Capitolo 1.

195 12 0
                                        

«Papà... cos'ha Sara?» sussurrò Heather, stropicciandosi gli occhi ancora pesanti di sonno. Si era svegliata nel cuore della notte, spaventata dal pianto della sorella maggiore, un pianto rotto, pieno di un dolore troppo grande perché una bambina di appena tre anni potesse capirlo.
«Heather... torna a letto.» Hopper si chinò verso di lei e la sollevò con delicatezza, stringendola al petto mentre la portava nella sua cameretta. «Sta tanto male?» chiese piano. «Posso regalarle il mio peluche preferito, se vuole. Magari... magari così starà meglio.» Un piccolo sorriso speranzoso le illuminò il viso mentre veniva adagiata sul letto. Hopper sentì il cuore spezzarsi. «Amore, va bene.» mormorò con la voce incrinata. «Adesso però dormi. Io e la mamma porteremo Sara da una parte, ok? La babysitter resterà qui con te.»
Le rimboccò le coperte con mani che tremavano appena e le lasciò un bacio leggero sulla fronte, come se avesse paura di farle male anche solo con l'amore. Heather chiuse gli occhi, fidandosi di quelle parole. E mentre si addormentava, non poteva sapere che quella notte sarebbe cambiato tutto.

[Anni dopo.]

Heather Hopper aveva ormai quindici anni e si svegliò prima della sveglia, come succedeva quasi sempre. La luce pallida del mattino filtrava dalle tende, disegnando ombre leggere sulle pareti. La casa era silenziosa, troppo ordinata per sembrare davvero viva.  Si tirò su a sedere e infilò una t-shirt a righe, sistemata dentro un paio di jeans a vita alta, consumati sulle ginocchia. Ai piedi, le sue Converse scolorite. Raccolse i capelli con una fascia di stoffa e si guardò un attimo allo specchio: semplice, come quasi tutte le ragazze di Hawkins.

In cucina, Hopper era già sveglio. Indossava la camicia da lavoro con le maniche arrotolate, una tazza di caffè tra le mani. Era ancora giovane, ma la stanchezza non lo lasciava mai davvero.
«Buongiorno, papà!» disse lei. «Buongiorno, Heathy.» rispose lui. Heather appoggiò lo zaino vicino alla porta e gli si avvicinò. Ogni mattina faceva la stessa cosa, si alzava in punta di piedi e gli lasciava un bacio veloce sulla guancia, naturale, come una regola non scritta.  Guardò l'orologio e sussultò. «Torno dopo scuola!» disse quasi urlando, già sulla porta.

Uscì di corsa, aspettandosi di vedere la macchina di Jonathan parcheggiata davanti casa. Ma la strada era vuota. Strano. Jonathan non mancava mai. Ma non potendo permettersi di arrivare tardi il primo giorno, Heather prese la bici e pedalò più forte che poté verso la scuola. Arrivò trafelata, con il fiato corto e il cuore che batteva troppo veloce.

Appena varcò la soglia, vide Nancy Wheeler insieme a Barbara. Un tempo erano state inseparabili, ma crescendo si erano allontanate, finite in corridoi diversi e in silenzi non spiegati. Le guardò solo per un istante, poi abbassò lo sguardo e raggiunse il suo gruppo di amici.
Ma il suo pensiero fisso era Jonathan. Durante le lezioni continuava a guardare l'orologio, poi la porta dell'aula. Jonathan non c'era. Nemmeno a pranzo. Qualcosa non andava.

Quando l'ultima campanella suonò, Heather non perse tempo. Saltò sulla bici e pedalò dritta verso la casa dei Byers. La trovò immersa in un silenzio strano. Le tende tirate, la porta socchiusa.
«Jonathan?» chiamò, bussando.
Nessuna risposta. Entrò piano. Dentro, l'aria era tesa. Joyce Byers camminava avanti e indietro nel soggiorno, il telefono stretto tra le mani, gli occhi rossi.
«Signora Byers...?» disse Heather, incerta.
Joyce si voltò di scatto. «Oh. Tesoro. Jonathan è in camera.» Heather annuì e salì le scale. Heather entrò senza bussare davvero, spingendo la porta quel tanto che bastava.

«Jonathan.» Lui era seduto sul letto, la macchina fotografica buttata di lato. Alzò lo sguardo, infastidito.
«Che ci fai qui.» Non era una domanda.
Heather incrociò le braccia. «Non ti sei presentato stamattina.»
«Avevo da fare.»
«Mai successo prima.» Fece un passo avanti. «Non rispondi, non passi, sparisci. Non è da te.»
Jonathan sospirò passandosi una mano sul viso. «Non è una buona giornata.»
«Non lo è per nessuno,» ribatté lei. «Ma di solito mi avvisi se ci sono problemi.»
Jonathan si alzò di scatto. «Heather, vai a casa.»
Lei lo fissò. «Scusa?»
«Non voglio compagnia.»
Heather strinse la mascella. «Allora dillo meglio.» Jonathan la guardò finalmente negli occhi, esasperato. «Vattene. Adesso.»
Silenzio. Heather non fece un passo indietro. «Sai una cosa? Se non vuoi parlare, ok. Ma trattarmi cosi? Non sono una che puoi ignorare, lo sai.» Jonathan indicò la porta. «Fuori.»
Heather annuì lentamente. «Perfetto.»
Si girò e uscì senza sbattere la porta, peggio, la chiuse piano. Un gesto calmo. Definitivo.

Midnight Promises.Where stories live. Discover now