Il cielo si chiudeva su Londra come una cupola grigia. Mentre la città alimentava il suo tenore caotico, col suo viavai di uomini azzimati e la sua confusione nelle piazze, la brughiera al limitare della periferia taceva. Gli uccelli avevano cessato il loro canto e il vento si era fermato.
Solo un lieve odore indefinito, di cenere, fango e forse frutta troppo matura, risaliva dalle viscere del suolo, avviluppando la vegetazione.
Generys se ne stava sul letto del fiume. Il suo corpo era sciaguattato da correnti irregolari. La manica della sua veste in lana grezza impigliata in una roccia sul fondale.
Fissava il vuoto oltre le nubi. Non si accorgeva dell'acqua che le penetrava le labbra schiuse e le narici.
Il cesto con le erbe da lei raccolte giaceva su un masso aggettante. Accanto, una scarpa sinistra.
Generys si era affacciata sulle acque del fiume come una bambina curiosa. Il fiume allora l'aveva guardata e aveva spalancato la sua larga bocca azzurrata verso di lei.
Generys non sapeva nuotare.
Adesso, qualcuno la chiamava a gran voce. La foresta si faceva beffa del povero disperato rispondendo con un'eco sconsolato.
"Generys!"
Generys, Generys, Gen, Ge...
"Di qua, di qua!": un'esortazione. Chi la cercava correva in direzione del fiume in groppa a un cavallo. "Vedo le sue orme", mormorava tra sé e sé.
Quando il meraviglioso esemplare di purosangue giunse nei pressi del fiume, recalcitrò e scaraventò a terra il suo fantino. Questi portava stivaletti di pelle conciata di prima qualità, una camicia di batista aperta sul collo e un anello di alessandrite all'anulare. Doveva essere un nobile.
"Generys!", gridava a gran voce.
Si voltò in quel momento a guardare la sua cavalla, che se ne stava nascosta dietro a un albero caduto e fissava le acque terrorizzata. Con un lampo, comprese: Generys era annegata.
Si trovava sul fondo del fiume.
Si tuffò allora senza pensarci.
Il fiume, che in superficie esibiva un paradisiaco verde smeraldo, era in realtà un grosso calderone di melma, alghe e creature viscide. Il fondo era invisibile, inimmaginabile; l'uomo calava a picco con generose bracciate facendo affidamento sulla resistenza dei suoi polmoni.
Proprio nel momento in cui percepì il suo petto stringersi, una meravigliosa ninfa dai capelli flammei occhieggiò da una nube di fango.
Oh, Generys!
La raccolse tra le sue braccia e la trascinò all'asciutto. Le tolse le alghe dalla chioma e dalla bocca, le districò i capelli annodati. Solo dopo provò una disperazione tanto profonda da crollare sulle ginocchia.
I ricordi di una vita intera gli scorsero davanti agli occhi come un liquore amaro e stantio: Generys con un mazzolino di fiori in grembo; lui che premeva le sue labbra contro quelle di Generys per la prima volta; le mani fresche e morbide di Generys accarezzarlo nel buio della sera; Generys seduta alla toeletta che lui stesso le aveva regalato spazzolarsi i capelli e cantare con la sua voce da contralto. Quella toeletta che lei tanto amava, con le rose dipinte e i cerbiatti in rilievo. Generys che assaggiava la zuppa; Generys col vestito della domenica; i seni nudi di Generys inondati dal lucore del camino.
La sua amata era morta.
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Danneville- Capitolo I
Fantasy"Voi siete lo Sparviero", disse Edgar senza indugi. Fece un passo avanti. "Venite così a scombussolarmi i sogni". Lo Sparviero ghignò. "Cosa è più reale di un sogno?" "Le sue conseguenze, immagino".
