la nebbia del novembre 1919 non somigliava a quella degli anni passati. Non era vapore d'acqua; era densa, grigiastra, e si appiccicava ai cappotti come uno strato di grasso animale. Sapeva di trincea, di fango e di ferro arrugginito.
Nelle piazze della pianura padana le urla del Biennio Rosso riecheggiano, soffocate dall'inverno imminente. Gli scioperi erano finiti, le fabbriche rioccupate dai padroni, e gli operai tornavano a casa con le mani spaccate dal gelo e lo stomaco vuoto. Tutti pensavano che il sacrificio fosse compiuto. Pensavano che i seicentomila ragazzi rimasti a marcire sul Carso o tra le rocce del Grappa avessero pagato il debito con il destino.
Si sbagliavano. La guerra non era stata una fine, ma era solo l'inizio. E la terra, adesso, era pronta a partorire.
Il dottor Vittorio Keller camminava a testa bassa, stringendo la sua borsa di cuoio consumato. Aveva passato tre anni negli ospedali da campo, ricucendo carne strappata, e credeva che niente potesse più stupirlo o disgustarlo. Quella sera era stato chiamato d'urgenza a Ca' Maligna, un casolare isolato oltre i canali di irrigazione, dove viveva la famiglia dei Marani.
Quando aprì la porta di legno marcio, non trovò i lamenti della Spagnola, né la tosse secca della tisi. Trovò il silenzio. Un silenzio così assoluto da far fischiare le orecchie.
Nella stanza principale, illuminata solo dal riflesso di un camino spento, la famiglia era seduta intorno al tavolo di cucina. C'erano il vecchio Marani, la madre, due ragazze giovani e il primogenito, tinto di nero dalla testa ai piedi dal fumo delle officine. Nessuno si mosse al suo ingresso. Nessuno sbatteva le palpebre.
«Buonasera», disse Keller, e la sua stessa voce gli risuonò estranea, priva di spessore, come se la stanza stesse risucchiando il suono.
Nessuna risposta. Avvicinandosi al tavolo, il dottore notò un dettaglio che gli fece saltare un battito: sul tavolo non c'era cibo. C'era una grande bacinella di ferro, e dentro galleggiava una massa informe di dita umane, orecchie e brandelli di uniformi grigio-verdi, conservate nel sale. Carne di trincea. Vecchia di mesi, forse anni.
«Cosa... cos'è questa sporcizia?» mormorò Keller, arretrando di un passo.
Fu allora che il vecchio Marani sollevò la testa. Il movimento del collo emise un suono secco, simile a un ramo che si spezza. Quando i suoi occhi incontrarono quelli del medico, Keller sentì un brivido viscerale colpirgli lo stomaco: le pupille dell'anziano erano scomparse. Al loro posto, due membrane biancastre, opache, come quelle dei pesci rimasti troppo a lungo sul fondo di un pozzo.
«La guerra è finita, dottore», disse il vecchio. La voce non proveniva dalla sua gola; sembrava nascere dal pavimento, dal fango sotto le assi. Era un suono umido, viscido, che ricordava il calpestio degli scarponi nella carne frollata delle retrovie. «Ma il Padrone aveva fame. Abbiamo dovuto nutrirlo con quello che i corvi hanno lasciato».
«Voi siete pazzi. Siete malati», Keller cercò di raggiungere la porta, ma le sue gambe erano pesanti, come se il pavimento fosse diventato di piombo.
La figlia minore, una bambina di non più di dieci anni, si alzò lentamente. Portava ancora al collo una medaglietta votiva della Madonna, ma la figura d'argento era stata fusa e deformata fino a farla sembrare un verme a due teste. La bambina aprì la bocca. Non c'erano denti all'interno, solo una fila doppia di aghi neri e appuntiti che le bucavano le gengive sanguinanti.
Con un movimento fluido e innaturale, la piccola si infilò due dita nelle narici. Keller guardò, paralizzato dall'orrore, mentre la bambina si strappava letteralmente la pelle del viso, rivelando sotto l'epidermide non la carne rossa e i muscoli, ma una massa di larve cieche che si muovevano a ritmo di un battito cardiaco sotterraneo.
«Lui è tornato a casa con noi», sussurrò la bambina, mentre le larve le cadevano dalle guance scoperte, picchiettando sul tavolo come gocce di pioggia. «È venuto giù dalle montagne. Ha bevuto il sangue di un milione di uomini e ora vuole il resto».
In quel momento, fuori dal casolare, la nebbia sembrò prendere vita. Le ombre degli alberi spogli cominciarono a piegarsi verso la casa, e dalle campagne circostanti si innalzò un coro. Non erano preghiere, non erano i canti degli operai in rivolta. Era un lamento di migliaia di voci spezzate che ripetevano lo stesso identico nome, lo stesso benvenuto all'entità che aveva orchestrato il macello d'Europa per poter finalmente camminare di nuovo tra i vivi.
Satana non era un mostro con le corna. Era il marciume del mondo che reclamava il suo trono, e il 1919 era l'anno della sua incoronazione.
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WELCOME BACK SATANA
Horror«Non fu il fuoco ad annunciare il suo ritorno, ma l'assenza improvvisa di ogni calore.» Un secolo di sangue. Una maledizione durata 107 anni. Un conto che scade oggi. 1919: La Grande Guerra è finita, ma il massacro del Carso ha risvegliato qualcosa...
