La Quiete

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ALBANIA, 06 GENNAIO 1970

Sentimmo l’arrivo di papà quando aprì la porta. Si insinuò una gelida folata di vento che sventolò sui nostri piedi scalzi. Fuori regnava un silenzio innaturale. La neve possente cadeva a grandi fiocchi su un tappeto candido che troneggiava sull’erba incolta. Guardai mia sorella rabbrividire mentre fissava la ciotola sbeccata. La zuppa pallida aveva iniziato a coagularsi. Stringeva la gonna con le piccole mani ossute e si mordicchiava le labbra screpolate. Sentivo il freddo graffiarmi la schiena e alzai per un momento lo sguardo verso mamma.
Papà chiuse la porta alle proprie spalle, cercando di fare il minore rumore possibile. Dopo Capodanno la nostra casa era piombata in un silenzio tombale, quasi innaturale. A fine anno il responsabile del Partito del nostro quartiere gli aveva concesso un premio per aver svolto un lavoro meticoloso. Papà aveva usato quei soldi per comprare il tacchino più grande che avevo visto in vita mia. Con tanta cura, mamma si era premurata a cucinarlo come si deve, lasciandoci pure la pelle sottile che dopo la cottura era diventata croccante e dorata.
Avevo passato il miglior Capodanno della mia vita. A tavola, da noi, si rideva sempre. Quando papà tornava da lavoro ci raccontava, per l’intera cena, aneddoti sul suo lavoro per poi fermarsi e guardare in silenzio il notiziario delle 19:30. A casa nostra, si faceva sempre così.
Appese al muro il consunto mantello sfilacciato ai bordi. Sfiorandole appena, si tolse le scarpe dalla punta bucata e scosse i piedi per spolverare la neve accumulata sulle calze. Aveva le mani gonfie e scarlatte. Salutò tutti con un cenno del capo e prese posto davanti a me, spianando le poche rughe della giacca.
Ecco, dopo il primo di gennaio papà era tornato da lavoro particolarmente afflitto. Aveva deciso di non dirci nulla ma la mamma, prima di portarci a letto, ci raccontò come il suo superiore che si occupava del bilancio dell’azienda dove lavorava, lo aveva beccato a sbagliare i conti. Papà aveva contato 37 (1100 lire) lek in meno. Era stato così che mio papà aveva perso il lavoro.
“L’hanno accusato di aver rubato allo Stato” –disse mamma con tono cupo. Il suo viso sembrava improvvisamente più sciupato. “Adesso per lui sarà molto difficile trovare un altro lavoro”.
In modo sfumato, arrivò un rumore di passi dall’androne delle scale. Qualcuno aprì una porta e udimmo vociferare.
“Che baccano” –disse improvvisamente papà. Era rientrato dopo aver trascorso tutto il giorno fuori. Non mi era apparso molto strano perché da quanto era stato licenziato trascorreva le giornate alla ricerca di un nuovo lavoro e non tornava prima di cena. Ormai era slittata un po' più tardi, dopo il notiziario.
Mamma aveva anche provveduto a diminuire le porzioni che ci serviva. In quel momento, mia sorella allungò la mano versò il pezzetto di formaggio al centro del tavolo. Nessuno le disse niente.
Una porta si chiuse con un sordo tonfo e i passi si spostarono di nuovo. Papà allungò una fetta di pane raffermo per raccogliere un po' di liquido congelato ai bordi del tegame. I resti del tacchino di Capodanno adesso sembravano la bocca di una vecchia signora senza dentiera.
Quel giorno la mamma era stata particolarmente silenziosa. La giornata sembrava inesorabilmente lunga e un colore grigio sporco ci aveva accompagnati nelle lunghissime ore che avevamo trascorso dentro casa. Mia sorella si era occupata dei compiti e io avevo continuato a leggere.
“Mamma” –avevo detto ad un certo punto. Lei aveva abbassato la voce del televisore e mi aveva guardato.
“È vero che papà ha rubato i soldi del popolo?” –le chiesi. Non riuscivo a togliermi dalla testa quel pensiero.
Lei guardò per un attimo la foto del nostro Dittatore e poi rispose a voce bassa, come se temesse che i vicini potessero sentirla.
“Sì, è vero. Devi sapere che i soldi guadagnati per conto del Partito sono soldi che spettano a tutto il popolo. Rubarli è come rubare da un fondo comune.”
Rimasi un istante in silenzio. Trovai molto difficile pensare a mio papà come un ladro del popolo.
“Perché l’ha fatto? Papà non è un ladro” –aggiunsi con un fil di voce.
“Tuo papà si è sbagliato a fare i conti. È stata una svista.”
“Allora perché l’hanno licenziato se non aveva intenzione di rubare i soldi al popolo?
Mia mamma si girò e alzò il volume del televisore, ponendo così fine al nostro discorso. Nello schermo in bianco e nero si vedeva il nostro Dittatore visitando una delle fattorie del paese. Veniva annunciato come avesse regalato delle mucche ai contadini e prometteva dei nuovi incentivi per lo sviluppo del paese. Immaginavo che avesse usato i soldi del popolo. Ogni tanto scorgevo mamma che si mangiava l’unghia di un dito, aspettando con ansia una notizia che in cuor suo sapeva avrebbe sentito.
La sera, prima di metterci a tavola, si parlò della morte di un contabile. La conduttrice pronunciava in modo scandito che la polizia si era già messa a ricercare il responsabile. La foto del dittatore si stagliava dietro le sue spalle, guardandoci e dando l’impressione di avere tutto sotto controllo.
A vedere papà masticare il pollo, capii che aveva cercato invano. Mia sorella allungò un pezzo del suo formaggio verso di me. Era mangiucchiato da un lato, là dove l’aveva morso. Le sorrisi e rifiutai accarezzandola dietro l’orecchio.
A quella notizia mammà aveva spento subito la tivù, sprofondando con un sospiro sommesso nella poltrona. Dopo qualche minuto di silenzio ci raccolse visino a lei e ci diede un abbraccio, farfugliando con la testa immersa nei folti capelli ricci di mia sorella, un “scusatemi”, forse, e un “vi voglio bene”. Quindi aveva preparato la cena e come al solito ci mettemmo seduti ad aspettare papà.
I passì si udirono di nuovo, questa volta furono più vicini. Un’altra porta si aprì e altre chiacchere riempirono le anguste scale fredde. La voce incredula della nostra vicina rimbombava con la stessa stizza che ci versava addosso mentre guardandoci di sbieco ci rivolgeva a malapena la parola. Suo marito lavorava per conto del Partito e il suo ruolo era più vicino al Dittatore rispetto a quello di mio padre. Ogni tanto li vedevo mentre passeggiavano languidamente nel boulevard della nostra città. Lei, avvolta nei suoi scialli spessi e morbidi, ancorata al marito vestito sempre in abito da sera.
“Continuate a mangiare” –disse papà, guardandoci. Un lieve fremito gli scosse il labbro inferiore. Fece per alzare la mano verso il petto, ma si fermò a mezz’aria. La mamma gli rivolse uno sguardo appena preoccupato da sopra il cucchiaio. “Finite pure il tacchino.”
“Shpresa” –si diresse poi a lei, “vai a prenderci anche un po' di formaggio”.
Adesso lei lo guardava, insicura.
“Vai” –ribatté lui, quasi insistendo. Papà guardò solo una volta verso la porta. Notai come era lontano il suo sguardo. Lo posò su mia sorella e poi qualcosa di fiacco brillo nelle sue pupille quando incrociò le mie. Credevo volesse dirmi qualcosa, ma rimase in silenzio, mangiando un altro boccone di pane inzuppato di olio di cottura del tacchino. Mentre la mamma si avviava verso il frigo, lui alzò lo sguardo verso la foto del Dittatore che pendeva dietro le mie spalle.
Mamma tirò fuori il contenitore di plastica e centrò un piccolo pezzo che galleggiava nel siero salato. Si era girata verso di noi, tenendo con l’altra mano un piattino sotto il formaggio gocciolante per non sporcare, quando si arrestò prima di avvicinarsi al tavolo. Avevano bussato alla nostra porta. Non feci in tempo a sentire quello che avevano gridato fuori. Papà infilò la mano nella tasca interna della giacca ed estrasse una pistola.
“No” –sussurrò appena mia mamma.
Si conficcò la canna in bocca e, guardando la foto del nostro Dittatore davanti a lui, sparò. 

-FINE-

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⏰ Poslední aktualizace: May 22, 2025 ⏰

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