capitolo 1

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La cassa del locale non suonava, picchiava. Era un battito sordo, regolare, che ti entrava dritto nelle costole e faceva vibrare i bicchieri di plastica sui tavoli del privè. L'aria odorava di quello di cui odorano sempre le notti di metà luglio: salsedine, lo zucchero appiccicoso dei cocktail versati, fumo elettronico e troppi profumi costosi mescolati insieme sul sudore della gente.

Mio fratello Edoardo si muoveva in mezzo a quel caos con la disinvoltura di chi ha fondato quell'impero di luci stroboscopiche e sballo. Stavamo gestendo la serata più grande dell'estate, il locale era pieno fino all'inverosimile, eppure io mi sentivo come un pezzo di arredamento fuori posto. Matteo, un mio amico, mi passò un braccio intorno al collo, urlandomi qualcosa all'orecchio per superare i mille watt dell'impianto e indicando una bionda che ci guardava dal bancone del bar. Gli feci un sorriso tirato, uno di quelli di circostanza che usavo per rassicurare la mia cerchia che andava tutto bene, che ero il solito di sempre.

Spoiler... non lo ero. Restare pulito in un posto del genere era come camminare su un filo spinato teso sopra un dirupo. Il gioco d'azzardo e le sostanze ti lasciano addosso una fame chimica che non si spegne mai del tutto; rimane lì, nell'ombra del cervello, ad aspettare che tu sia abbastanza stanco o abbastanza distratto per azzannarti di nuovo. Per questo guardavo tutto con un distacco quasi chirurgico. Avevo ventitré anni, una vita sociale per fortuna ancora intatta, e un lavoro che riempiva il vuoto che avevo dentro.

Poi, l'onda d'urto.

«Ma quello non è Federico Valli...?» sentii masticare da Matteo, che si era sporto oltre la ringhiera del privè.

Seguii il suo sguardo. Era lui. Il mio ex compagno di squadra delle giovanili, uno con cui avevo diviso spogliatoi, fango e sogni di gloria a calcetto prima che io prendessi la strada sbagliata. Era lì, con gli occhi vitrei persi dietro a quella gente che gli stava mangiando l'anima, un pezzo alla volta. O almeno questo diceva tutto il paese.

«Sì, penso sia lui», affermai, continuando a guardarlo con una punta di amarezza. Ma non fu la sua presenza a bloccarmi il respiro.

Fu quello che vidi tre metri più in là, sotto il riflesso bluastro dell'insegna dell'uscita di sicurezza.

Una ragazza. C'era qualcosa nel suo modo di stare in mezzo a quel disordine, un'eleganza stoica che sembrava quasi un insulto a tutto il locale. I capelli scuri le ricadevano lisci sulle spalle, indosso aveva un vestito semplice, di un cotone leggero che non c'entrava nulla con le paillettes e le scollature della fauna della pista. Era Lei.

La sorella minore di Federico. La ragazzina che ricordavo timida e troppo silenziosamente china sui libri di scuola mentre noi facevamo casino in giardino. La purezza fatta persona, la figlia perfetta. Vederla lì, in quella bolla di vizio e rumore, fu come un cortocircuito visivo. Ma d'altronde era cresciuta anche lei...

Aveva lo sguardo fisso sul fratello. Nei suoi occhi passò una frazione di secondo di pura devastazione, seguita da una rabbia fredda, antica. Si voltò di scatto, respingendo l'aria con le mani, e si diresse verso la spiaggia oscurata.

D'istinto feci un passo per seguirla, ma un'altra figura si staccò dall'ombra del corridoio dei bagni, tagliandole la strada. Quando la luce stroboscopica illuminò il suo profilo, sentii i denti stringersi fino a farsi male. Era un ragazzo del paese, uno con un cognome pesante, uno di quelli che bazzicavano i giri in cui ero quasi morto l'anno prima. Uno che sapeva come muoversi nel torbido. Ma, soprattutto, era un amico intimo di suo fratello: Tommaso Cerchi.

Li vidi scivolare sulla sabbia, oltre il perimetro delle luci del locale. Mi divincolai dalla presa di Matteo con una scusa grugnita e li seguii, tenendomi a distanza, protetto dalle ombre delle cabine dello stabilimento.

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⏰ Last updated: May 27 ⏰

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