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𝟏.

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Mi chiamo Isabelle Monti. Ho vent'anni, sono alta, con i capelli lunghi e neri che non stanno mai come voglio, ma tutti dicono che sono "affascinanti"...qualunque cosa significhi.

Vivo con la mia famiglia in una villa enorme in cima a una collina che domina tutta la città. Una di quelle case che la gente guarda solo da lontano, immaginando che dentro ci sia la perfezione. Ma la verità? La perfezione fa solo scena. Dentro, le crepe esistono eccome.

Era un sabato mattina, e la luce entrava dalla mia finestra inondando tutta la stanza. Piumone in disordine, cuscino mezzo fuori dal letto, il cellulare buttato vicino alla tazza mezza piena di tè della sera prima.
La mia stanza è il mio rifugio.
Grandi pareti bianche, una libreria piena di romanzi mai finiti, una finestra enorme che affaccia sul giardino curato maniacalmente da papà.
E sì, quando era tutto "perfetto", mio padre prendeva cura persino le foglie troppo lunghe.

Mi alzo svogliata, con quella solita sensazione dentro: come se mancasse qualcosa. La pace forse, o la serenità che una volta sembrava normale. Ora ogni passo in casa suona più freddo, ogni risata si sente più rara.
Scendo le scale, scalza, la mia vestaglia bianca che sfiora i gradini di marmo lucido. L'odore di caffè e burro arriva dalla cucina, ma stavolta c'è anche un altro odore, più sottile, più fastidioso: la tensione. La sento ancora prima di vederli.

Papà è seduto al tavolo, in camicia e cravatta, anche se è sabato. Ha la faccia seria, gli occhi fissi sullo schermo del portatile.
Mamma, come sempre, prova a mantenere l'equilibrio: prepara la colazione come se tutto fosse normale.
E poi c'è Elisa, mia sorella maggiore: impeccabile, pettinata, truccata anche di prima mattina. Beve il caffè con l'aria di chi sa sempre tutto e non sbaglia mai.

«Buongiorno» mormoro, sedendomi.
Papà solleva lo sguardo solo per un secondo. «Buongiorno, Isa.»
Solo "Isa". Non "principessa", non "amore mio", non "come hai dormito?"
Mi trafigge più di quanto vorrei ammettere.

«Papà... tutto bene?» chiedo, fingendo disinteresse mentre prendo una fetta di pane tostato.
Elisa mi lancia uno sguardo da sopra la tazza. Mamma evita di incrociare i miei occhi. Papà fa una pausa, poi sospira.
«Sono solo... questioni di lavoro. Nulla che debba preoccuparti.»

"Nulla che debba preoccuparti."

Lo dice sempre. Ma lo dice da mesi. Da quando ha iniziato a chiudersi in ufficio fino a notte fonda, a parlare a voce bassa al telefono, a rifiutare inviti. E io non sono stupida. Ho sentito parole come "perdita", "investitori", "debito", e ho visto la paura. Quella che cerca di nascondere dietro a una faccia da duro.

Finisco il tè e guardo fuori dalla finestra. Il giardino è curato, sì, ma è tutto più... spento, anche le rose che papà amava tanto sembrano meno vive. E in fondo, non è solo il giardino.

Mia madre si siede finalmente al tavolo, cercando di cambiare argomento.
«Isa, oggi hai lezione?»
«No, ho solo da finire un progetto. Niente di che.»
Mento. Perché in realtà non ho nessuna voglia di studiare, voglio solo stare nella mia stanza, ascoltare musica, immaginare un'altra vita...una dove non devo guardare i miei genitori perdere pezzi di se stessi.

Papà chiude il portatile. Fa un respiro profondo.
«Comunque... stasera ci sarà una cena. In un ristorante in città...con un ospite importante.»

Lo dice così, come se fosse un dettaglio.

«Che tipo di ospite?» chiedo, curiosa.
«Un... giovane imprenditore. Si chiama Jeon Jungkook.»

Jeon. Jungkook.

Quel nome mi suona familiare. Ma non riesco subito a collegare. È solo quando vedo Elisa che spalanca gli occhi e lascia cadere il cucchiaino nella tazza che capisco: quel nome è ovunque. Riviste, notiziari, gossip. L'uomo più ricco della Corea del Sud. Misterioso. Bellissimo. Freddo come il ghiaccio.
«JEON JUNGKOOK?!» esclama Elisa. «Quel Jungkook?!»
Papà fa un sorriso sottile.
«Proprio lui.»
Sento qualcosa stringersi dentro di me. Perché dovrebbe venire da noi un uomo del genere? Cosa vuole da mio padre, che ormai sta annegando tra le carte? E perché proprio ora?
«Voglio che vi comportiate bene,» continua papà, alzandosi. «Che siate educate. Questa cena è importante.»

Mi alzo anch'io, senza dire nulla. Non mi va di fare la bambina polemica. Ma dentro... qualcosa mi rode. Non mi piace. C'è qualcosa che non torna.
Salgo in camera e mi butto sul letto, affondo la faccia nel cuscino e sbuffo.

Perché Jeon Jungkook? Perché adesso?

Prendo il telefono e digito il suo nome. Le immagini riempiono lo schermo:
Lui, elegante, in completo nero. Occhi scuri come la notte. Bocca perfetta, quasi scolpita. Sempre serio. Sempre...

Untouchable hearts• Jeon JungkookStories to obsess over. Discover now