Il ticchettio costante dell'elettrocardiogramma era diventato la mia colonna sonora. Non era il rumore della vita, ma il suono di un conto alla rovescia che, giorno dopo giorno, mi ricordava quanto poco tempo mi restasse. Mi chiamo Aria Miller, ho 20 anni , e da quando ho memoria, il mio futuro ha sempre avuto una scadenza. Ogni mattina, lo stesso rituale: sveglia presto, la solita colazione che sembrava insipida più per abitudine che per il gusto, poi il tragitto verso l'ospedale per le visite e la flebo.
L' unica costante, l' unico punto fermo che spezzava quella routine alienante e rendeva sopportabile il peso di ogni giorno, era lei: mia madre. I suoi occhi nascondevano un' infinità di lacrime non versate e un sorriso che tentava disperatamente di illuminare anche la giornata più grigia. Mi stringeva la mano, con una forza rassicurante, e mentre aspettavamo mi parlava, mi raccontava piccole storie senza importanza che per me, però, erano boccate d'aria pura, finestre aperte su un mondo che sentivo sempre più distante e irraggiungibile. Era la mia ancora, la roccia incrollabile che non si sgretolava mai, anche se sapevo che dentro di se portava un dolore più grande e sordo del mio, un dolore silenzioso per il destino di sua figlia.
Non era una vita, ma un'attesa. E in quell'atesa avevo imparato a non fare piani, a non sperare troppo, a non permettere a nessuno di avvicinarsi abbastanza da poter sentire il mio cuore, malato e difettoso com'era.
Il pomeriggio amavo le mie passeggiate in un piccolo parco, a pochi isolati da casa. Cercavo un angolo di mondo che non sapesse di disinfettante, un posto dove il suono della natura sovrastasse quello dei macchinari che scandivano le mie giornate. Ed è stato li, su una panchina un po scrostata, sotto un vecchio ippocastano, che lo visto per la prima volta.
Stava leggendo un libro, la testa un pò reclinata, e la luce del sole filtrava tra i rami e gli illuminava i capelli scuri,rendendoli quasi neri, e metteva in risalto i suoi occhi, di un verde incredibilmente chiaro. Non sapevo ancora che quell' incontro avrebbe riscritto il mio tempo, quello che mi rimaneva, in un modo che non avrei mai potuto immaginare.
Esitai un attimo prima di sedermi sulla panchina di fronte a lui, abbastanza lontana da non disturbarlo, ma abbastanza vicina da poter sentire il fruscio delle pagine. Il silenzio era rotto solo dal cinguettino degli uccelli e dal rumore lontano del traffico. A un certo punto, un colpo di vento inaspettato gli strappò il libro dalle mani, facendolo volare a terra, aperto.
I suoi occhi verdi si sollevarono di scatto dai miei, e un piccolo sorriso imbarazzato gli increspò le labbra. "Ops" disse, con una voce profonda, mentre si chinava per raccoglierlo.
"Ti aiuto" mi affrettai a dire, sentendo le guance scaldarsi. Mi allungai anch'io, e le nostre mani si sfiorarono per un istante fugace mentre afferravamo le pagine stropicciate. Un brivido inaspettato mi percorse il braccio.
Lui si raddrizzò, il libro stretto tra le mani. "Grazie" disse , e il suo sorriso si allargò un pò, rivelando una fossetta sulla guancia sinistra.
"Nessun problema" risposi, cercando di sembrare disinvolta.
"Che leggi di cosi avvincente da non accorgerti del mondo?"
Lui guardò la copertina, poi di nuovo me, quegli occhi verdi, un viaggio verso l'infinito."Un pò di filosofia greca, niente di che. Tu piutosto, hai l' aria di chi è fuggita da qualcosa di importante"
Arrossii di nuovo. La mia giacca nascondeva la flebo appena tolta, ma ero sicura che il mio pallore, o forse l'aura di stanchezza che mi portavo addosso, non fosse difficile da notare. " Diciamo che sono in licenza per buona condotta " scherzai cercando di deviare. " E tu, sempre qui a far compagnia agli ippocastani?"
Lui rise, una risata genuina che mi fece sorridere a mia volta." Solo quando cerco un po di pace dal caos. Faccio l'università qui vicino. È il mio rifugio non avendo una vera 'casa' a cui tornare, di solito è qui che trovo un po di tranquillità. Il mio nome è Liam, comunque ." Allungò una mano.
"Aria" dissi, stringendola.La sua stretta era calda e ferma. " Piacere, Liam."
I suoi occhi verdi si soffermarono un attimo sui miei, un intensità innaspettata che mi fece quasi dimenticare dove mi trovavo. " Aria" ripetè, come assaporando il suono." Un bel nome. Perfetto per qualcuno che cerca una boccata d'aria."
Un lampo improvviso di consapevolezza mi attraversò. Non potevo permettermi di sentirmi stanca qui, con lui. Fingere di essere " normale" prima che il mio corpo mi tradisse.
"Beh... Liam, è stato un piacere. Ma devo andare " dissi, alzandomi con una rapidità che mi costò uno sforzo immenso. Il sorriso che fino a un attimo prima era stato spontaneo, ora mi sembrava una maschera.
Lui mi guardò, un pò sorpreso dalla mia brusca interruzione. "Già? Non potresti restare ancora un pò?" I suoi occhi verdi supplicavano, ma la mia mente era già altrove.
" Non posso" risposi, c'era un velo di rimpianto nella mia voce, che spero lui non abbia colto come un rifiuto. Mi voltai e scappai via, ma la sua voce gridò " Aria, domani stessa ora, stesso posto. Ti aspetterò"
E con questo mi allontanai, sentendo i suoi occhi su di me fino a quando non svoltai l'angolo, il battito accelerato non solo per la fretta, ma per l'eccitazione inattesa di quel appuntamento "improbabile" del giorno dopo.
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IL MIO CUORE È TUO
ChickLitAria ha vent'anni e il suo futuro ha una scadenza. Ogni battito del suo cuore malato è un conto alla rovescia, scandito dalle visite in ospedale e dal costante ticchettio di un elettrocardiogramma. Ha imparato a non sperare, a non fare piani, a non...
