"Lo Stato ha avviato una nuova iniziativa per chiunque abbia una dipendenza. Si tratta di un ospedale psichiatrico, specializzato appunto in dipendenze, che ospiterà chi ne avrà bisogno".
Così diceva la TV quando la polizia bussò alla mia porta per accompagnarmi in quell'inferno.
***
"Gabbia, inferno; quali altri nomi potrebbero descrivere questo posto?!"- ripeteva la ragazza vicino a me.
Eravamo io e lei, chiuse in una stanza opprimente: mi veniva la claustrofobia là dentro. C'era una finestra, non molto grande, ma per me era come se non esistesse. Le pareti e il soffitto, bianchi come lenzuola di un ospedale, ci avvolgevano soffocandoci; una porta tendente al nero spezzava un po' quel colore triste.
Due letti erano posizionati su due lati opposti della camera, anch'essi bianchi; due comodini (uno per letto, e dello stesso colore di questi) li affiancavano.
All'entrata, disposto a sinistra, c'era un armadio a due ante di un grigio scuro, né troppo grande né troppo piccolo.
Io ero seduta sul letto di sinistra, lei su quello destro; ci osservavamo intensamente cercando invano di scavare l'una all'interno dell'altra e conoscerci meglio: forse volevamo solo capire se potevamo fidarci l'una dell'altra, o forse volevamo capirci e basta.
Aspettavamo i nostri genitori da un tempo ormai indefinito: erano entrati in una stanza, mentre a me un uomo aveva imposto di seguirlo. L'altra ragazza era arrivata poco dopo e sembrava stranamente calma.
"Secondo te di che staranno parlando?"- chiesi svogliata, cercando di nascondere l'ansia che mi suscitava quel posto.
"Mah, staranno decidendo la nostra sorte forse?"-
Non capivo se mi stesse prendendo in giro o volesse solo fare una battuta per sciogliere il ghiaccio; le sorrisi appena e lei ricambiò.
Non riuscivo a darle un'età: l'aspetto faceva credere che fosse due o tre anni più grande di me, mentre la voce la rendeva adulta.
Non eravamo molto simili esteriormente: io capelli castani e lisci come spaghetti, lei bionda e riccia.
Si stese sul letto per guardare il soffitto, io feci lo stesso.
NELLA MIA MENTE:
"Dici che resteremo qui per tanto tempo?"- le domandai.
"Potrei risponderti qualsiasi cosa, ma sarebbe solo un'ipotesi."
"Pensavo sapessi leggere il futuro"- scherzai e ridacchiamo insieme.
REALTÀ:
L'arrivo di un uomo sulla quarantina frenò i miei 'pensieri':
"Irene Russo?"- chiese.
Il mio cuore batteva come se stesse per uscire fuori dal mio petto, il respiro, invece, mi mancava, come se in quella stanza non ci fosse più ossigeno.
"Chi è Irene Russo?"- domandò con tono più deciso.
"I-io..."- non so come, ma riuscii a dire con un filo di voce quella parola.
"Vieni con me, tu invece rimani qui"- disse indicando con un cenno della testa l'altra ragazza; quest'ultima gli rispose di sì sempre con un movimento del capo.
Scesi dal letto e per poco non crollai a terra per colpa delle mie gambe tremanti.
Camminai lungo il corridoio come se fossi ubriaca, sbandando di qua e di là, mentre l'uomo aveva un andamento veloce e deciso come se avesse fatto questo percorso milioni di volte.
Ci fermammo dopo poco di fronte ad una porta: bussò.
"Avanti"- una voce femminile rispose dall'altra parte della porta.
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L'inferno Della Dipendenza
RandomLe porte dell'ospedale si aprono su un mondo di dolore, un mondo in cui le storie di persone che combattono contro la dipendenza si intrecciano come fili. Tra loro c'è Irene, una giovane adolescente che preferirebbe restare chiusa nella sua stanza...
