Ho sempre pensato che avrei avuto il controllo delle mie emozioni. Se studi psicologia clinica, passi gli anni a convincerti che la mente umana sia un'equazione lineare: se isoli le variabili e applichi la giusta griglia analitica, puoi prevedere l'andamento del dolore. Ti guardi allo specchio, ti sistemi gli occhiali, e ti adagi nella certezza che i tuoi occhi castani abbiano ormai imparato a vedere attraverso le persone.
Ma la verità è che non esiste un manuale d'istruzioni per rimettersi insieme quando scappi da un posto che chiamavi casa con sette chili in meno, il respiro corto e la consapevolezza di essere sul punto di impazzire.
Mi chiamo Chloe Hestings, due anni prima, ero convinta che Nolan fosse l'uomo della mia vita. Era perfetto: gentile, protettivo, il classico bravo ragazzo che chiunque sognerebbe di avere accanto. C'era solo un problema, un dettaglio microscopico che ha finito per logorarmi dall'interno: non lo amavo. Eppure, mi ero messa in testa che *dovevo* farlo. Mi sono costretta a innamorarmi di lui per sei lunghissimi mesi, un giorno dopo l'altro, fino a quando il mio corpo ha iniziato a cedere a livello psicosomatico. Stavo scomparendo. Così, sono scappata. Ho tagliato i ponti con la mia vecchia università, ho preparato i bagagli e ho cambiato radicalmente città, trasferendomi a Boston per frequentare la magistrale alla Boston University, inseguendo il sogno di diventare psicoterapeuta e lavorare con gli adolescenti. Sentivo il bisogno viscerale di aiutare gli altri, di fare la differenza nel mio piccolo, forse come riflesso di quella mia tendenza innata a essere fin troppo generosa con chiunque, a volte fino al limite dell'autodistruzione.
Trovare un equilibrio in una metropoli nuova non era stato semplice. Per la prima volta in vita mia mi ero ritrovata a condividere un appartamento fuori dal campus con quattro ragazze che sembravano provenire da pianeti completamente diversi. All'inizio è stata una convivenza dura, fatta di spigoli e litigi quotidiani per le abitudini diverse. C'era Rey, una ragazza dolcissima con una cascata di ricci rossi che studiava biotecnologie; Maeve, con un caschetto nero affilato e la testa sempre sul marketing; Cheryl, alta, con i capelli rossi e magnetici occhi azzurri, dotata di un fascino innato; e infine Shea, una studentessa indiana arrivata per un programma di scambio che non parlava una parola di italiano, solo inglese, e che aveva preso il posto di un'altra ragazza temporaneamente in Erasmus in Portogallo. Con il tempo, quegli alti e bassi si erano trasformati in una strana, solida armonia, l'unico vero punto fermo insieme alle mie passeggiate solitarie a Copley Square, l'unica piazza di Boston in cui riuscivo a ritrovare un po' di quella monumentale ed elegante bellezza che mi ricordava casa, l'unico posto dove il caos della città sembrava placarsi.
Ora, a ventitré anni, ero a un passo dal traguardo. Mancavano solo i sei mesi di tirocinio formativo obbligatorio prima della tesi. Avevo inviato decine di email a qualunque struttura e, dopo aver ottenuto un colloquio in un centro specializzato per ragazzi con disabilità intellettiva, pensavo di dover iniziare a marzo. Poi, la sorpresa: la tutor mi aveva comunicato che avrei potuto anticipare a gennaio.
Era perfetto. Sei mesi esatti, da gennaio a luglio. Ironico pensare che quel periodo si sarebbe rivelato diametralmente opposto ai sei mesi di due anni prima.
Quel lunedì mattina, il 19 gennaio, mi sono preparata con una cura quasi maniacale. Ho indossato un dolcevita bianco, un paio di jeans puliti, ho lasciato i miei lunghi capelli castani mossi liberi di cadere fino a metà schiena e ho preso la metropolitana. Un tragitto di un'ora, con le cuffie nelle orecchie, mentre la città si svegliava sotto un cielo d'inverno grigio come il piombo.
Sono arrivata davanti alla struttura alle 9.00 in punto, fedele a una puntualità che usavo come scudo contro l'ansia. L'edificio era una vecchia scuola elementare in mattoni rossi, un po' austera, protetta da un grande cancello di ferro battuto che in quel momento era chiuso a chiave. Non sapendo da dove si entrasse, ho tirato fuori il telefono per mandare un messaggio alla mia tutor. Pochi istanti dopo, il meccanismo ha scattato con un rumore metallico e le porte si sono aperte.
Mi sono diretta in fondo al lungo corridoio, dove l'odore di caffè lungo si mescolava a quello della carta da disegno, fino a raggiungere la stanza del laboratorio. Era un ambiente grande e paradossalmente accogliente: lungo le pareti si snodavano grandi tavoli bianchi circondati da sedie blu accese, e ogni superficie verticale era tappezzata di disegni colorati fatti dai ragazzi nel corso degli anni. In fondo, una libreria imponente era stipata di libri di ogni genere, dai testi di saggistica ai volumi illustrati.
Appena ho varcato la soglia, l'impatto è stato stravagante e bellissimo. Alcuni utenti del centro mi sono venuti incontro senza filtri.
«Tu chi sei? Hai gli occhiali grandi come la mia maestra!» mi ha urlato contro Bobby, uno dei ragazzi, sventolando un foglio azzurro. Una ragazza bionda con lo sguardo perso nel vuoto, che avrei imparato a conoscere come un'anima complessa e fragile affetta da schizofrenia — e con cui, nei mesi successivi, avrei stretto un legame profondo e viscerale, aiutandola a trovare un canale di comunicazione con il mondo — si è limitata a fissarmi l'orlo del dolcevita, dondolando leggermente sui talloni.
La tutor mi ha sorriso, dandomi il benvenuto, e mi ha guidata verso l'angolo dei tirocinanti per le presentazioni ufficiali. Eravamo tutti studenti di psicologia clinica, anime tese verso lo stesso obiettivo. C'erano due ragazze della mia età e poi Bea, una donna di trentun anni con un evidente pancione che mi ha accolta con una dolcezza materna.
E poi, seduto davanti a un computer in fondo alla stanza, c'era lui.
Nel momento esatto in cui si è alzato dalla sedia per venirmi incontro, ho sentito le mie ciglia battere contro le lenti degli occhiali, come se il mondo avesse improvvisamente cambiato ritmo. Oggi so che stavo guardando un lupo travestito da agnello, ma quella mattina, la mia mente ha solo registrato un ragazzo di venticinque anni, alto, moro, con un taglio di capelli leggermente più lungo sulla nuca — un accenno di mullet che su di lui perdeva ogni traccia di volgarità e diventava quasi elegante. Aveva un viso dai tratti fanciulleschi, una "baby-face" smentita da due occhi verdi magnetici, screziati di sfumature castane. Indossava una tuta oversize marrone e un paio di orecchini a cerchio sottili che brillavano sotto le luci al neon della vecchia scuola. Sul momento non lo considerai splendido, solo un tipo decisamente carino. Sarebbe diventato bellissimo solo dopo, ai miei occhi, quando ogni suo dettaglio avrebbe iniziato a ridefinire il mio concetto di estetica.
Mi ha teso la mano, stringendo la mia in una presa salda.
«Piacere, Julian,» ha detto, e la sua voce aveva un tono leggero, privo di qualsiasi formalità.
Dalle 9.15 le lezioni con i ragazzi sono entrate nel vivo e Julian ha fatto in modo, con una naturalezza disarmante, che i nostri spazi coincidessero immediatamente. Quando ci siamo divisi tra i tavoli bianchi, si è spostato sulla sedia blu esattamente accanto alla mia. C'era una complicità istantanea nel modo in cui comunicavamo: capivamo al volo le esigenze dei ragazzi e Julian, dovevo ammetterlo, era straordinariamente bravo nel suo lavoro, paziente e intuitivo. Lavoravamo talmente bene insieme che la tutor sembrava dare per scontata la nostra coppia.
Alle 11.00 è scattata la prima mezz'ora di pausa. Mentre l'aula si svuotava parzialmente, Julian è andato verso l'angolo ristoro ed è tornato stringendo un bicchiere di caffè. Lo ha allungato verso di me con un sorriso sornione. «Il caffè del primo giorno lo offre la casa,» ha sussurrato, ignorando completamente le altre tirocinanti nella stanza. Abbiamo ripreso le attività dalle 11.30 fino alle 12.30, muovendoci come se avessimo condiviso quel laboratorio da anni.
All'ora di pranzo, la routine del centro prevedeva che i tirocinanti mangiassero insieme nella saletta sul retro. Quel lunedì, a noi si è unito anche Robert, un ragazzo con la sindrome di Down dall'entusiasmo contagioso, che ha passato tutto il tempo a spiegarmi le regole del suo gioco preferito mentre Julian teneva banco con battute brillanti che facevano ridere l'intero tavolo.
Subito dopo, siamo usciti tutti insieme per la consueta pausa caffè nel baretto d'angolo lì vicino. Per me era la prima volta in quel locale, un posto con i tavolini di legno consumati dove i camerieri salutavano i tirocinanti storici per nome. Julian si è seduto di fronte a me, tenendo lo sguardo piantato nei miei occhi castani ogni volta che prendevo la parola, rendendo quell'uscita di gruppo una specie di conversazione a due.
Il pomeriggio del lunedì è volato via tra la musica del laboratorio di danza, dove abbiamo ballato insieme ai ragazzi in un caos di risate, mani tese e canzoni pop, seguito da un'altra breve pausa per riprendere fiato.
Alle 17.00 è iniziato il blocco del doposcuola, un servizio specifico dedicato ai ragazzi con DSA e ADHD che si sarebbe protratto fino alle 18.30. I compiti pomeridiani richiedevano una concentrazione doppia e la tutor stava per assegnarmi a un tavolo isolato, quando Julian ha alzato la mano con un tempismo perfetto.
«Ci mettiamo noi due con i più piccoli,» ha detto, indicando il tavolo in fondo alla libreria. Poi si è voltato verso di me, abbassando la voce in modo che lo sentissi solo io. «In matematica sono una frana totale, mi serve una psicologa con l'aria seria per evitare che i bambini mi smascherino.»
Sapevo bellissimamente che non era una frana, l'avevo visto muoversi tutta la mattina con un'abilità impressionante. Ma mentre sistemavo i quaderni sul tavolo bianco sotto il suo sguardo divertito, ho solo pensato che quel tirocinio sarebbe stato un viaggio bellissimo e che Julian fosse la persona più generosa e magnetica dell'intera struttura.
Due anni prima ero scappata da una relazione convinta di saper riconoscere i segnali del pericolo, convinta che la mia mente analitica mi avrebbe protetta da qualsiasi passo falso. Quello che non sapevo, mentre le luci del doposcuola iniziavano a spegnersi e la giornata volgeva al termine, era che stavo camminando con gli occhi aperti dritta dentro la mia trappola preferita.
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LA MASCHERA
Romance"Non sono entrata in quel laboratorio per innamorarmi. Ci sono entrata per imparare ad aiutare gli altri. Non avrei mai immaginato che la lezione più dura l'avrei dovuta imparare su di me. Questa non è una storia d'amore. È la storia di come ho dovu...
