Quando il mondo era ancora giovane e le stagioni non avevano imparato bene il loro mestiere, Dio UNO chiamò la Figlia TRINA.
La chiamò senza squilli di tromba e senza quei fenomeni spettacolari che gli uomini, più tardi, avrebbero attribuito a ogni...
Oops! This image does not follow our content guidelines. To continue publishing, please remove it or upload a different image.
Quando il mondo era ancora giovane e le stagioni non avevano imparato bene il loro mestiere, Dio UNO chiamò la Figlia TRINA.
La chiamò senza squilli di tromba e senza quei fenomeni spettacolari che gli uomini, più tardi, avrebbero attribuito a ogni faccenda del cielo.
La chiamò semplicemente come un padre chiama una figlia quando c'è da vedere una cosa importante.
«Vieni qui un momento.»
TRINA arrivò.
Sul tavolo c'era una grossa cassa di legno.
Non aveva decorazioni.
Non aveva serrature dorate.
Pareva una di quelle casse che nelle vecchie cascine si trovano in soffitta o in fondo alla stalla e che nessuno butta via perché, anche quando sembrano vuote, contengono sempre qualcosa che un giorno potrebbe servire.
«Cos'è?» domandò TRINA.
«Un regalo.»
«Per me?»
«Anche per te. Ma soprattutto per quelli che verranno.»
TRINA sollevò il coperchio.
Dentro trovò una quantità di sacchetti tale che un ragioniere avrebbe perso il conto e un contadino avrebbe detto semplicemente: "Ce n'è abbastanza."
Su alcuni era scritto Terra.
Su altri Acqua.
Poi Vento.
Fuoco.
Memoria.
Pazienza.
Coraggio.
Paura.
Risate.
Lacrime.
E in mezzo a tutti gli altri ce n'era uno piccolo, quasi nascosto.
Sopra c'era scritto: Sogni.
TRINA lo prese in mano.
Era leggerissimo.
Sembrava quasi vuoto.
«Che cosa contiene?»
«La parte che non si vede.»
«E serve davvero?»
«È quella che serve di più.»
TRINA rimise il sacchetto al suo posto e guardò oltre il tavolo.
Davanti a loro si stendeva il mondo.
Le montagne erano già al loro posto.
I mari pure.
I fiumi avevano imparato a scendere verso valle.
Gli alberi crescevano in silenzio senza pretendere spiegazioni.
Perfino le nuvole svolgevano il loro lavoro senza protestare.
Pareva che tutto funzionasse perfettamente.
«Allora perché questa cassa?» chiese.
UNO si sedette su una panca.
Fece cenno alla Figlia di accomodarsi accanto a lui.
«Perché manca ancora il pezzo più complicato.»
«Quale?»
«L'uomo.»
TRINA guardò il mondo e poi la cassa.
«E quanto tempo servirà per costruirlo?»
UNO sorrise.
«Molto.»
«Un giorno?»
«Di più.»
«Un anno?»
«Molto di più.»
«Allora un secolo.»
UNO scosse la testa.
«Figliola, per fare una montagna basta una montagna. Per fare un cavallo basta un cavallo. Ma per fare un uomo servono anche gli errori, le speranze, i ripensamenti e qualche sorpresa.»
TRINA rifletté un momento.
«Sembra un lavoro complicato.»
«Lo è.»
«E quando sarà finito?»
A quella domanda UNO restò in silenzio.
Guardò il mondo.
Guardò la cassa.
Guardò il sacchetto dei sogni.
Infine disse:
«Questo è il bello. Non sarà mai finito.»
Da qualche parte, nel futuro che ancora non esisteva, un bambino avrebbe imparato a camminare.
Un altro avrebbe costruito un aquilone.
Qualcuno avrebbe scritto poesie.
Qualcun altro avrebbe inventato guerre.
Ci sarebbe stato chi avrebbe piantato alberi e chi li avrebbe tagliati.
Chi avrebbe condiviso il pane e chi avrebbe cercato di tenerselo tutto.
Eppure, nonostante tutto, il lavoro sarebbe continuato.
Perché l'umanità non era un monumento da scolpire una volta per sempre.
Era un campo.
Un grande campo da coltivare stagione dopo stagione.
Con raccolti abbondanti e grandinate improvvise.
Con fatiche, gioie e qualche testarda erbaccia.
UNO batté una mano sulla cassa.
«Bene» disse.
«Cominciamo.»
E fu così che ebbe inizio il più lungo manuale di montaggio mai realizzato.
Un manuale che, a dire il vero, nessun uomo ha mai letto per intero.
Forse perché è troppo lungo.
O forse perché, mentre lo si costruisce, si scopre che ogni essere umano ne sta scrivendo una pagina nuova.