Bianca
Il suono dei nostri passi sul cemento della periferia di Chicago era quasi forte quanto i battiti del mio cuore. Avevamo vinto. Ancora non riuscivo a crederci, ma sul tabellone della palestra, fino a trenta minuti prima, lampeggiava quel punteggio perfetto che ci lanciava dritte in cima alla classifica del campionato scolastico.
«Bianca, sul serio, quel muro all'ultimo set è stato pazzesco!» stava urlando Chloe, la nostra palleggiatrice, camminando praticamente all'indietro sul marciapiede pur di guardarmi in faccia. Io ridevo, tenendomi il borsone della pallavolo sulla spalla, con i capelli ancora umidi di doccia che mi pizzicavano il collo e l'adrenalina che si rifiutava di scendere. Eravamo un gruppo di sedicenni felici, spensierate, convinte che il mondo fuori da quella palestra non potesse toccarci, almeno non stasera. L'aria frizzante di Chicago ci schiaffeggiava le guance, ma noi sentivamo solo il calore della vittoria.
«Ragazze, giuro che se coach Davis non ci offre almeno i pancake domani, vado in sciopero» scherzai, girando la testa verso le altre per assecondare il coro di risate.
Fu un attimo. Non guardavo avanti. Passo spedito, la testa girata di lato, la guardia completamente abbassata.
L'impatto fu così violento che mi sembrò di aver preso in pieno un muro di mattoni. Un gemito soffocato mi sfuggì dalle labbra mentre perdevo l'equilibrio, barcollando all'indietro atterrando di schiena. Sentì subito un dolore colossale alla colonna vertebrale, e un bruciore ai palmi delle mani. La cinghia del mio borsone scivolò via dalla spalla e l'intera sacca cadde a terra con un rumore sordo, aprendosi e lasciando rotolare sul marciapiede la mia borraccia di ferro, le ginocchiere e un paio di scarpe di ricambio.
«Ehi! Ma che cazzo...» esclamai, stringendomi le mani piene di sassolini per il colpo e alzando finalmente lo sguardo, pronta a lanciare un'occhiataccia al distratto di turno.
Le parole mi si seccarono in gola.
La "cosa" contro cui ero andata a sbattere non era un palo, e non era un passante qualunque. Era un ragazzo. Avrà avuto la mia stessa età, sedici anni o poco più, ma sembrava uscito da un incubo. Rimase immobile per un secondo, barcollando anche lui, i palmi delle mani protesi in avanti come se avesse cercato di frenare la caduta.
Il cuore mi saltò dal petto, stavolta per il terrore. Dal suo naso colava un filo di sangue scuro che gli macchiava il labbro superiore, mentre un taglio profondo sul sopracciglio sinistro continuava a sanguinare, bagnandogli le ciglia. Il viso era una mappa di lividi violacei e gonfi, alcuni freschi, altri che stavano già scolorendo al verde. Indossava una felpa grigia talmente logora e strappata che i lembi di tessuto pendevano come stracci, e sotto si intravedevano altri segni scuri sulla pelle.
I suoi occhi erano sbarrati, due fessure di panico puro. Non era solo ferito: era terrorizzato. Si guardava freneticamente alle spalle, con il respiro corto, lo sguardo di un animale braccato che sta fuggendo da qualcosa o da qualcuno di infinitamente più grande di lui.
«Stai bene? Ti serve aiuto?» provai a chiedere, facendo un passo avanti, dimenticandomi completamente del borsone a terra. Le mie amiche dietro di me si erano ammutolite, raggelate dalla scena.
Il ragazzo non rispose. Emise solo un respiro dolorante, mi fissò per una frazione di secondo con quegli occhi disperati e poi, senza dire una parola, scattò in avanti. Sorpassò la nostra traiettoria e imboccò un sentiero buio tra due palazzi, scomparendo dalla nostra vista nel giro di tre battiti di ciglia. Fu così veloce che per un attimo dubitai fosse successo davvero.
«Bianca... ma chi era quello?» sussurrò Chloe, avvicinandosi cautamente. «Non lo so», risposi, con la voce che mi tremava leggermente. «Non ne ho la più pallida idea».
Sotto shock, mi chinai meccanicamente per raccogliere le mie cose sparse sul cemento freddo. Le dita sfiorarono il metallo della borraccia, poi il tessuto delle ginocchiere. Fu allora che lo vidi. Un oggetto piatto, di pelle scura e consumata, logorato lungo i bordi. Un portafoglio. Non era mio, e non apparteneva a nessuna delle mie amiche. Doveva essere caduto a lui durante l'impatto.
Lo raccolsi, sentendo una strana scarica di curiosità mista ad ansia. Lo aprii senza pensarci due volte.
La prima cosa che mi balzò all'occhio fu la carta d'identità, inserita nella fessura trasparente. Sopra c'era una foto recente, anche se lo sguardo del ragazzo sul documento appariva decisamente più sereno di quello che avevo appena incrociato. Lessi i dati ad alta voce, quasi per convincermi che fosse reale:
Nome: Kevin
Cognome: Hale
Nato il: 07/11/2009 – Roma, Italia
Caratteristiche: Alto 1,75 m, occhi neri, capelli neri.
«È italiano? E cosa ci fa a Chicago ridotto in quel modo?» mormorai tra me e me, notando la coincidenza dell'età. Aveva sedici anni, proprio come me.
Ma non era tutto. Esplorando lo scomparto interno, le mie dita toccarono un pezzo di carta ruvido. Lo tirai fuori: era una fotografia in bianco e nero, incredibilmente stropicciata e rovinata. All'immagine mancava l'angolo superiore destro, come se fosse stata strappata via con forza. Ritraeva una bambina piccola, forse di tre o quattro anni, con due grandi occhi tondi che fissavano l'obiettivo e un accenno di sorriso timido. Non c'era scritto nessun nome sul retro.
Incuriosita, guardai ancora più a fondo nel portafogli e trovai un secondo foglietto, stavolta strappato da un taccuino a quadretti. Sopra c'era un disegno fatto a matita, inciso con una pressione tale da aver quasi bucato la carta. Rappresentava uno strano simbolo: un cerchio perfetto, spaccato a metà da una linea verticale, con tre linee oblique che si diramavano dal centro verso l'esterno, simili a rami secchi o a una strana costellazione geometrica. Non assomigliava a nulla che avessi mai visto prima. Un brivido freddo mi corse lungo la schiena.
«Kevin!» urlai d'istinto, voltandomi di scatto verso la direzione in cui era fuggito. Mi incamminai verso l'androne buio, sporgendomi oltre l'angolo del palazzo. «Ehi! Kevin! Hai perso il portafoglio!»
Niente. Il vicolo era deserto, illuminato solo dal riflesso tremolante di un lampione intermittente in lontananza. Sentivo solo il rumore del traffico della cassa cittadina a qualche blocco di distanza. Di quel ragazzo non c'era più alcuna traccia. Era letteralmente evaporato nel nulla.
«Bianca, andiamo a casa, ti prego. Questa situazione mi mette i brividi», mi pregò Chloe, stringendosi nelle spalle. Sospirai, richiudendo il portafoglio e infilandolo nella tasca interna della mia borsa. «Sì. Andiamo».
Quella stessa notte
La camera mia era immersa nel silenzio, interrotto solo dal ticchettio regolare dell'orologio da parete e dal ronzio leggero del mio computer portatile. Erano quasi le due del mattino, ma il sonno proprio non voleva saperne di arrivare. Continuavo a rigirarmi nel letto, con l'immagine di quel viso tumefatto e sanguinante stampata dietro le palpebre.
Alla fine, esasperata, mi lanciai un'aranciata sul letto, aprii il laptop e accesi la luce della scrivania. Presi il portafoglio di Kevin, che avevo appoggiato sul comodino, e tirai fuori di nuovo la sua carta d'identità.
Kevin Vance.
«Vediamo chi sei, misterioso ragazzo d'oltreoceano», sussurrai, posizionando le dita sulla tastiera.
Aprii Instagram. Digitai il suo nome e cognome nella barra di ricerca. Apparvero decine di profili, ma nessuno corrispondeva a un sedicenne di origini italiane trasferitosi a Chicago, e nessuno aveva la sua faccia. Passai a TikTok, poi a Facebook, persino a qualche vecchio forum locale o liste scolastiche della zona che erano accessibili online. Niente. Provai a inserire "Kevin Vance Roma", pensando che magari avesse mantenuto i contatti con la sua città natale. Zero risultati rilevanti.
La cosa cominciò a sembrarmi assurda. Oggi come oggi, è praticamente impossibile per un sedicenne non esistere sui social. Anche la persona più riservata del mondo lascia una traccia, un tag in una foto di un amico, un profilo abbandonato alle medie, un account di gioco. Lui, invece, era un fantasma elettronico. Non esisteva.
Aggrottai la fronte, lo stomaco che si stringeva per una sottile nota di sospetto. Chi era quel ragazzo? Da chi stava scappando? E perché non c'era alcuna traccia di lui da nessuna parte?
Fissai lo strano simbolo disegnato a matita, che avevo appoggiato di fianco alla tastiera. Quelle linee geometriche sembravano quasi guardarmi, cariche di un segreto che non potevo comprendere. Rimasi a fissarlo per altri dieci minuti, sfinita, sentendo il peso della stanchezza della partita che finalmente reclamava il suo spazio.
Sbattei le palpebre, scuotendo la testa per scacciare i pensieri. Smettila, Bianca. Stai esagerando, dissi a me stessa, cercando di impormi un briciolo di razionalità. Sarà solo un ragazzo problematico, magari ha litigato con qualcuno, ha avuto la peggio e non usa i social perché i suoi genitori sono dei fanatici della privacy. Domani consegnerai il portafoglio alla polizia o alla presidenza della scuola e ci penseranno loro.
Richiusi il computer con un colpo secco, rimisi i foglietti nel portafoglio e mi infilai sotto le coperte, spegnendo la luce. Ma mentre fissavo il soffitto della mia camera buia, una parte di me sapeva che non sarebbe stato così facile dimenticare quegli occhi neri pieni di terrore.
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Il marchio del silenzio
RomanceIl Marchio del Silenzio Bianca e Chloe sono le stelle della squadra di pallavolo della Northwestern University, unite da un'amicizia che sembra d'acciaio. Tutto cambia quando nella vita di Chloe entra Kevin: un ragazzo cupo, schivo e coperto di tatu...
