Manuel esce dalla seconda lezione della giornata, stremato, ma felice. E non per la lezione in sé, ma per tutto il periodo che sta attraversando da un paio di settimane.
Passare ore e ore a provare con Simone, in gruppo o da solo, è diventata la sua nuova adrenalina; potrebbe stare anche intere giornate a ripetere gli stessi passi, l’importante sarebbe sapere di avere addosso gli occhi del coreografo costantemente.
Non è successo niente di concreto tra loro, nessun bacio, nessun abbraccio, nessun gesto che vada oltre un semplice contatto; sa che Simone è un mondo difficile da capire e da scoprire e lui si bea di ogni nuova cosa che l’altro mostra di sé, solo a lui e a nessun altro delle persone che li circondano.
Se ripensa alla sua prima lezione con lui, quando ha rischiato di essere messo fuori a causa del suo ritardo, gli sembra di sentire che già in quel momento aveva percepito qualcosa di diverso in lui.
Mentre cammina, perso nei suoi pensieri, gli si para davanti l’immagine di Simone che parla con Thomas - persona che sopporta poco perché sono sempre in competizione per i migliori posti in Accademia - entrambi con una spalla poggiata all’infisso della porta dello spogliatoio maschile.
In un primo momento pensa che sia solo frutto della sua mente; gli ci vogliono un paio di secondi e altrettanti battiti di ciglia per capire che è tutto reale. E il suo passo, prima lento e trascinato, diventa veloce e spedito.
Percorre il lungo corridoio che lo separa da quella scena in pochi attimi, ma quando arriva Thomas è già rientrato nella stanza. Manuel, però, vuole mostrare la sua contrarietà a quello che ha appena visto e, come ha fatto poco tempo prima, lancia, di nuovo, il suo borsone, che va a cadere davanti al coreografo.
Simone è confuso. È certo, stavolta, di non aver fatto niente che possa aver dato fastidio all’altro - o almeno, niente dal suo punto di vista, che è sempre stato molto diverso da quello degli altri.
“Che stavi a fa’?”, chiede il ballerino, la voce sporcata dalla frustrazione.
“Stavo parlando con Thomas.”, risponde l’altro, non pensando di dover sottolineare l’ovvio.
“E nun ce devi parla’.”
“Ma perché, scusa?”
“Perché è il mio acerrimo nemico qua dentro; i ruoli da protagonisti nei balletti, se nun li faccio io, li fa lui; e, poi, nun vedi che ce stava a prova’ co’ te?”
“Non ci stava provando, stavamo parlando della variazione del “Don Chisciotte” che deve preparare per il prossimo saggio.”
“Vabbè, a me nun me va che ce parli, va bene? Per non parlare…”
Manuel è costretto a interrompersi perché Simone si è poggiato con le spalle al muro e ha chiuso le palpebre, chinando un po’ la testa.
“Simo’”, prova a richiamarlo, ma l’altro non accenna a rispondere; “Oh, Simo’, ma che stai a dormi’?”, domanda, scuotendolo leggermente.
Il coreografo riapre gli occhi e si guarda intorno, sgranando un po’ gli occhi per mettere a fuoco chi ha davanti.
“Ma nun hai dormito stanotte?”
“Veramente sono tre notti che non dormo. C’è un piccione che ha fatto il nido proprio sul davanzale della finestra della mia stanza e sta tutta la notte a tubare o a sbattere il becco su qualsiasi superficie che gli capita a tiro.”
“E fallo leva’, no?”
“Ho chiamato il padrone di casa, ma dice che prima di una settimana non può intervenire. Non so, ha iniziato a parlare di riunioni di condominio e mi sono disinteressato a quello che diceva.”
