Capitolo 1

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La pioggia aveva smesso di cadere da poco, ma l'asfalto era ancora scivoloso e lucido.
Stavo tornando a casa dopo l'ennesima giornata in libreria, l'unica cosa positiva rimasta nella mia vita. Le mani leggermente tremanti mentre stringevo il manubrio della moto. Non era la prima volta che la strada sembrava chiamarmi in quell'incessante bisogno di fuggire, di spezzare il silenzio che mi circondava, di cercare qualcosa che non sapevo nemmeno cosa fosse. La mia vita, sempre sospesa tra un sogno che non riuscivo a raggiungere e una realtà che non riuscivo a sopportare.
Avevo lavorato tutto il giorno, sistemando libri, aiutando i pochi clienti che passavano per la libreria. I volti che incontravo ogni giorno, pieni di speranza e di sogni, volti che risplendevano di vita ogni volta che portavano a casa una storia sotto forma di carta e inchiostro mi ricordavano costantemente quanto la mia di vita fosse vuota.
La moto correva sulla strada bagnata. Non sentivo più il vento che mi sferzava la faccia. Non sentivo più nulla, se non il pesante silenzio nella mia testa. Una voce che lmi ripeteva, come un mantra: "Che cosa c'è ancora da vivere?"
Poi, la curva improvvisa., una frenata troppo tardi. Il rumore metallico che sfidava il suono del cuore che batteva forte, il dolore acuto che mi trapassava, e poi il vuoto.
Era come se il mondo si fosse fermato. Un secondo. Un solo, interminabile secondo in cui il corpo era stato catapultato nell'aria, il respiro bloccato, e il mio cuore, forse, per un momento, avesse cessato di battere.
Poi, il buio.
Non c'era più rumore. Non c'era più niente. Non c'era più nulla.
Mi svegliai in un luogo che non riuscivo a definire, seduta a terra nella nebbia. Un'ombra lattiginosa mi avvolgevacome se non riusciva a dissolversi. Non c'era luce, né buio. Solo un limbo senza tempo, senza senso.
Mi sentivo strana, come se fossi sospesa, come se la mia anima non fosse più legata a nulla di concreto. Il mio corpo non rispondeva, non sentivo nemmeno dolore. La mente era un caos di pensieri confusi, ricordi che non riuscivo più a toccare. Eppure, c'era una sensazione costante, come una morsa invisibile, che mi stringeva il petto: non volevo tornare.
Lentamente, i miei occhi si adattarono a quella nebbia. La figura di un uomo mi si stagliò davanti. Un uomo che non riuscivo a vedere chiaramente, Il suo viso, indecifrabile, come un sogno che non riesci a dimenticare.
"Benvenuta," disse con voce profonda e calma.
I contorni si misero a fuoco. Era l'uomo più bello che avessi mai visto. Era alto, slanciato, con una presenza che sembrava appartenere a un altro mondo. I suoi capelli erano neri come la notte, corti e leggermente disordinati, come se il vento li avesse accarezzati per anni senza mai domarli. I suoi occhi, scuri come l'oscurità che lo circondava, erano profondi e insondabili, come due abissi in cui sembrava che il tempo si fermasse. Non c'era alcuna emozione evidente nel suo sguardo, ma qualcosa in lui trasmetteva una serenità inquietante, come se fosse più vecchio del tempo.
Cercai di parlare, ma la voce non usciva. Non sapevo nemmeno se fossi ancora capace di farlo.
"Chi sei?" Chiesi con voce roca.
"Ho molti nomi. Azrael, Samael, Malak, Caronte., scegli quello che più ti aggrada"
L'uomo mi guardava con un'espressione che non riuscivo a decifrare. Il suo sguardo era fisso, indagatore.
"Stai nel limbo," disse. "È il posto tra la vita e la morte. Un posto che non dovrebbe esistere, ma ci sei. E io... sono qui per guidarti, per aiutarti."
Le sue parole mi sembravano pesanti, come se avessero un peso che non potevo sopportare.
"Sono morta?" Chiesi in un sussurro.
"Non ancora Lyra." Rispose.
Non volevo affrontare la verità. Non volevo pensare a quanto fossi stata vicina alla fine, che ora non sembrava più un'eventualità, ma un'inevitabilità.
Un brivido mi corse lungo la schiena. La mia mente tornò, fugacemente, al momento dell'incidente. Il corpo che volava nell'aria, l'impatto contro l'asfalto, la sensazione di spegnermi. L'istinto di chiudere gli occhi e sperare che tutto fosse solo un incubo.
"Tu..." riuscii finalmente a sussurrare. "Mi hai portata qui?"Lui non rispose subito. Si avvicinò con passi lenti, come se ogni suo movimento fosse ponderato, misurato e si accovacciò per raggiungere la mia altezza.
"Non l'ho fatto io," disse alla fine. "Non sono stato io a decidere. Tu... sei qui per una scelta. La stessa che molti prima di te hanno dovuto affrontare: vita o morte?"
Lo guardai, e quella parola — morte — mi gelò il cuore. Era la fine di un ciclo. La fine di tutto ciò che avevo sopportato per anni: il mio passato, le mie cicatrici, il dolore che mi aveva seguita come un'ombra.
"Se scegli la morte," continuò, "passerai oltre, verso ciò che viene dopo. Un'esistenza di quiete... e nulla di più." Fece una pausa, come se pesasse ogni sillaba. "Ma se scegli la vita... dovrai portarla avanti, anche se non avrà mai più lo stesso significato di prima. La scelta è tua."
La mia testa cominciò a girare. La vita? Avevo scelto la morte da anni, nei miei pensieri più oscuri, quando mi guardavo allo specchio e mi chiedevo se valesse ancora la pena respirare. La morte mi era sempre sembrata la via più semplice. Ma la vita... quella mi tormentava.
Una domanda si fece largo nella mia mente, come un urlo muto: Vale la pena vivere in un mondo che ti ha sempre fatto sentire come se non appartenessi a nulla?
Eppure, c'era qualcosa in lui che mi confondeva. Una forza, una luce, una... speranza che non avrei mai ammesso. L'idea di andarmene era così tentatrice, così definitiva.
"Perché dovrei scegliere la vita?" chiesi, con voce spenta, quasi senza emozione. "Che cosa c'è di buono nella vita?"
Azrael mi guardò intensamente, e per un attimo mi parve che una parte di lui volesse dirmi qualcosa che non riusciva a esprimere. Forse un avvertimento.
"La vita non ha fatto altro che ferirmi. Vedere la gioia e l'amore ngli altri e sapere di non essere abbastanza da non poterle mai avere. Perchè dovrei vivere.?" Le lacrime iniziarono a rigarmi il volto.
"La vita ti cambia," disse piano. "Non è facile. Ma la morte... è definitiva. E a volte, anche la morte può essere una prigione. La tua scelta non riguarda solo la vita che lasci, ma anche quella che potresti vivere."
"Non so cosa voglio." sussurrai infine, con voce rotta.
Per un attimo fu attraversato da un emozione sul volto. Tristezza o nostalgia. Non saprei dire con certezza quale delle due. Passò talmente veloce che quasi non la colsi. Ma la vidi.
"Posso darti una scelta diversa Lyra. Vivi. Ma torna come morte." Disse.
Lo guardai e non capii.
"È l'unica cosa che posso fare. Non posso perderti cosi" disse sussurrando e iniziò a illuminarsi.
"Il destino non ti sfuggirà, Lyra. Non importa quanto cercherai di correre, ti troverò di nuovo. Quando il momento sarà giusto, capirai che ogni passo, ogni sofferenza, ti ha portato esattamente dove dovevi essere. E allora, anche tu, come me, comprenderai che non esistono strade senza ritorno. Ci rincontreremo, e sarà allora che scoprirai che questa scelta... è sempre stata tua."
"No! No. Io non ho scelto!" Gridai in preda al panico. "Dov'e il libero arbitrio?"
"Quello spetta agli umani Lyra" detto questo mi accecò e tutto si fece di nuovo buio.
Aprii gli occhi e vidi il limbo dissolversi, come se tutto foss stato un sogno, mentre sentivo il ritorno alla vita come una scarica elettrica. La sua scelta era stata fatta. E con essa, la consapevolezza che non sarei mai più stata la stessa.

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