tramontando, dipingendo il cielo di un arancione violento, quasi minaccioso. Eravamo tutte schierate lì, una fila di dodici ragazze avvolte in abiti lunghi, sinuosi, che si muovevano al ritmo della brezza marina. Io indossavo un vestito di maglia metallica dorata, talmente aderente da sembrare una seconda pelle, con uno spacco laterale che scopriva la gamba a ogni minimo passo.Dall'altra parte della spiaggia, i fidanzati avanzavano lentamente. Sembravano agnelli condotti al macello, rigidi nei loro abiti eleganti, gli sguardi che oscillavano tra l'eccitazione trattenuta e il terrore puro di quello che le loro fidanzate avrebbero visto dai monitor dall'altra parte del villaggio.
Filippo Bisciglia fece un cenno e la sfilata di presentazione ebbe inizio. Una a una, le mie compagne fecero un passo avanti, sfoggiando sorrisi smaglianti e sguardi magnetici. Io rimasi immobile, le braccia conserte, gli occhi nascosti dietro una maschera di assoluta indifferenza. Non ero lì per elemosinare l'attenzione di cinque ragazzini spaventati.
Poi, lo vidi.
Si chiamava Gabriele. Lo sapevo perché avevo letto la sua scheda tecnica prima di entrare. Camminava un passo dietro agli altri, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni di lino scuro, la mascella serrata e lo sguardo fisso sulla sabbia, come se l'intero Keynote della sua vita si stesse proiettando sui suoi piedi. Accanto a lui, un paio di altri fidanzati lanciavano già occhiate d'intesa alle single più scollate, ma lui no. Lui sembrava voler essere ovunque tranne che lì.Quando arrivò il mio turno, feci un passo in avanti. Non sorrisi. Sfilai lentamente la ghirlanda di fiori bianchi dalle mie mani, l'oggetto che avrei dovuto consegnare al ragazzo che volevo "puntare" per i successivi ventuno giorni. Superai i primi tre ragazzi senza degnarli di uno sguardo, finché non mi fermai esattamente di fronte a Gabriele.
Lui fu costretto ad alzare gli occhi. Quando i suoi occhi scuri incrociarono i miei, sentii una scossa strana, fredda e pungente. Non mi guardò con ammirazione. Mi guardò con un misto di fastidio e aperta ostilità, come se la mia sola presenza fosse un insulto alla sua sbandierata fedeltà.
«Prendila,» dissi a voce bassa, porgendogli la ghirlanda. La mia voce non era dolce; era una sfida.
Gabriele guardò i fiori nella mia mano, poi tornò a fissare il mio viso. Fece un respiro profondo, stringendo i denti così forte che vidi il muscolo della sua mascella contrarsi. Afferrò la ghirlanda con un movimento secco, quasi strappandomela dalle dita.
«Grazie. Ma ti avverto che hai decisamente sbagliato persona, T/N,» sussurrò, la voce roca, carica di un disprezzo gratuito che mi fece salire il sangue al cervello. Non si premurò nemmeno di nascondere il tono indispettito, incurante delle telecamere che stavano registrando ogni singola frazione di secondo. «Io ho una fidanzata. E non sono tipo da farmi abbindolare da due moine e un vestito scintillante.»
Rimasi immobile, il mio mento che si sollevò di un millimetro. Se pensava di intimidirmi, non aveva capito assolutamente nulla.
«Non sopravvalutarti, Gabriele,» risposi, mantenendo il tono di voce abbastanza basso da non farmi sentire dagli altri, ma sufficientemente tagliente da colpirlo in pieno. «Ti ho dato i fiori solo perché sembravi quello più vicino al pianto, e volevo darti qualcosa da stringere. Per quanto mi riguarda, puoi usarli anche per pulirti le scarpe.»
I suoi occhi si spalancarono appena, accendendosi di una luce furiosa. Fece per ribattere, ma Filippo richiamò l'attenzione di tutti per il momento della separazione definitiva dalle fidanzate. Gabriele si girò di scatto, dandomi le spalle senza aggiungere una parola.Poche ore dopo, l'atmosfera nel villaggio dei fidanzati era completamente cambiata. La musica lounge risuonava dagli altoparlanti, le luci soffuse creavano un gioco di ombre sensuale sulle pareti di legno del bar all'aperto e i cocktail scorrevano a fiumi.
Eppure, per me, la festa era già finita. Ero seduta su una sedia a sdraio vicino al bordo della piscina, un calice di vino bianco tra le dita che facevo oscillare pigramente. Osservavo Gabriele. Era isolato dal resto del gruppo, appoggiato alla ringhiera di legno che si affacciava sul mare scuro, la camicia bianca sbottonata sul collo e lo sguardo perso nel vuoto.
Non riuscii a trattenermi. Quell'arroganza sulla spiaggia mi era rimasta sullo stomaco. Volevo dimostrargli che il suo muro di perbenismo era solo una facciata ridicola.
Mi alzai, lasciando che il vestito metallico tintinnasse leggermente, e camminai verso di lui. Mi posizionai alla sua sinistra, appoggiando i gomiti sulla ringhiera e guardando il mare, proprio come faceva lui. Il profumo del sale si mischiava alla mia fragranza di vaniglia nera.
«Ancora a lutto?» chiesi, senza voltarmi. «Guarda che Sara è solo dall'altra parte del resort, non è mica andata in guerra. Anche se, a giudicare da come ballava con i tentatori maschi durante la separazione, lei sembra essersene già fatta una ragione.»
Fu come lanciare un fiammifero in una cisterna di benzina.
Gabriele si voltò verso di me così rapidamente che per un attimo pensai volesse afferrarmi per le spalle. Il suo viso era a pochissimi centimetri dal mio, lo sguardo carico di un odio puro, concentrato.
«Tu non devi nemmeno nominare il suo nome,» ringhiò, la voce ridotta a un sussurro rabbioso che mi vibrò dritto nel petto. «Chi ti credi di essere? Ti ho vista come guardavi gli altri prima. Tu vivi di questo, vero? Vi nutrite della sofferenza delle persone per sentirvi qualcuno. Sei solo una calcolatrice, T/N. Ma con me perdi il tuo tempo. Mi fai schifo questo genere di giochetti.»
La parola schifo mi colpì come uno schiaffo. La mia espressione si indurì all'istante, la finta spensieratezza sparita in un secondo. Mi voltai completamente verso di lui, riducendo la distanza a zero. Potevo sentire il calore furioso che emanava il suo corpo, il ritmo spezzato del suo respiro contro la mia pelle.
«Mi fai schifo tu, Gabriele,» ribattei, la mia voce un veleno calmo e letale. «Cosa credi, che sia qui a pregarti? Sei un ipocrita. Te ne stai qui a fare il martire, a insultare me solo perché sei terrorizzato. Hai paura che se mi guardi un secondo di troppo, ti dimenticherai della tua perfetta sottomissione a Sara. Sei un debole, Gabriele. E l'odio che mi riversi addosso è solo lo scudo dietro cui nascondi la tua codardia.»I suoi occhi scesero fulminei sulle mie labbra, un movimento quasi involontario, dettato dalla vicinanza esasperata e dalla rabbia che stava pompando adrenalina nei nostri corpi. La tensione tra di noi era diventata qualcosa di fisico, una morsa d'aria pesante che ci schiacciava l'uno contro l'altra. Ci odiavavamo, era palese. Ci eravamo detti le cose peggiori nel giro di poche ore.
Ma mentre i suoi occhi tornavano nei miei, bruciando di un fuoco scuro, capii che quel veleno ci aveva appena legati indissolubilmente.
«Non avvicinarti mai più a me, T/N,» sussurrò lui, la voce stranamente incrinata, mentre faceva un passo indietro per rompere quel contatto visivo che lo stava soffocando. «Te lo ripeto: stammi lontana.»
Si girò e se ne andò a grandi passi verso le stanze, lasciandomi da sola sotto il cielo della Sardegna. Sorrisi nel buio, un sorriso amaro ma tagliente, mentre il cuore mi batteva ancora forte per l'adrenalina.
Oh no, caro Gabriele, pensai, stringendo le dita attorno alla ringhiera. Questo è solo l'inizio. E io non vado da nessuna parte.

TRA LE ONDE E IL FUOCOHistorias para obsesionarse. Descúbrelo ahora