1. Dove il mondo tace

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Il mondo, per lei, non faceva rumore.

O meglio: lo faceva, ma non nel modo in cui gli altri sembravano sentirlo.

Seduta ai piedi dell'albero, con la schiena appoggiata al tronco irregolare, lasciava che la corteccia le premesse contro la pelle come una presenza silenziosa ma costante. Non era fastidio. Non lo era mai stato. C'era qualcosa di rassicurante in quella pressione lieve, quasi impercettibile, come se l'albero stesse semplicemente ricordandole che era lì.

Che non era sola.

Il libro giaceva aperto sulle sue ginocchia, le pagine leggermente incurvate dall'umidità dell'aria. Lo aveva iniziato quella mattina, con l'intenzione di perdersi tra le parole, ma non era andata come previsto. Non riusciva a restare dentro la storia. Le frasi si spezzavano prima ancora di arrivare alla fine, i pensieri si disperdevano, si infilavano tra le foglie sopra di lei, si mescolavano alla luce che filtrava in sottili lame dorate.

Sospirò piano, senza accorgersene.

Il vento passò tra i rami, e le foglie risposero con un fruscio morbido, quasi ritmico. Lei chiuse gli occhi per un istante. Non era un suono, non davvero. Era più simile a una vibrazione, qualcosa che si percepiva sotto la pelle, tra le ossa, come un'eco lontana.

Le persone avrebbero detto che era solo vento.

Le persone dicevano sempre così tante cose.

Abbassò lo sguardo sul libro, provando ancora una volta a leggere. Le parole erano lì, immobili, perfette nella loro forma ordinata. Ma non le appartenevano. Non in quel momento. Non lì.

Con un gesto lento, infilò un dito tra le pagine e lo richiuse senza fretta.

«Non oggi», mormorò.

La sua voce suonò estranea, troppo netta in mezzo a quella quiete. Rimase sospesa per un attimo, poi svanì, inghiottita dal respiro del bosco.

Non parlava spesso ad alta voce. Non ce n'era bisogno.

Si portò le ginocchia al petto e le circondò con le braccia, lasciando che la fronte si appoggiasse appena contro il tronco. L'albero era caldo, sorprendentemente vivo sotto la superficie ruvida. Non era una sensazione che si potesse spiegare facilmente. Non era nemmeno qualcosa che avesse mai provato a spiegare.

Quando era più piccola, ci aveva tentato.

Aveva detto a sua madre che gli alberi respiravano in un modo che si poteva sentire, se si stava abbastanza in silenzio. Che alcune piante erano più "gentili" di altre, che alcune sembravano quasi ignorarla, mentre altre... altre no. Quelle la ascoltavano.

Sua madre aveva sorriso, accarezzandole i capelli con una dolcezza un po' distante.

«Hai una bella immaginazione», le aveva detto.

Era stato in quel momento che aveva smesso di parlarne.

Non perché pensasse di essersi sbagliata. Non davvero. Ma perché aveva capito che certe cose, per gli altri, non erano reali. E se non erano reali, allora non valeva la pena condividerle.

Aprì di nuovo gli occhi.

Davanti a lei, il prato si estendeva in un lento declivio, punteggiato da piccole macchie di fiori selvatici. Il verde non era mai uguale a se stesso. Cambiava a seconda della luce, dell'ora, persino del suo umore — o almeno, così le sembrava. Quel giorno era un verde profondo, pieno, come se la terra stessa stesse trattenendo qualcosa.

Inspirò lentamente.

C'era odore di umido, di foglie, di qualcosa di antico e familiare. Era un odore che non stancava mai. Diverso da quello delle città, delle stanze chiuse, delle persone.

provaWhere stories live. Discover now