1. Un giorno come gli altri.

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                                        Arya

È il primo giorno del terzo anno delle superiori. 
Mi sono appena svegliata con il suono della sveglia che mi entra nelle orecchie e, sinceramente, vorrei solamente morire.
Non sono mai stata una grande amante della scuola, nonostante i miei voti eccellenti: studio perché devo e perché, se voglio diventare medico, da qualche parte dovrò pur iniziare.
Ed ecco che, senza neanche darmi il tempo di aprire gli occhi, come un orologio svizzero, mia madre entra dalla porta della mia camera.
<<Buongiorno, amore! È ora di andare a scuola>>, dice con un sorriso a trentadue denti.
La guardo come se mi avesse appena detto di andare al patibolo, ma comunque rispondo assonnata e con gli occhi ancora chiusi: 
<<Sì, mamma, che bello tornare all'inferno!>>, ironizzo.
Lei, per niente contenta della mia risposta, mi guarda alzando gli occhi al cielo e aggiunge: 
<<Forza, preparati e scendi a fare colazione subito!>>
Rispondo con un sì, accennando appena con la testa, solo per farle levare le tende. 
Non ho proprio voglia, stamattina, di sentire il suo solito cazziatone sul fatto che "la scuola è importante, smettila di comportarti come se non ti fregasse niente, non è così che ti ho cresciuta..."e altre stronzate del genere.
Così mi alzo dal letto, consapevole che questa sarà una giornata impegnativa.
Anche perché, purtroppo, ieri sera Evelyn — la mia migliore amica — mi ha dato una splendida notizia: quest'anno saremo in classe con il più grande stronzo di tutta la scuola.

Jake Gatwick.

Già solo il nome mi fa venire il nervoso.
Si crede il re del mondo solo perché suo padre è uno degli uomini più ricchi di tutto il Regno Unito.
E la cosa peggiore? È dalle elementari che quella faccia da cazzo mi perseguita.
Sì, avete capito bene. Ovunque vada, lui c'è. Una specie di maledizione personale.

Comunque, mentre mi perdo nei miei pensieri, apro l'armadio e scelgo un outfit semplice: maglietta bianca, jeans chiari, sneakers bianche, lego i lunghi capelli castani in una coda e infilo il mio immancabile giacchetto di pelle nera, dato che in questo periodo a Londra non fa troppo freddo.
Scendo le scale e mi dirigo in cucina, dove trovo mia madre intenta a preparare i pancake.
Ne vado pazza soprattutto con sopra lo sciroppo d'acero.
Per questo ogni mattina li prepara, nella speranza di ottenere un sorriso da parte mia.
Sorriso che, puntualmente, non arriva mai.
Infatti, come sempre, gliene concedo uno lieve, giusto per non farla sentire troppo male o in colpa come dice.
Non fraintendetemi: non è che non le voglia bene.
È solo che vorrei che smettesse di trattarmi come una bambina di cinque anni.
Solo per quello che ho passato da piccola.
E lei lo sa.
Eppure sembra non riuscire a lasciarmi crescere.

Del tutto comprensibile è!

A volte però, soprattutto a 16 anni diventa pesante avere qualcuno che ti ricorda costantemente come se tu non lo facessi già da sola, ogni secondo della tua vita, che non sei come gli altri.
Da quando sono nata, infatti sono affetta da una malattia che, più volte, mi ha costretta a passare settimane intere in ospedale, i medici non sono mai riusciti a capire esattamente di cosa si trattasse.
A quanto pare esistono solo una decina di casi al mondo.
Sì, lo so, adesso cosa starete pensando: "proprio a te?"
Già. Sono decisamente una delle "fortunate".
Ora prendo dei medicinali che mi aiutano a tenerla sotto controllo e, tecnicamente, l'ho superata.
Ma per mia madre non è mai stato così semplice.
Per lei è sempre stato difficile vedere la sua "bambina" — come continua a chiamarmi — crescere con la consapevolezza che non avrei mai potuto vivere una vita completamente normale, senza preoccupazioni.

Una volta finiti i pancake, le lascio un bacio veloce sulla guancia e mi dirigo verso la porta d'ingresso.
<< Stai attenta! E chiamami appena esci da scuola! Non farmi preoccupare mi raccomando Arya!>> dice la mamma come tutte le mattine da quando ne ho memoria.
La mia risposta è sempre la stessa << Si mamma stai tranquilla>> anche se so che non lo sarà mai.

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