Prologo.

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La pioggia tamburella contro i vetri rotti della finestra. Ogni goccia è un colpo secco, come se il cielo stesso volesse ricordarmi che sono qui, in questo angolo di mondo che sembra dimenticato da tutti. Mi stringo le ginocchia al petto, seduta sul pavimento freddo, e fisso un punto indefinito davanti a me. La solitudine, ormai, è più di una compagnia. È casa.

Non saprei dire quando tutto è iniziato, quando ho capito che dovevo cavarmela da sola. Forse è stato quel giorno in cui ho aspettato invano che qualcuno tornasse a prendermi, o forse è stata una serie di piccoli abbandoni, uno dopo l'altro, che mi hanno insegnato a non aspettarmi niente. Crescere così è come imparare a camminare su una corda sospesa nel vuoto: non c'è rete sotto di te, e il minimo errore potrebbe farti cadere.

Per tanto tempo ho sperato. Sperato che qualcuno venisse a salvarmi, che un abbraccio mi facesse sentire meno fragile, meno sola. Ma le speranze sono come bolle di sapone: belle da guardare, ma troppo facili da spezzare. Così ho imparato a costruire qualcosa di diverso, qualcosa di più duro. Un guscio che mi protegge da tutto e da tutti, anche da me stessa.

A volte mi domando cosa significhi davvero "casa". Non parlo di mura o di tetti, ma di quel senso di appartenenza che vedo negli occhi degli altri. Non l'ho mai provato. Forse non è per me. Forse ho imparato a bastarmi, o forse sto solo fingendo di riuscirci.

Alzo lo sguardo verso il cielo grigio oltre la finestra. Non so cosa mi aspetta là fuori, ma una cosa è certa: non ho paura. Non più. La paura mi ha accompagnata per troppo tempo, finché non ho capito che potevo usarla, stringerla come un'arma.

Mi alzo, scuotendo le briciole di una giornata che sembra uguale a tutte le altre. Non sono forte. Non come le persone che hanno qualcuno che le sostiene. Io sono forte in un altro modo, nel modo in cui sopravvive chi non ha scelta.

Non so dove sto andando, ma una cosa è certa: non mi fermerò. Non posso permettermelo.

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