Capitolo 1

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Il sole di opale stava tramontando dietro le guglie di cristallo della Città Celeste, proiettando ombre lunghe e aspre sulle strade dorate che un tempo Kael e Aethel avevano chiamato casa. Erano passati due anni da quando erano stati privati delle loro ali, due anni da quando la loro stessa esistenza era diventata un affronto alle leggi divine. Eppure, il peso del tempo non aveva attenuato la fermezza nei loro cuori, né aveva cancellato il motivo per cui avevano accettato l'esilio: Speranza.

La bambina nata da quell'unione proibita era ancora così piccola. A soli due anni, Speranza muoveva i suoi primi passi incerti nel giardino della loro dimora isolata, ai margini del regno degli dei. Nei suoi grandi occhi brillava già la stessa luce argentea che un tempo ornava le schiere celesti, ma i suoi piedini erano saldamente ancorati alla terra. Osservava i petali dei fiori notturni che si schiudevano, allungando le manine per toccarli con una meraviglia pura e ingenua. Per lei, il mondo era un ricettacolo di giochi e silenzi, del tutto ignara del tumulto che la sua semplice esistenza provocava nelle alte sfere.

Poco distante, sotto il porticato di pietra bianca, Kael osservava la figlia. Le ferite della Caduta erano ancora fresche; le sue spalle, un tempo larghe e tese per sostenere il peso di piume immacolate, bruciavano ancora per il ricordo del dolore. Al suo fianco, Aethel stringeva i pugni, lo sguardo fisso verso la grande scalinata del Consiglio Supremo, visibile in lontananza oltre le nubi.

«Oggi ci hanno rifiutato l'udienza per la terza volta questo mese», disse Aethel, la voce incrinata da una vibrante frustrazione. Sebbene non avesse più la melodia celestiale di un tempo, la sua determinazione era rimasta intatta. «Non guardano nemmeno i nostri messaggeri. Voltano la testa dall'altra parte, come se ignorandoci potessero cancellare ciò che siamo».

Kael sospirò, posando una mano ruvida su quella di lei. «Non temono noi, Aethel. Temono ciò che rappresentiamo. Gli dei hanno costruito il loro potere sulla separazione, sull'ordine immutabile delle cose. Unire ciò che era sacro a ciò che doveva rimanere distinto... per loro è il caos».

«Speranza non è il caos», ribatté Aethel, voltandosi a guardare la bambina che ora rideva inseguendo una scia di polvere stellare nel prato. «È la prova che l'amore tra ex angeli può generare la vita, che non siamo gusci vuoti dopo la Caduta. Hanno il dovere di ascoltarci. Non possiamo vivere per sempre in questa terra di mezzo, sospesi tra il cielo che ci rifiuta e la terra che non ci appartiene».

Il problema non era la mancanza di forza, ma l'assoluto e assordante silenzio dei piani superiori. In questi due anni, Kael e Aethel avevano tentato ogni via diplomatica possibile per far valere le proprie voci. Avevano chiesto che venissero riconosciuti i diritti dei caduti, che venisse garantita una protezione a Speranza, il cui potere latente iniziava già a manifestarsi in piccoli, imprevedibili prodigi. Ma gli dei non osavano ascoltare. Ogni petizione veniva bruciata prima di raggiungere il trono; ogni supplica veniva dispersa dal vento divino. L'unione non era concessa, e per le divinità, riconoscere i genitori significava legittimare il frutto di quel legame.

«Dobbiamo andare oltre i cancelli domani», propose Aethel, gli occhi che riflettevano la luce dorata del crepuscolo. «Non come supplici, ma come ex pari. Se ci presentiamo davanti all'assemblea plenaria, non potranno fingere che non esistiamo senza mostrare la loro viltà davanti a tutto il popolo alato».

«È pericoloso», rispose Kael, il tono severo ma venato di profonda preoccupazione. «Se forziamo la mano, potrebbero decidere che il silenzio non è più sufficiente. Potrebbero decidere di bandirci definitivamente nei confini della materia profonda, o peggio, di separarci da lei».

Speranza barcollò verso di loro, sentendo la tensione nelle voci dei genitori. Smise di giocare e si aggrappò alla tunica di Kael, sollevando il visino con una precoce e profonda serietà che strideva con la sua tenera età. Non poteva ancora capire i complotti del cielo, ma percepiva il dolore che li circondava.

Aethel si inginocchiò immediatamente, prendendo la bambina tra le braccia e stringendola al petto. «Non temere, tesoro mio. Troveremo un modo per fargli capire che tu sei il disegno più bello che sia mai stato tracciato».

Kael si unì a loro, avvolgendo entrambe in un abbraccio che sapeva di promesse mantenute e di battaglie ancora da combattere. Sapeva che il tempo delle attese era già finito. Due anni di isolamento avevano dimostrato che gli dei non avrebbero mai teso la mano di propria iniziativa. La stabilità del loro regno si basava sulla paura del contagio, e l'unione di due ex angeli era considerata la più pericolosa delle eresie.

Mentre la notte scendeva sulla Città Celeste, accendendo le prime torce di fuoco fatuo lungo le mura sacre, i tre rimasero uniti nell'oscurità. Il giorno successivo avrebbe segnato l'inizio di un nuovo capitolo: non avrebbero più chiesto di essere ascoltati; avrebbero costretto il cielo a guardare giù.

Il silenzio delle nostre animeStories to obsess over. Discover now