Mike Wheeler aveva sempre pensato che la solitudine fosse rumorosa.
Non un silenzio vero, no. Piuttosto un brusio costante, come una radio lasciata accesa in un'altra stanza. Pensieri che si accavallavano, ricordi che non chiedevano permesso, parole non scritte che gli bussavano dentro la testa alle tre di notte.
La solitudine faceva rumore perché non gli lasciava tregua.
Il suo appartamento era piccolo, troppo piccolo per contenere tutto quello che non diceva più a nessuno. Un monolocale al terzo piano, muri color crema ingialliti dal tempo, una finestra che dava su una strada sempre uguale a se stessa. C'erano libri ovunque: sugli scaffali, impilati sul pavimento, aperti a metà sul tavolo della cucina come se stessero aspettando di essere finiti. O iniziati.
Mike non lo sapeva più.
Scriveva da anni. Scriveva da sempre, in realtà. Aveva iniziato per necessità, per sopravvivere a tutto quello che era successo quando era solo un ragazzino di Hawkins. Scrivere era stato il suo modo di mettere ordine nel caos, di dare un senso a cose che un senso non ce l'avevano.
Poi, per un po', aveva funzionato. Era diventato qualcuno. Il suo nome compariva sulle copertine, veniva invitato a presentazioni, interviste, firmacopie. Gente che gli diceva che le sue parole li avevano salvati.
Adesso nessuno diceva più niente.
Il cursore lampeggiava sullo schermo del portatile da quasi un'ora. Una pagina bianca. Una minaccia silenziosa. Mike la fissava come se potesse insultarla a morte con lo sguardo.
Niente.
Assolutamente niente.
Il blocco dello scrittore era una parola elegante per dire che si sentiva vuoto. Che aveva dato tutto quello che aveva e ora non restava che l'eco. Scriveva e cancellava, iniziava frasi che morivano prima del punto finale. Le storie vecchie gli facevano schifo e allo stesso tempo erano l'unica cosa che gli permetteva di pagare l'affitto.
Era al verde. Letteralmente. Il conto in banca era una lista di numeri che facevano male agli occhi. L'editore non chiamava più, i lettori si erano spostati su nomi nuovi, più giovani, più affamati.
Mike era stanco. Stanco in un modo che non passava dormendo.
Si tolse gli occhiali, se li massaggiò contro il ponte del naso. Ultimamente li portava sempre. Non per moda. Per necessità.
A volte si guardava allo specchio e vedeva suo padre. Non tanto nei lineamenti, ma in quella postura leggermente curva, in quell'aria di uomo che aveva smesso di aspettarsi troppo dalla vita.
E questo lo terrorizzava.
Il telefono vibrò sul tavolo.
Mike lo guardò come se fosse una bomba.
Agente.
Sospirò, poi rispose.
"Mike."
La voce dall'altra parte era tesa, professionale solo per abitudine. "Finalmente. Pensavo avessi deciso di sparire del tutto."
"Ci sto lavorando."
Era una bugia, ma era una bugia che diceva spesso.
"Da quanto, esattamente?"
Silenzio.
"Ecco. È proprio questo il problema."
Mike chiuse gli occhi. Si lasciò cadere sulla sedia.
"Sto facendo il possibile."
"Il possibile non paga le bollette, Mike."
C'era stanchezza anche lì. "Sono mesi che rimandiamo. Mesi. Gli editori non aspettano in eterno."
"Ho delle storie vecchie."
Dirlo gli lasciò un sapore amaro in bocca.
"Lo so. Ed è quello che ti ho detto di fare. Pubblicale. Sistemale, se vuoi. Ma falle uscire. Almeno arriviamo a fine mese."
"Non sono pronte."
La voce gli tremò appena. "Non sono come le voglio."
"Mike, nessuna storia è mai come la vogliamo. Ma a un certo punto devi lasciarla andare."
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Lover, you should've come over
FanfictionByler ambientata circa 12 anni dopo gli eventi della quinta stagione. Il vecchio gruppo non si vede da moltissimo tempo. Mike Wheeler è uno scrittore sull'orlo del fallimento che ha bisogno d'aiuto per il suo nuovo libro. Will Byers è un illustrator...
